Il tocco del peccato – A Touch of Sin

Il tocco del peccato – A Touch of Sin

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Il ritorno alla regia di Jia Zhangke, che con Il tocco del peccato firma un grande affresco umano sulla Cina contemporanea, in cui vita e morte si intrecciano in modo inestricabile.

Still Life?

Dahai, minatore esasperato per la corruzione dei dirigenti del suo villaggio, decide di passare all’azione. San’er, un lavoratore migrante, scopre le infinite possibilità offerte dalla sua arma da fuoco. Xiao Yu, receptionist in una sauna, è portata all’esasperazione dalle insistenti avance di un ricco cliente. Xiao Hui passa da un lavoro all’altro accettando condizioni sempre più degradanti. Quattro personaggi, quattro province, un unico riflesso della Cina contemporanea. [sinossi]

Dopo aver cercato di ricostruire a suo modo l’immaginario di una Cina metropolitana impazzita e schizoide, prima con 24 City e quindi con I Wish I Knew, Jia Zhangke torna a ragionare da vicino sulle derive disumane della Cina di oggi, abnorme nazione che mescola gli ultimi retaggi del maoismo a un liberismo economico selvaggio, in cui il mito del Capitale trova una nuova collocazione. Il tocco del peccato, ottavo lungometraggio di finzione di Jia in quindici anni di carriera, sembra a conti fatti il titolo più vicino, per etica del racconto e parabola morale, a Still Life, lo splendente gioiello con cui il quarantatreenne cineasta nativo di Fenyang, e non solo perché una delle storie narrate (quella con protagonista San’er e la sua rivoltella) è ambientata nei pressi della diga delle Tre Gole che si ergeva come monolitico protagonista del film vincitore del Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 2006. Ad accomunare i due film è piuttosto la volontà di Jia Zhangke di mettere in scena le continue privazioni cui la popolazione è costretta dalla tonitruante macchina industriale, politica e filosofica del governo centrale di Pechino. Non è certo casuale che le quattro zone scelte da Jia rifuggano dalle luci, dai colori e dal “moderno” di Pechino e Shanghai: dallo Shanxi, regione natale del regista, ci si sposta a Chongqing, per poi approdare a Hubei e infine concludere il percorso a Dongguan, cittadina in provincia di Guangdong, cuore pulsante di quella che viene definita “zona economica speciale” e che rappresenta al meglio il volto mostruoso del capitalismo cinese.
Quattro mondi a se stanti, uniti solo dall’incapacità dell’uomo e della donna qualunque di relazionarsi con un sistema politico opprimente, soffocante, in cui l’essere umano è trattato alla pari della più umile delle bestie. Per rendere ancora più evidente la metafora, Jia dissemina Il tocco del peccato di animali, facendo muovere i suoi protagonisti tra cavalli frustati, papere decapitate, mucche, pesci rossi, serpenti, scimmie, testimoni muti della quotidiana prevaricazione dell’uomo sull’uomo.

Il tocco del peccato, quadripartito pentagramma sul quale viene segnata una melodia dolente e sempre pronta a trasformarsi in belluina e rabbiosa furia, è uno dei film più direttamente politici di Jia, nonché uno dei più semplici e al contempo complessi della sua intera carriera. Se infatti affidare il proprio messaggio a quattro diversi personaggi in grado di incarnare emozioni, reazioni e verità diverse della Cina contemporanea può apparire il modo più immediato per arrivare al cuore degli spettatori, bisogna anche considerare come Jia faccia di tutto per scioccare i propri astanti. Basterebbe anche solo la prima sequenza per rendersi conto di quanto Il tocco del peccato marchi un punto di passaggio non indifferente all’interno della già ricca carriera autoriale del regista di Platform e Unknown Pleasures: dopo l’inquadratura di un camion che trasportava mele rovesciato sulla strada e gli eleganti titoli di testa, tre ragazzi armati di accette fermano un motociclista che si sta avventurando per una strada di montagna e gli intimano di consegnare loro tutti i soldi che hanno. Per tutta risposta l’uomo estrae la pistola e fredda uno dopo l’altro i suoi aggressori, per poi riprendere il cammino e raggiungere proprio il camion incidentato. Una presa di posizione poetica sulla quale è impossibile nutrire dubbi, e che viene ribadita a ogni pie’ sospinto durante la visione: Jia dissemina infatti il racconto di improvvise esplosioni di violenza – l’intero segmento dedicato alla vendetta privata e pubblica del minatore Dahai procede esclusivamente per accumulo di omicidi –, intervallate da un gusto del grottesco che si fa via via sempre più evanescente e disilluso, proprio come le vite destinate alla sconfitta dei quattro protagonisti. Jia descrive un popolo cinese schiacciato dal Potere e impossibilitato a trovare condotti d’aria salvifici che non siano acquistati con la violenza e la sopraffazione: un istinto quasi kitaniano, e che giustifica ancor più la presenza della casa di produzione del regista giapponese tra i produttori del film.

Jia Zhangke, dal canto suo, firma un fiammeggiante inno agli ultimi che è anche omaggio al wuxiapian: al di là del riferimento al cinema di King Hu inserito nel titolo internazionale A Touch of Sin (il regista girò a Taiwan il capolavoro A Touch of Zen, conosciuto in Italia come La fanciulla cavaliere errante), Il tocco del peccato possiede infatti la poetica del genere più caratteristico della cinematografia mandarina e cantonese, e il dramma dell’Opera di Pechino sulla cui rappresentazione in strada si chiude il film è lo stesso da cui King Hu trasse ispirazione per la sua seconda regia, The Story of Su San. Ma, anche volendo tacere su questi dettagli cinefili, ciò che è doveroso notare è la conferma del talento cristallino di Jia Zhangke, tra i pochi registi cinesi a tracciare una mappatura visionaria ed emozionale degli stravolgimenti interni che stanno modificando – e continueranno a modificare – la terra della nazione più potente del globo.

Info
Il tocco del peccato sul sito di Officine Ubu
La scheda IMDB de Il tocco del peccato
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