Jimmy P.

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Tutto in Jimmy P. si fa compassato, quasi confessionale nella sua inevitabile costruzione per interni: un dramma da camera non privo di sincera e radiosa speranza ma anche ingabbiato in un certo qual modo nella sua stessa ragion d’essere.

Il caporale e l’antropologo

All’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, Jimmy Picard, un indiano Piedenero che ha combattuto in Francia, è ammesso all’ospedale militare di Topeka, in Kansas, specializzato nelle malattie del cervello. Jimmy Picard soffre di numerosi problemi: vertigini, cecità temporanea, perdita dell’udito… In assenza di cause psicologiche, la diagnosi dei dottori vira verso la schizofrenia. La direzione dell’ospedale decide tuttavia di ascoltare l’opinione a riguardo dell’etnologo e psicanalista francese Georges Devereux, studioso delle culture dei nativi americani. [sinossi]

In Italia sono probabilmente in pochi ad avere dimestichezza con gli studi di Georges Devereux, tra i padri dell’etnopsicanalisi e figura chiave per comprendere le interrelazioni sempre più strette createsi nella seconda metà del Novecento tra l’antropologia e alcuni rami della psichiatria. Nato in Romania con il nome Győrgy Dobó all’inizio del Ventesimo Secolo, Devereux assunse il cognome francese (rinunciando di fatto alla religione ebraica) a partire dal 1933, quando i suoi primi studi di antropologia iniziarono a dare i loro frutti: appassionato delle culture del sud-est asiatico e del nordamerica, Devereux visse per un paio di anni in una tribù dei Mohave, prendendo dismetichezza con i modi, i rituali e la lingua dei nativi americani. Fu basandosi su questo curriculum vitae che venne assunto dall’ospedale militare di Topeka, città del Kansas, per cercare di venire a capo dei malori lamentati da Jimmy Picard, caporale in Francia durante i combattimenti della Seconda Guerra Mondiale vittima tra gli altri sintomi di dolorosi giramenti di testa ed estemporanee perdite della vista. Dagli incontri avuti con Picard, Devereux estrarrà quello che è a tutt’oggi il suo testo più studiato e citato, Psychothérapie d’un indien des plaines, dato alle stampe nel 1951.

Proprio da questo saggio prende corpo Jimmy P., il progetto cinematografico con cui Arnaud Desplechin si confronta per la prima volta con gli Stati Uniti d’America: nel mettere in scena i mesi di analisi tra l’etnologo e il caporale, Desplechin abbandona – per lo meno a prima vista – le sovrastrutture narrative che hanno sempre contraddistinto le sue incursioni dietro la macchina da presa per portare a termine un’operazione più lineare, quasi cristallina nella sua purezza espositiva.
È lo stesso Devereux, interpretato da un Mathieu Amalric come sempre imperdibile nonostante la tendenza ad andare sopra le righe, a interrompere le speculazioni sul proprio stato e su ciò che lo circonda che agitano la mente del piedenero Jimmy Picard: non vi è alcun bisogno di cercare motivazioni, cause ed effetti intricati e difficili da sbrogliare, perché con ogni probabilità l’unica soluzione giusta è proprio quella più semplice e a portata di mano. Allo stesso modo, dopo aver fatto tracimare il suo cinema di storie corali e percorsi psicologici arzigogolati e complessi, Desplechin si dedica anima e corpo a un film perfettamente classico, sia per quel che concerne la struttura narrativa sia per la messa in scena: nessun piano sequenza studiato nei minimi particolari, nessuna sequenza costruita sulla sorpresa dello spettatore (la mente non può che correre indietro alla oramai celeberrima discesa dalla grondaia di Amalric in Racconto di Natale), nessun dialogo in cui la bizzarria prenda il sopravvento sull’apparente normalità.

Tutto in Jimmy P. si fa compassato, quasi confessionale nella sua inevitabile costruzione per interni: un dramma da camera non privo di sincera e radiosa speranza ma anche ingabbiato in un certo qual modo nella sua stessa ragion d’essere. Proprio per via di una scelta scenografica così netta, Desplechin non può far altro che puntare tutte le sue carte sull’interpretazione dei suoi due protagonisti: si è già scritto di Amalric, ma sarebbe folle non sperticarsi in elogi per l’eccezionale lavoro di un Benicio Del Toro che domina il suo reduce di guerra con una gamma espressiva sottotraccia ma sempre comunque evidente. A parte questo, purtroppo, l’impressione è che non sempre la storia di Jimmy Picard riesca a cogliere nel segno, non aiutata in questo senso proprio dalla suddetta linearità di un film cui avrebbe probabilmente giovato uno script più elaborato. Ma Desplechin, deciso a rispettare la “verità” dei fatti e costretto a confrontarsi con una lingua, come l’inglese, che non gli appartiene – per lo meno non completamente – smarrisce per strada gran parte del suo deflagrante potenziale autoriale.
Perché è anche possibile appassionarsi al dramma umano e medico di un uomo che non ha più punti fermi con i quali confrontarsi, ma nel confronto con un altro grande “pazzo” del cinema di Desplechin – l’Ismaël Vuillard interpretato da Amalric in Rois et reine – questa storia di amicizia virile nel far west degli anni Cinquanta rischia di fuggire presto via dalla memoria.

INFO
La pagina di Jimmy P. sul sito del Festival di Cannes.
La scheda di Jimmy P. sul sito della Bim Distribuzione.
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