Class Enemy

Class Enemy

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Class Enemy, il sorprendente esordio di Rok Bicek, regista sloveno ventottenne, raggiunge finalmente le sale italiane grazie alla Tucker Film.

Lotta di classe

La professoressa di tedesco di una classe all’ultimo anno di liceo entra in maternità, e per sostituirla viene chiamato il professor Robert, dal temperamento austero e rigoroso. Il supplente trova subito ostilità nella classe, abituata ai toni colloquiali della precedente insegnante: un sentimento che andrà crescendo in maniera esponenziale in seguito al suicidio di una delle studentesse. [sinossi]

Tra i molti pregi rintracciabili nell’esordio alla regia del cineasta sloveno Rok Biček ve n’è uno particolare e sul quale sarebbe davvero delittuoso non puntare l’accento: con una scelta netta e coraggiosa Biček ambienta l’intero svolgersi degli eventi tra le quattro mura del liceo. Anche i genitori vengono ripresi solo in seguito alla convocazione per un’assemblea straordinaria con la preside e il professore di tedesco: il liceo, non-luogo per eccellenza del teen-movie, diventa la gabbia/culla/ventre materno in grado di rappresentare non solo un microcosmo a se stante, del quale il mondo “adulto” possiede coordinate assai poco precise, ma anche le distonie di una società contemporanea in cui il senso dell’istituzione scolastica si sta via via sfilacciando in maniera sempre più irreparabile.
La rabbia che i ragazzi protagonisti rivolgono verso il supplente di tedesco è solo superficialmente collegabile al suicidio della loro compagna di classe Sabina (con la quale solo in pochi potevano vantare un reale rapporto di amicizia); si tratta in realtà di un malessere più profondo, del quale nessuno riesce a comprendere davvero la causa, in primis gli stessi studenti. È il malessere di chi, ancora in procinto di confrontarsi con la realtà sociale, già ne subisce i dogmi, i rituali che, come direbbe il professor Robert, distinguono l’essere umano dagli animali.

Teso e doloroso, Class Enemy non pone mai gli studenti come un elemento a se stante da studiare con entusiasmo entomologico, ma li configura al contrario come parte in causa di una dialettica sul senso dell’esistenza, delle regole, della “comunità” che acquista spessore con il passare dei minuti. Perché Biček non pone la firma in calce “solo” a un ottimo film sulle problematiche adolescenziali, ma lancia in maniera neanche velata un j’accuse sull’intero sistema educativo, sulla degenerazione dei rapporti genitori-figli, sul crollo dell’istruzione nel senso più etimologico del termine, perfino sulla deriva di un’Europa incapace di comprendere l’universale perché troppo presa a disquisire – senza averne le basi – sul particolare.

Per raggiungere l’obiettivo il giovane cineasta sloveno allestisce un set decisamente coraggioso, assegnando i ruoli di tutti gli studenti a veri liceali di Ljubljana alla prima esperienza davanti a una macchina da presa (e i ragazzi sfoderano un’interpretazione sopraffina, degna di un premio collettivo): perfino coloro che interpretano i genitori sono i veri padri e le vere madri dei ragazzi. Un dettaglio che potrà sembrare superficiale ma che al contempo delinea con una nettezza incontrovertibile la volontà di donare al cinema uno spessore non solamente “espressivo” (per quanto la forma sia tutt’altro che involuta) ma di assegnargli anche una precisa funzione sociale. La messa in scena dunque come pratica dialettica, istante (lei sì) di “educazione”. Molti i frammenti destinati a rimanere a lungo impressi nella memoria cinefila: l’interrogazione del “secchione” della classe, l’insubordinazione via radio, il colloquio tra i genitori, la preside e l’insegnante, la protesta “mascherata”, l’ultima lezione del professore prima della gita di fine anno. Paradigmi di un cinema coraggioso, emozionante e che preferisce il dubbio alla certezza. E la superba sequenza finale riesce in un attimo a confondere sogno, metafora e realtà, traducendo in immagini quel misto di esuberanza, paura, desiderio e furia che è proprio dell’adolescenza. E non solo…

INFO
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