Feng Ai

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Fuori concorso al Lido, Feng Ai di Wang Bing indaga, in modo spietato e commovente, un’altra delle distorsioni della Cina contemporanea: le terribili condizioni di vita in un manicomio.

In un manicomio isolato vivono cinquanta uomini che trascorrono i loro giorni rinchiusi in un piano dell’edificio. Hanno rari contatti con il mondo esterno, perfino con l’équipe medica. [sinossi]

Le istituzioni manicomiali e le loro tipiche forme di segregazione sono state largamente rappresentate nella storia del cinema occidentale, in special modo tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima dei Settanta, sull’onda di un complessivo ripensamento del vivere sociale. Ma è in particolare a Titicut Follies di Frederick Wiseman del 1967 che vogliamo riandare con la memoria nel rapportarci a Feng Ai, nuovo film di Wang Bing presentato fuori concorso a Venezia 70 e incentrato per l’appunto sull’esistenza di cinquanta uomini reclusi in un manicomio cinese. Nessuna sovrastruttura autoriale, nessun tentativo di forzare in senso melodrammatico e patetico la vita quotidiana dei degenti, quanto al contrario uno sguardo partecipe e se vogliamo “corporeo” la cui presenza in scena del regista – allora Wiseman in collaborazione con John Marshall, oggi Wang Bing – testimonia allo stesso tempo una volontà di denuncia e un processo di identificazione e di immersione in una realtà che, per quanto orribile possa essere, va esperita fino alle estreme conseguenze.
Del resto, di fronte a una società come quella cinese contemporanea che sta vivendo una lunga fase di boom economico, le contraddizioni si propongono sotto certi aspetti in maniera simile a quanto accadeva in Occidente poco più di quarant’anni fa. E allora, vien da dire che c’è un bisogno quasi primario di un documentarista come Wang Bing, capace per l’appunto di non retrocedere di fronte a nulla, nemmeno di fronte alla possibile e benpensante accusa di “brutalizzare” i suoi protagonisti mettendoli in scena in qualsiasi momento, anche in quelli più imbarazzanti.

È infatti solo mostrando tutto, senza arretrare di fronte all’osceno, che si può esperire la drammatica condizione di vita di questi cinquanta uomini ed è seguendoli in continuità nelle loro ossessive e onanistiche occupazioni che può essere davvero resa in maniera autentica l’inane e inerte loro vita. In tal senso Wang Bing, come in altri suoi titoli, lavora sulla durata e sulla ripetitività dei gesti, in un modo che forse stavolta, di fronte all’insensatezza delle azioni e occupazioni dei degenti, raggiunge un culmine simbolico: la caduta nel non-senso è d’altronde caratteristica ineludibile del Potere repressivo, è l’atto per eccellenza della repressione che annulla la coscienza individuale. Così, con caratteristiche in fin dei conti abbastanza similari rispetto a quel che si vedeva in The Ditch (presentato in concorso al Lido nel 2010), Wang Bing mostra in Feng Ai la convivenza coatta di uomini che, rinchiusi per motivi differenti (problemi psichiatrici e omicidio, ma anche per problemi in famiglia o con funzionari locali), sono costretti a perdere il contatto con il reale e non riescono più a controllare il corpo e la parola.
A differenza poi di quanto accadeva in Wiseman e di quanto normalmente si presume che accada in istituzioni siffatte, in Feng Ai i degenti non hanno praticamente alcun rapporto con medici e/o infermiere che appaiono di tanto in tanto per somministrare qualche medicina. Li vediamo perciò isolati, correre magari lungo il ballatoio (e pedinati ossessivamente di corsa da Wang Bing che non si tira indietro di fronte alla sfida di uno di loro, il quale gli chiede di seguirlo ancora una volta nella sua corsa senza senso) o tentare di uccidere degli insetti inesistenti. Ma, se possibile, la crudeltà della loro condizione emerge in modo ancor più radicale nel momento in cui ricevono visita dai parenti, a cui chiedono di poter uscire sentendosi rispondere che non gli è concesso.

Ogni tipo di positivismo insito idealmente nella nascita delle istituzioni manicomiali viene dunque qui negato nella maniera forse più drastica che si sia mai data da vedere: tutto è immobile nella loro esistenza e anche la presunta fuga di uno di loro non conduce a nulla, se non a una gigantesca periferia senza fine e priva di socialità.
Con la sua solita macchina a mano Wang Bing riprende volti e corpi di queste figure desolate riuscendo a colorare simbolicamente il ballatoio, che dà su un cortile esterno da cui è separato da delle sbarre, come limbo, luogo dell’attesa e del camminare vacuo, dell’incontrarsi casuale tra l’uno e l’altro degente, ciascuno seguendo un suo personale e monadistico percorso interiore ed esteriore.
E, forse, ancor più che in passato – in questo luogo che non ha fughe prospettiche e non ha alcuna via d’uscita – Wang Bing riesce a lavorare sulla sensazione di claustrofobia lasciando che anche dal fuoricampo provengano suoni che non rimandano ad altro che al manicomio stesso: in tal senso, un ossessivo rumore che sentiamo fuori dall’inquadratura è il ciabattare insistito dei degenti che camminano per il corridoio, che magari ruotano su se stessi o assistono alle riprese di Wang Bing, la cui presenza in scena non è mai nascosta ma anzi enfatizzata, osservatore partecipante di antropologica memoria.

INFO
Feng Ai al Toronto Film Festival.
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