L’esorcista

L’esorcista

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L’esorcista di William Friedkin torna in sala. Uno dei massimi capolavori del cinema horror mondiale rivive dunque sul grande schermo, per appassionare e terrorizzare nuove generazioni di adepti.

Demoni e dei

A Washington, la dodicenne Regan McNeil inizia ad assumere comportamenti sempre più violenti, finché non diviene chiaro che il suo corpo è posseduto da un demone. Sua madre, dopo aver infruttuosamente tentato la strada della medicina, chiede ad un prete esperto in psichiatria di fare qualcosa… [sinossi]
Il demone è bugiardo.
Mentirà per confonderci,
e alle menzogne mescolerà anche la verità per aggredirci.
La sua è un’aggressione psicologica, Damien.
E potente. Quindi non gli dia ascolto.
Ricordi, non gli dia ascolto.
Max von Sydow/Padre Lankaster Merrin

Quarant’anni, ecco quanto tempo è passato dalla prima proiezione pubblica di The Exorcist: chissà cosa pensarono gli spettatori in quell’occasione, quanto tremarono, se rimasero o meno sconvolti come si può leggere in qualsiasi resoconto dell’epoca. Quarant’anni, per un film, possono rappresentare un’eternità, e in particolar modo per un horror, genere che per la sua stessa essenza “visionaria” è costretto a fare i conti con l’avanzare dell’età e con il mutare delle tendenze, delle passioni, delle estetiche. Anche per questo affrontare lo scontro frontale con il capolavoro di William Friedkin appare quantomai consolante: come il monolite kubrickiano anche L’esorcista si presenta ancora come una superficie liscia, quasi fosse impossibile da scalfire anche con il più acuminato degli utensili. Dalla prima sequenza ambientata nel bailamme di suoni, luci accecanti e odori dell’Iraq (L’esorcista è un film che costringe tutti i sensi a mettersi in gioco, perché tale è la potenza delle immagini di cui si compone da lasciar traspirare dallo schermo umori, odori, fragranze di un mondo in disfacimento), lo spettatore è trascinato in un mondo a se stante, che atterrisce e annichilisce anche oggi, con la medesima deflagrante detonazione.
Il mondo degli anni Settanta non era forse pronto a un’opera che ragionasse in maniera così viscerale sulla blasfemia e sull’iconoclastia, ma il panorama non si è certo fatto meno ottuso nel corso dei decenni, anzi: la sequenza di Regan posseduta che si percuote gli organi genitali con un crocifisso fino a sanguinare possiede tutt’oggi una forza di fronte alla quale è impossibile non alzare la bianca bandiera della resa.

La riflessione sull’impatto scioccante che il film può avere sul pubblico permette di aprire il fianco su una delle argomentazioni più in controtendenza rispetto ai peana che solitamente vengono alzati nei confronti dell’opera che William Peter Blatty scrisse partendo da un proprio romanzo. A dispetto dei numerosi e meritati riconoscimenti, una parte dell’universo critico ha guardato sempre con diffidenza L’esorcista, inquadrandolo in un’ottica politica e leggendovi all’interno una pericolosa deriva reazionaria e bigotta. Volendo semplificare la questione, in effetti, non si tratta che di una reprimenda contro l’insubordinazione all’ordine costituito: nel momento in cui Regan, a pochi passi dall’età puberale, inizia a “deviare” il proprio comportamento (volgarità, una certa attitudine a non accettare i diktat materni), questo viene letto come una possessione demoniaca, unica possibile spiegazione a tutto ciò che non rientra nei codici del vivere civile, o di ciò che così viene definito. Una lettura che potrebbe anche essere avallata dalla poetica di Blatty o dalle affermazioni dello stesso Friedkin, che disse di aver voluto dirigere un film “sul senso della fede”, ma che in ogni caso non può mettere in discussione il ruolo di cruciale importanza che L’esorcista svolse all’interno delle dinamiche strutturali dell’horror.
Insieme ai di poco precedenti Rosemary’s Baby di Roman Polanski e La notte dei morti viventi di George A. Romero e all’immediatamente successivo Non aprite quella porta di Tobe Hooper, il film di William Friedkin contribuì infatti in maniera sensibile a ridefinire i contorni del cinema del terrore, costringendolo di fatto a entrare in una nuova fase, che avrebbe fatto a meno del meraviglioso tout-court per ricondurre il soprannaturale nei confini del “reale”.

Ciò che fa ancora scorrere i brividi dietro la schiena durante la visione de L’esorcista non è infatti solo la superba regia di Friedkin – che costruisce quasi ex-novo un vero e proprio canone dell’orrore, dando vita a cliché dai quali sarà difficile affrancarsi in futuro come la testa di Regan che ruota a 360°, la discesa delle scale a quattro zampe, la sostanza verdastra vomitata, la voce infernale – né la qualità dei pur rimarchevoli effetti speciali, ma piuttosto la sua ambientazione urbana. Finché il demone Pazuzu è relegato all’archivio delle bestialità esotiche il rapporto dello spettatore con esso rimane nel campo del “semplice” disagio, come ben evidenzia il montaggio e la costruzione spaziale quasi allucinogeni dell’incipit, ma quando l’azione si sposta a Georgetown l’angoscia si fa insostenibile. Le quattro mura di casa MacNeil, l’ospedale, la banchina della metropolitana, il manicomio in cui viene rinchiusa la madre di Karras, sono luoghi troppo reali, troppo vissuti, sono sinceramente credibili per non destabilizzare lo sguardo dello spettatore, costretto a relazionarsi con il mostruoso scendendo a patti con il quotidiano, in una simbiosi tra i due aspetti sempre più raggelante.
Non pago di tutto ciò, Friedkin (che arrivava dal crudo realismo di The French Connection e firmerà negli anni seguenti altre due discese negli inferi della contemporaneità come Cruising e Vivere e morire a Los Angeles) costringe i suoi attori a un’interpretazione mai sopra le righe, sempre rigorosamente naturalista. Come stesse dirigendo un melodramma ambientato nell’alta società, l’allora trentottenne cineasta di Chicago, insinua una volta di più il demoniaco nelle pieghe delle miserie umane di tutti i giorni: uno stratagemma che impedisce allo spettatore qualsiasi via di fuga dalla realtà, perché essa non esiste più o per lo meno è impossibile distinguerla dalla fase incubale.

Tra battute divenute nel corso degli anni di culto, un cast di primissimo ordine (e fa davvero impressione ragionare sul fatto che Linda Blair avesse solo tredici anni al momento delle riprese) e una sceneggiatura scritta in punta di penna, L’esorcista si appresta ora a mietere vittime nelle nuove generazioni, quelle che erano troppo giovani persino nel 2000 quando il film vide un ritorno trionfale sul grande schermo a causa del director’s cut che venne definito “versione integrale”. A riportare una volta di più nei cinema questo gioiello di purissimo terrore (dopo la presentazione in anteprima al capitolino Fantafestival) è ora la Nexo Digital, alla quale già si deve la riedizione in digitale di Akira di Katsuhiro Ōtomo: anche L’esorcista rinasce in un digitale splendido, che resiste anche alla tentazione di “ripulire” il film dalle imperfezioni dell’età – a guardar bene, durante la sequenza della levitazione di Regan dal letto, è possibile scorgere i cavi metallici che sollevarono la Blair.
Al cinema per un solo giorno, nei vostri (e nostri) incubi per sempre.

Info
L’esorcista, il trailer.
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