The Armstrong Lie

The Armstrong Lie

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Il documentarista americano Alex Gibney plasma The Armstrong Lie intorno alla bugia detta dal ciclista, facendoci provare la delusione umana che lo stesso regista ha provato dopo lo smascheramento ufficiale della menzogna. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2013.

Nel 2009 ad Alex Gibney è stato commissionato un film sul ritorno di Lance Armstrong al ciclismo. Il progetto è stato accantonato quando è scoppiato lo scandalo sul doping ed è stato ripreso dopo la confessione di Armstrong. The Armstrong Lie ritorna sulla vicenda nel 2013 osservando dall’interno, in un’affascinante prospettiva, uno degli episodi più straordinari della storia dello sport. Come dice Lance Armstrong stesso, “Non ho vissuto molte menzogne, ma ne ho vissuta una molto grossa”. [sinossi]

Può una bugia cambiarti la vita? Se quella bugia viene a galla, in un batter di ciglia può ribaltare tutto il mondo che ci si è costruiti e Lance Armstrong lo sa bene. Il documentarista americano Alex Gibney plasma The Armstrong Lie intorno alla bugia detta dal ciclista, ne ripercorre i passi della messa in scena (dal 2008-2009 fino ai giorni nostri) facendoci provare la delusione umana che lo stesso regista ha provato dopo lo smascheramento ufficiale della menzogna. Nel 2008 il regista di Mea maxima culpa aveva iniziato la lavorazione di un film sul ritorno dello sportivo sul sellino dopo che aveva sconfitto il cancro ai testicoli (nel biennio ’96-’98). Nessuno avrebbe immaginato una nuova discesa in campo perché ripartire dopo un tumore non è facile e, nel caso dello sport, bisogna fare i conti anche con lo stato del corpo post-chemio e cure. Proprio per questa scelta coraggiosa, Lance Armstrong era diventato un simbolo per tutti arrivando a raccogliere più di trecento milioni di dollari per aiutare i malati di cancro. Tappa dopo tappa, il ciclista ha cominciato a riacquistare quota e a conquistare titoli, stupendo tutti e forse iniziando a destar sospetti per una risalita abbastanza repentina. Insieme alle vittorie, iniziano e si intensificano i controlli anti doping e i sospetti di aiuti extra prendono piede.

Per quanto il regista debba essere oggettivo, tanto più se si tratta di un documentario, vedendo The Armstrong Lie ci si rende conto di come sia impossibile restare totalmente distaccati se si vive a stretto contatto con la persona (s)oggetto dell’indagine della macchina da presa. Con una costruzione a incastro, Gibney mette in luce anche questa sfumatura, facendo emergere come il carattere intimidatorio di Armstrong abbia fatto cadere anche lui nella “trappola” della messa in scena della sua non colpevolezza. Nelle immagini risalenti al lavoro del 2008-2009, avvertiamo il coinvolgimento umano del filmaker, il quale, seguendo Armstrong nella fatica della ripresa, inizia a tifare per lui e a credere nella sua buona fede a differenza di chi lo accusa. Quel mezzo che solitamente fa la radiografia dei sentimenti, al momento delle riprese del primo film aveva fallito in questa missione. Armstrong era riuscito a farla franca anche di fronte all’obiettivo.

Nel 2011, infatti, come un fulmine a ciel sereno – e a film quasi concluso – arriva la notizia sconvolgente per il documentarista americano, per i tifosi e per la gente comune che lo aveva assurto quale esempio di riscatto. Nella puntata di 60 Minutes, Tyler Hamilton rivela in dettaglio le pratiche dopanti di Lance Armstrong. Ormai non era più difendibile e non c’era più scampo all’USADA (United States Anti-Doping Agency) e alla gogna mediatica.
Con questa pellicola, Gibney si e ci pone delle domande sin da subito, sia attraverso la funzione di voce narrante che tramite le scelte drammaturgiche. Perché era tornato a gareggiare nel 2008?
Potremmo dire che pur non esaurendo le risposte, il cineasta ci sottopone varie opzioni, in primis offerte dal punto di vista del ciclista che si racconta senza però sbottonarsi fino in fondo pur non potendo più mentire. L’uomo dal volto di sfinge crolla di fronte all’intervista incalzante della giornalista Oprah, la quale lo obbliga a rispondere solo in modo secco, o sì o no, senza possibilità di giustificazione (almeno all’inizio e semmai ci sia un’attenuante). Dopo una scoperta simile, Gibney non poteva più mantenere lo stesso film e così ha mutato il tiro, facendo ruotare il meccanismo narrativo intorno all’inganno e agli errori umani – e chissà che questo risvolto non abbia reso ancora più cinematografico il tutto, togliendoci dalla testa che sia un film per appassionati di sport.

Spesso colui che è dipinto come il cattivo di turno può rivelarsi una persona simpatica. È il caso di Michele Ferrari, il medico italiano che ha seguito lo sportivo nell’assunzione delle sostanze e sul piano della dieta. Stupisce la serenità con cui il dottore si pone di fronte alla macchina da presa pur sapendo di aver fatto qualcosa di sbagliato – deontologicamente e legalmente parlando.
Gibney ci fa cogliere indirettamente anche questo aspetto, non può e non vuole assolvere il ciclista americano, ma allo stesso tempo ci fa capire come non sia l’unico sportivo ad aver fatto ricorso ad aiuti chimici pur di ottenere i risultati. In The Armstrong Lie Gibney riattraversa la parabola umana che va di pari passo con quella sportiva, ci fa provare come le azioni che compiamo possono avere delle ricadute forti e drastiche nella nostra vita e non si è assolti solo perché, nel frattempo, si è stati mitizzati, anzi, forse, si riceve ancora più intransigenza. Il cineasta americano non è nuovo a documentari che toccano lo sport – pensiamo alla biografia del giocatore di hockey Chris “Knuckles” Nila in The Last Gladiators (2011) e a Catching Hell (2011) con cui ci aveva spinti a riflettere sul significato del termine “capro espiatorio” per quanto si tratti di situazioni diverse rispetto a The Armstrong Lie – senza però circoscriverli a un pubblico di tifosi.

Guardando il film, nel passaggio dalle interviste del 2008-2009 a quelle del 2013, sembra che il personaggio Armstrong fosse talmente tanto dentro la messa in scena dell’inganno che quasi ha ingannato se stesso come uomo.
«Nello sport o vinci o perdi, nella malattia se perdi, muori». L’uomo che sfidava tutti i corridori (anche quelli della propria squadra) e che si era misurato col cancro, pur avendo formalmente vinto le gare, dopo essersi sporcato il sangue, ha perso tutto ciò che aveva conquistato con la fatica sin da ragazzino. Chissà se, a posteriori, abbia messo in discussione – almeno in cuor suo – la voglia di vincere a tutti i costi.

«Avevano preferito una bella bugia alla brutta verità»
Note
La pagina facebook di The Armstrong Lie.
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