La mia classe

La mia classe

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Il Il nuovo progetto di Gaglianone, La mia classe, che punta l’obiettivo della macchina da presa sul mondo (volutamente) sommerso dell’immigrazione, clandestina o meno che sia. Presentato alle Giornate degli Autori 2013.

A scuola

Un attore impersona un maestro che dà lezioni a una classe di stranieri che mettono in scena se stessi. Sono extracomunitari che vogliono imparare l’italiano, per avere il permesso di soggiorno, per integrarsi, per vivere in Italia. Arrivano da diversi luoghi del mondo e ciascuno porta in classe il proprio mondo. Ma durante le riprese accade un fatto per cui la realtà prende il sopravvento. Il regista dà lo “stop”, ma l´intera troupe entra in campo. Ora tutti diventano attori di un´unica vera storia, in un unico film di “vera finzione”… [sinossi]

Il cinema di Daniele Gaglianone è sempre stato, a ben vedere, un puro esercizio didattico, inteso nel senso più nobile e gratificante del termine: fin dai tempi dei primi cortometraggi (Era meglio morire da piccoli, L’orecchio ferito del piccolo comandante, portati a termine con il supporto dell’ANCR, Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza) è stato possibile rendersi conto di come Gaglianone si muovesse in direzione di un’arte in grado di mescolare il “popolare” alla riflessione teorica sul mezzo e perfino sulla tecnologia, come dimostrano lavori che spaziano dal video alla pellicola, a volte mescolandole. Un’impressione, questa, ribadita con forza anche a seguito dell’irruzione del cineasta marchigiano nella produzione industriale, con lavori unici e mai banali come I nostri anni, esordio portato a termine nel 2001.

Il percorso di Gaglianone, fieramente laterale rispetto a dogmi, (cattive) abitudini e prammatiche della cinematografia italiana contemporanea, possiede una coerenza incrollabile, emanata anche dalle creature più incomprese, come il bel Ruggine, che passò senza troppa gloria alla Mostra del Cinema di Venezia del 2011, presentato all’interno delle Giornate degli Autori.

A Venezia (e sempre nelle Venice Days) approda anche La mia classe, nuovo progetto di Gaglianone che punta l’obiettivo della macchina da presa sul mondo (volutamente) sommerso dell’immigrazione, clandestina o meno che sia. I protagonisti del film, tutti non professionisti eccezion fatta per Valerio Mastandrea, sono infatti studenti stranieri di una classe di italiano, decisi ad apprendere la lingua per potersi inserire al meglio nella società e nell’ambiente lavorativo. Uomini e donne che hanno abbandonato la propria patria per necessità, inseguendo il sogno di una vita normale in Italia, spesso lasciando dietro di sé affetti familiari, storie più o meno dolorose, condizioni difficili. Gaglianone li pone di fronte all’obiettivo, mescolando la realtà alla finzione, sovrapponendo l’una all’altra, cercando un punto di connessione che le leghi in maniera indissolubile. Per raggiungere lo scopo imbastisce però una sorta di docu-fiction in cui l’elemento del set (o del film nel film) sembra acquistare un ulteriore elemento di messa in scena, a suo modo slegata dal rimanente contesto. Partito dalla voglia di raccontare la vita quotidiana di un professore di italiano in una classe di immigrati, allestendo un’opera di finzione tout-court (almeno seguendo le affermazioni dello stesso regista), Daniele Gaglianone è stato costretto a confrontarsi con un mondo a parte, che non poteva forse esprimere tutta la propria urgenza una volta incanalato in un progetto cinematografico maggiormente “canonico”. L’irruzione della realtà in scena, evidente fin dalle prime sequenze, deflagra in maniera irrefrenabile nel momento in cui uno degli studenti si vede negato dalle autorità italiane il rinnovo del permesso di soggiorno: come l’elettricista Vincenzo che scardinò le regole (non) scritte nel monumentale Anna di Grifi-Sarchielli, anche Issa dovrebbe incarnare la vita che va oltre il cinema e ne sconvolge la prassi. Il problema de La mia classe è che Gaglianone non sembra maneggiare con la necessaria cura un progetto sulla carta decisamente coraggioso.

Questa confusione è rintracciabile già nell’estetica che domina il film: esiste infatti uno scarto troppo netto tra la parte di costruzione narrativa e i brandelli “rubati” sul set. Un dislivello che in maniera inevitabile affossa l’idea stessa de La mia classe, finendo per veder cozzare i due segmenti senza che essi possano mai davvero compenetrarsi. Esempi come quelli del suicidio (finto) del giovane egiziano costretto a tornare in una terra in cui è esplosa la guerra civile e delle lacrime (vere) di alcuni membri della classe scaturite dal ricordo di coloro che hanno lasciato indietro – amici, parenti, amori – palesano una forzatura retorica che fino a questo momento non aveva mai invaso il cinema di Gaglianone. Le grandi potenzialità teoriche de La mia classe finiscono per diventare solo un’arma estemporanea, grimaldello utile solo a scassinare la superficie del problema. Resta la solita dimostrazione di classe autoriale di Mastandrea, ma era davvero lecito aspettarsi molto di più.

Info
La pagina de La mia classe sul sito delle Giornate degli Autori.
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