Aspirante vedovo

Aspirante vedovo

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Massimo Venier firma un inutile remake. Un tempo la commedia all’italiana serviva a sbalordire la borghesia, costringerla a trovare una postura diversa: oggi, e Aspirante vedovo ne è perfetto paradigma, serve al massimo a far sbadigliare la borghesia, e a permetterle di cambiare canale durante la pubblicità.

Il quarantacinquenne Alberto Nardi, nonostante ami apparire come giovane imprenditore rampante, è un mantenuto che vive alle spalle della moglie Susanna, tra le personalità di spicco dell’economia italiana. La donna mal sopporta lo smidollato marito, che però tra una vessazione, un’amante dura di comprendonio e una figuraccia pubblica inizia a coltivare l’idea di togliersela di mezzo per mettere le mani sulla cospicua eredità… [sinossi]

Nelle miserie di una produzione cinematografica italiana che anno dopo anno, eccezion fatta per isolati e sporadici casi, continua ad arrancare dietro fallaci teorie di “profitto assicurato”, all’inseguimento di un benessere – puramente economico – che è invece chimera illusoria, un titolo come Aspirante vedovo contribuisce ad affossare anche le più rosee speranze di una pur timida inversione di tendenza. Come tutte le espressioni dell’arte incapaci di guardare all’oggi con occhi maturi e di confrontarsi con il panorama (altrettanto desolato) che le circonda, anche il cinema italiano cerca rifugio nelle comode e calde cavità del passato glorioso. La decalcomania di un grande classico della commedia nostrana come Il vedovo di Dino Risi, lucido e crudele esempio di fermo immagine su un boom economico appena sul punto di esplodere, rappresenta a sua volta la radiografia inesorabile di una spinta creativa sempre meno convinta, coerente e decisa. Non si tratta tanto di una questione di “lesa maestà” nei confronti dell’originale (per quanto i birignao di Fabio De Luigi dietro i quali si cela il menefreghismo rampichino e mellifluo di Alberto Sordi tendano, col passare dei minuti, a infastidire), che di rifacimenti più o meno riusciti il cinema italiano ne ha affrontati in discreta quantità. No, la riflessione che matura spontaneamente al termine di Aspirante vedovo scava in profondità assai maggiori: dietro la meccanica imperfetta di un corpo inerte come quello che sorregge la struttura del film di Massimo Venier si cela un vuoto di senso così palpabile e palese da rappresentare a suo modo il nadir della supposta “nuova” commedia italiana. In un magma indistinto di opere sempre più omogenee, in cui lo scarto narrativo si fa cartavelina ma quello estetico è realmente inesistente, il percorso tracciato in maniera collettiva dalle principali case di produzione italiane si arena definitivamente, svelando il proprio volto e la propria ineluttabile vacuità.

Film comico che, andando contro qualsiasi regola aurea della risata, non può far ridere – per mancanza di ritmo del montaggio, di cura della battuta, di costruzione del gag, di assoluta inadempienza ai più basilari diktat sul “tempo comico” – Aspirante vedovo si limita a interpretare il ruolo di opera “scorretta”, pretendendosi diverso dal mare magnum del rimanente panorama italiano. Ma bastano a un film battute sugli immigrati morti sui ponteggi dei cantieri, preti più interessati a rispondere al cellulare che a benedire fedeli e industriali corrotti per poter ambire all’aggettivo cattivo? Anche nella farsa più bieca e retriva vengono esasperati i vizi dei gaglioffi che siedono sugli scranni del potere. Anche nella commedia più reazionaria e di grana grossa ci si diverte a mettere alla berlina le cariche che il cittadino medio non può neanche lontanamente agognare. Aspirante vedovo non è una commedia cattiva, non viene nemmeno sfiorata da un’unghia di sarcasmo: è solo la stanca ripetizione di uno schema predefinito (sia De Luigi che la Littizzetto non fanno che riproporre per l’ennesima volta i propri canovacci attoriali, il primo impegnato nel personaggio del mediocre che non lucra solo perché non ci riesce, e la seconda in quello della donna stizzosa, acida e priva di qualsiasi titubanza), che si attacca alle contingenze della contemporaneità solo per sfruttarne l’appeal sul pubblico, ma senza una reale intenzione di giocare con la realtà, infrangendone regole e dinamiche come al contrario si dovrebbe pretendere dall’universo comico.

Nell’Alberto Nardi interpretato da Sordi si nascondeva non solo l’omuncolo disposto anche ad arrivare all’omicidio della consorte – una monumentale Franca Valeri – pur di toccare con mano il sogno di una vita da miliardario e non da mantenuto, ma anche il ringhio persistente di una nuova Italia abbagliata dalle luci fittizie del capitalismo, cresciuta nella polvere del dopoguerra e pronta a sbranare chiunque pur di azzannare una pur miserrima fetta della torta. Nelle pieghe de Il vedovo già si intravvedeva, controluce, l’ordito che avrebbe composto di lì a pochissimi anni la trama di un capolavoro come Una vita difficile, in cui utopie e distonie del dopoguerra si sarebbero fuse magistralmente. Ben più comoda, meno rischiosa e a ben vedere inutile la via su cui prende corpo il film di Venier – regista a sua volta mediocre, sempre disposto ad adattare il proprio sguardo ai dialoghi e mai interessato all’operazione inversa –, figlio di un’epoca in cui il diktat è “essere innocui, insomma, che sennò è volgare”. Un tempo la commedia all’italiana serviva a sbalordire la borghesia, costringerla a trovare una postura diversa: oggi, e Aspirante vedovo ne è perfetto paradigma, serve al massimo a far sbadigliare la borghesia, e a permetterle di cambiare canale durante la pubblicità. Mala tempora currunt, ma questo si sapeva già…

Info
Il trailer di Aspirante vedovo.
Una clip di Aspirante vedovo.
Aspirante vedovo sul canale Film su YouTube.
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