Una piccola impresa meridionale

Una piccola impresa meridionale

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Alla sua opera seconda, Rocco Papaleo firma un film spaesato ma non privo di intuizioni ammalianti, costruito su un microcosmo attoriale in cui spiccano le interpretazioni dello stesso regista, di un eccellente Riccardo Scamarcio, e dell’ottimo Giovanni Esposito.

Cosa succede se un prete spretato, una prostituta “in pensione”, e il marito cornificato dalla sorella dell’ex sacerdote (fuggita lontano, forse a Pechino, con la sua nuova fiamma) si ritrovano a convivere in un vecchio faro dismesso, per tenersi ben lontano dagli occhi e dalle malelingue degli abitanti del paese? E questo non è che l’inizio… [sinossi]

Il meridione come terra a se stante, lontana da tutto e tutti, dai clamori frastuoni sozzure delle metropoli ma anche dall’incedere del futuro e, a volte, anche dello stesso presente. Non è un caso che il cinema di Rocco Papaleo, almeno considerando le prime due sortite dietro la macchina da presa – questo Una piccola impresa meridionale e il precedente Basilicata Coast to Coast – sembri volgere con insistenza lo sguardo al passato della commedia italiana e all’italiana, rincorrendo umori, atmosfere e incastri narrativi che hanno scavato un solco ben definito all’interno della produzione nostrana. Le tematiche, quelle sì, lo ancorano al presente (l’accettazione dell’omosessualità, la “nuova” famiglia, l’utilizzo del termine escort, il prete che abbandona il sacerdozio per amore di una donna), ma si tratta in fin dei conti solo di un dettaglio, per di più a conti fatti il meno essenziale.
Se c’è un difetto che inficia parte delle potenzialità di Una piccola impresa meridionale è proprio la fastidiosa sensazione che affiora di quando in quando di trovarsi a tu per tu con un film a tesi, costruito a tavolino più per amore del tema che della narrazione tout court. Accumulando una lunga serie di personaggi emblematici – l’ex prete, la prostituta, il marito cornificato, la coppia lesbica, l’anziana madre bisbetica, il servizio di ristrutturazione itinerante, il funambolo senza più circo per esibirsi, la bimba/ballerina, i musicanti che spaziano dal pianoforte al theremin – Papaleo travalica il senso stesso del bizzarro rischiando in più di un’occasione di cadere nella retorica più spicciola e inessenziale.

In particolar modo alcune figure cardine del racconto, come la prostituta decisa ad abbandonare la professione interpretata da una Barbora Bobulova come sempre piuttosto inadeguata alle timbriche della commedia (impressione già emersa nel dittico Immaturi/Immaturi – Il viaggio, in Ti presento un amico di Carlo Vanzina e in Scialla! di Francesco Bruni), appesantiscono in maniera superflua l’impianto narrativo. Papaleo, innamorato dei propri personaggi e intenzionato a non lasciare nulla di intentato per quel che concerne la loro resa sullo schermo, non può però evitare che questa attenzione particolare innesti un effetto domino in grado di produrre alcuni buchi narrativi e una certa superficialità nello sviluppo degli eventi. Peccato, perché il piccolo mondo (a suo modo antico e modernissimo) creato da Papaleo presenta degli spunti non indifferenti, soprattutto per quel che concerne la scrittura dei dialoghi e la sospensione di un mondo credibile e allo stesso tempo fatato, quasi favolistico nella sua scelta di un non-luogo immerso nel nulla, castello incantato che non può essere contaminato dalle minuzie della contemporaneità.

Ne viene fuori un film spaesato ma non privo di intuizioni ammalianti, costruito su un microcosmo attoriale in cui spiccano le interpretazioni dello stesso regista, di un eccellente Riccardo Scamarcio, e dell’ottimo Giovanni Esposito. Anche se a rubare la scena a tutti è con ogni probabilità Giuliana Lojodice, una vita divisa tra il palco, i set (non molti, ma piuttosto significativi, da Fellini a Risi passando per Matarazzo e Scola) e perfino la conduzione del Festival di Sanremo: la sua Stella, madre imbufalita con i figli per averla resa lo zimbello del paese, è l’anima frastagliata, cocciuta e ironica di un’opera seconda traballante, ma in grado in ogni caso di segnalare alcune importanti distinguo rispetto al disperato panorama della commedia italiana degli ultimi anni. Il paragone, necessario e inevitabile, è con il retrivo Aspirante vedovo di Massimo Venier, a sua volta da pochi giorni nelle sale: là si occhieggiava apertamente al passato storico della commedia popolare nostrana, fallendo l’aggancio e mostrando le miserie di una scrittura sciatta e approssimativa. In Una piccola impresa meridionale, al contrario, si sbaglia per eccesso, per un’esagerata ma vitale volontà di mettersi in gioco, di guardare al passato senza mai nascondersi di fronte al presente, ma fronteggiandolo a occhi aperti. Una sfida vinta solo occasionalmente, ma che non si svilisce mai. In tempi di magra, una piccola vittoria.

Info
Il trailer di Una piccola impresa meridionale.
Una piccola impresa meridionale sul canale Film su YouTube.
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