Salvo

Il film d’esordio di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, Salvo, è ricco di spunti tutt’altro che banali, ma incapace di incanalarli in un discorso narrativo ed estetico coerente e maturo.

Vicolo cieco

Salvo è un killer di mafia solitario, intelligente, spietato. In una mattina d’estate entra nella casa di un rivale per un regolamento di conti. Qui trova Rita, la giovane sorella dell’uomo che lui deve uccidere. Rita è cieca dalla nascita, ma quando Salvo porta a termine il suo compito i suoi occhi non tremano più. Qualcosa di straordinario è accaduto: per la prima volta nella sua vita, Rita vede… [sinossi]

Due uomini sono coinvolti in uno scontro a fuoco in una strada di periferia. Uno dei due resta ucciso, l’altro insegue uno degli avversari, che ha ferito sparandogli a una gamba: lo raggiunge in uno stabile in costruzione, e lo fredda senza alcuna pietà, non prima però di essersi fatto indicare il nome del mandante dell’imboscata. Una volta ottenuta l’informazione e liquidato il sicario, l’uomo si reca a casa del mandante, dove penetra senza alcuna difficoltà. All’interno vi trova una ragazza cieca: indeciso sul da farsi e sorpreso dalla scoperta la spia, cercando di fare il minor rumore possibile: ma la giovane si è accorta della presenza di un estraneo, e cerca di comportarsi normalmente per non dare nell’occhio. Quando però suo fratello (l’uomo che Salvo, il killer della mafia protagonista del film, deve uccidere) rientra in casa, la ragazza cerca di avvertirlo del pericolo: ne nasce una breve colluttazione con Salvo, al termine della quale Rita, la ragazza, miracolosamente vede per la prima volta in tutta la sua vita.

L’incipit di Salvo, i primi venti minuti da cui dovrebbe prendere corpo l’intera vicenda, appaiono effettivamente miracolosi: diretti con mano sicura e ispirata da una coppia di cineasti esordienti dietro la macchina da presa, rappresentano una sfida riuscita sia da un punto di vista autoriale (notevole il lungo piano sequenza che accompagna l’ingresso di Salvo nella casa del suo rivale) che sotto il profilo più smaccatamente spettacolare. Scontri a fuoco in mezzo alla strada, inseguimenti a perdifiato, con l’ossessione della vista, del visibile, di ciò che può essere svelato con lo sguardo, sempre pronta a far capolino dietro ogni angolo.L’impressione però è che Grassadonia e Piazza, una volta orchestrata l’ouverture della loro marcia funerea e vitale allo stesso tempo, abbiano smarrito il percorso che avevano tracciato: proprio quando Salvo dovrebbe spiccare il volo in maniera definitiva, finisce infatti per incartarsi su se stesso, assumendo pose immobili e ridicolmente statuarie che non portano da nessuna parte. Ciò che viene a mancare è essenzialmente una struttura narrativa che mantenga alta l’attenzione nei confronti dei personaggi protagonisti: invece sia Salvo – killer spietato e solitario eppur capace di rischiare il tutto per tutto per una ragazza che non gli è solo sconosciuta, ma perfino “nemica” – sia Rita perdono minuto dopo minuto, scena dopo scena, qualsiasi profondità potessero aver iniziato a esplorare. Tutto rimane sulla carta, incapace di prendere realmente corpo sul grande schermo: una mancanza in fase di scrittura a dir poco preoccupante, soprattutto se si considera che i due registi provengono proprio dal mondo della sceneggiatura.

Di fronte a una storia chiusasi inevitabilmente su se stessa, Grassadonia e Piazza finiscono per perdere il filo del discorso anche da un punto di vista meramente estetico: Salvo, dopo il luccicante inizio già descritto, mette in mostra una costruzione del quadro piuttosto elementare, ravvivata solo dalle intuizioni del direttore della fotografia Daniele Ciprì e da qualche sporadica illuminazione registica.Ma dove realmente il film inizia a evidenziare le sue crepe è nella costruzione dei personaggi: se Salvo appartiene a un tipo paradigmatico del cinema noir – la sua “conversione” non è poi così dissimile da quella del Leon di bessoniana memoria, tanto per dirne una –, il potenziale metaforico e teorico insito nel personaggio di Rita risulta completamente sprecato. Dovendo ragionare sull’acquisto della vista, e dovendolo fare in un contesto come quello della Settima Arte che basa la propria essenza sul confine labile tra visibile e immateriale, era lecito aspettarsi che i due cineasti elaborassero un discorso filosofico sul “miracolo” attorno al quale ruota l’intera vicenda. Invece si resta sempre sul vago, limitandosi a mostrare la volontà di Rita di recludersi volontariamente al buio e poco più. Viene francamente da chiedersi a cosa pensassero in fase di scrittura Grassadonia e Piazza, e perché la scelta sia ricaduta su un evento così paradossale e improbabile come l’acquisto della vista dal nulla, quando poi questo elemento viene svilito e sprecato senza troppi sensi di colpa.
Salvo è un esordio zoppicante, ricco di spunti tutt’altro che banali ma incapace di incanalarli in un discorso narrativo ed estetico coerente e maturo. Un piccolo film pieno di imperfezioni, di buchi e di controsensi, che è riuscito comunque a ritagliarsi il posto di apertura alla Semaine de la critique. Che sia questo, a conti fatti, il vero miracolo?

INFO
La pagina Facebook di Salvo
La scheda di Salvo sul sito de La Semaine de la Critique
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