The Unknown Known

The Unknown Known

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È Donald Rumsfeld il vero mattatore di The Unknown Known, l’attore protagonista, l’unico centro d’interesse dell’intero documentario. Selezionato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2013.

The Man of War

Un ritratto di Donald Rumsfeld, uno dei grandi architetti della guerra in Iraq. Rumsfeld entra in scena come scrittore/attore della propria vita leggendo una scelta dei suoi “fiocchi di neve”, le decine di migliaia di appunti annotati nel periodo in cui fu membro del Congresso, consigliere di quattro diversi presidenti e per due volte segretario della Difesa. [sinossi]

There are known knowns; there are things we know that we know.
There are known unknowns; that is to say, there are things that we now know we don’t know.
But there are also unknown unknowns – there are things we do not know we don’t know.

The known knowns, the known unknowns, the unknown unknowns. Un amabile anziano che si diverte a costruire lambiccati giochi di parole, questo è il Donald Rumsfeld che irrompe in scena, ripreso frontalmente su uno sfondo neutro, in The Unknown Known, nuova creatura partorita dal celebre documentarista Errol Morris, per la prima volta in corsa per la conquista del Leone d’Oro alla Mostra di Venezia. Il regista di Vernon, Florida, In the Kingdom of the Unabomber e The Fog of War torna dunque a ragionare su uno dei temi centrali su cui si è focalizzata negli ultimi dieci anni la sua ricerca cinematografica, vale a dire cause ed effetti della seconda guerra del Golfo, quella allestita dall’amministrazione di Bush jr. con lo scopo di detronizzare Saddam Hussein.
Per farlo sfrutta una costruzione visiva e narrativa già approntata proprio con The Fog of War, dove l’oggetto dell’indagine era Robert McNamara, segretario alla Difesa durante le presidenze di John Fitzgerald Kennedy e Lyndon B. Johnson. Altri tempi, altre guerre (da quella del Vietnam a quella contro l’Iraq), ma la stessa società: magari più aperta ai diritti civili, magari in crisi da un punto di vista economico, ma sempre legata a doppio filo a un capitalismo “libero e selvaggio”. Lo stesso sistema del Capitale che portò, di fatto, a considerare vantaggioso un intervento armato a Bagdad, anche se Rumsfeld ce la mette tutta per continuare a girare intorno alle armi di distruzioni di massa, al coinvolgimento del regime iracheno con al-Qaida (smentito a parole ma ripescato da Morris in un intervento alla Casa Bianca del 2003), alla necessità di diffondere la democrazia.

Rumsfeld parla, racconta aneddoti di vario tipo, scherza apertamente con Morris (“credo che lei stia inseguendo il coniglio sbagliato”), non ha remore a dire la sua su ogni dettaglio estraibile da quelle migliaia di appunti annotati durante la sua carica nell’amministrazione della res publica: è lui il vero mattatore di The Unknown Known, l’attore protagonista, l’unico centro d’interesse dell’intero documentario. Tutto il resto passa in secondo piano, sia perché essenzialmente durante l’ora e tre quarti montata da Morris non viene alla luce nessun particolare diverso da quanto già metabolizzato e scoperto (o intuito) nel corso degli anni, sia perché a fronte di una costruzione narrativa e visiva non sempre convincente, è il fascino del maligno emanato da Rumsfeld ad attirare in maniera naturale le attenzioni del pubblico. Una verità talmente evidente che in molti alla fine della proiezione stampa a Venezia hanno segnalato il politico statunitense come papabile per la conquista della Coppa Volpi al migliore interprete maschile.

Facezie a parte, proprio nello squilibrio che fa pendere l’intero peso di The Unknown Known dalla parte di Rumsfeld si avverte una delle crepe principali del documentario di Morris, che incalza l’intervistato solo in maniera episodica, non riuscendolo praticamente mai a metterlo in difficoltà, se si eccettuano un paio di passaggi. Il ruolo del cinema diventa dunque quello di memoria storica, privata però del necessario approfondimento critico: anche per questo le immagini di repertorio utilizzate da Morris appaiono più che altro utili a non stancare eccessivamente lo sguardo del pubblico, ma in realtà inessenziali al loro vero scopo. È come se Morris, pur animato da uno spirito critico sincero, non riuscisse a tu per tu con il Nemico a opporre la necessaria forza, sufficiente a smorzare il sardonico umore satanico di Rumsfeld. Involontariamente, The Unknown Known diventa dunque un esercizio retorico sulla sconfitta della ragione e dell’umanesimo nello scontro belluino contro il serpeggiante desiderio di sopraffazione. In maniera paradossale, l’epicentro dell’intero documentario diventa dunque proprio ciò che Morris si riprometteva con ogni probabilità di mettere alla berlina, dimostrando in questo modo le crepe di un documentario affascinante ma incompiuto, lontano dai risultati eccellenti raggiunti da Morris nel corso della sua più che trentennale carriera. Sarebbe stato forse più giusto accomodare il film nel fuori concorso veneziano, dando spazio per la conquista del Leone d’Oro ai film di Wang Bing e Frederick Wiseman. Ma questa, come si sa, è un’altra storia…

INFO
Poco prima della Mostra del Cinema di Venezia, The Unknown Known è stato presentato al Telluride Film Festival. Il sito ufficiale della kermesse: telluridefilmfestival.org
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