Il terzo tempo

Il terzo tempo

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Enrico Maria Artale esordisce nel lungometraggio con Il terzo tempo, un film sportivo dalla struttura classica. Non tutto funziona, ma l’idea di avventurarsi in strade poco frequentate dal nostro cinema è comunque apprezzabile.

Samuel è un ragazzo nato e cresciuto in condizioni difficili e violente che ha trascorso già diversi anni entrando e uscendo dal carcere. Viene inserito in un programma di riabilitazione presso un’azienda agricola. Il suo supervisore è l’assistente sociale Vincenzo, depresso ex giocatore di rugby ora impegnato ad allenare la squadra locale. Tra i due si svilupperà un contrastato rapporto padre-figlio, con Vincenzo che cercherà di convincere in ogni modo Samuel che la sua unica possibilità di riscatto sta nel provare a giocare come rugbista. [sinossi]

La sezione scelta – Orizzonti – non è certo quella più adatta, anche se ancora bisogna ben capire cosa voglia fare Alberto Barbera di questo spazio che da Müller era stato riservato al cinema innovativo e più coraggioso e che attualmente sembra un qualcosa a metà tra il calderone e l’imitazione in piccolo dell’Un Certain regard cannense. Nonostante ciò, si può essere discretamente soddisfatti per la selezione veneziana di Il terzo tempo, esordio alla regia di Enrico Maria Artale, reso possibile dall’inconsueta collaborazione produttiva tra la Filmauro di De Laurentiis e il CSC Production. Incentrato nel mondo del rugby, il film ha tutte le caratteristiche del classico film sportivo all’americana, al cui centro vi è il riscatto del protagonista, reietto e quasi rifiuto della società.
Il romano Samuel infatti ha tutti i crismi del bad hero, figura auto-distruttiva e nichilista, continuamente tentato dall’annullamento del sé e del mondo che lo circonda. La conoscenza dell’assistente sociale Vincenzo, anche allenatore di rugby, vedovo, depresso e violento, fa sì che il giovane Samuel veda in lui sia un suo corrispettivo paterno che un alter-ego adulto. Nel rapporto tra i due – ben interpretati da Lorenzo Richelmy e Stefano cassetti – si costruisce e sostiene il film per una sorta di bildungsroman faticosissimo e sempre rimandato a causa delle follie ora dell’uno ora dell’altro.

Artale non gira sempre con mano ferma, ma nel complesso dimostra di avere un ottimo senso del ritmo sfoderando anche alcune buone soluzioni visive (si veda ad esempio la scena della liberazione del toro); ma, in particolare, la sceneggiatura sembra essere il punto di forza di Il terzo tempo: uno script che sa giocare sapientemente con le attese dello spettatore, catturato dal timore che ciascuna delle mille sciocchezze che compie Samuel possa finire per fargli togliere la libertà provvisoria.
Immerso in una realtà di provincia, il mondo del rugby poi emerge in modo efficace, tra tifo radicato di generazione in generazione e orgoglio locale che unisce ugualmente uomini e donne. Gli stessi riti di questo sport, il cui seguito è in aumento nel nostro Paese, appaiono credibili e convincenti, come raramente capita nel nostro cinema, spesso dimentico di caratterizzare in modo realistico lo sfondo su cui si muove la vicenda. Se poi effettivamente le riprese sportive potevano essere girate in modo più spettacolare, se almeno in una sequenza sembra di assistere quasi a uno spot promozionale di questa categoria sportiva, se infine alcuni personaggi funzionano poco (a partire dalla figlia dell’allenatore), è comunque vero che Il terzo tempo riesce comunque ad essere avvincente spingendo a parteggiare apertamente e spudoratamente per il protagonista, grazie a una semplicità e a una chiarezza discorsiva – tutta al servizio della storia che si racconta – che è bello trovare tra le mani di un giovane regista. Ciò significa che forse – chissà – qualche speranza per il cinema di genere italiano ci potrebbe pur essere, un giorno.

INFO
La pagina facebook de Il terzo tempo: facebook.com/IlTerzoTempo.IlFilm
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