L’amministratore

L’amministratore

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Le lunghe giornate di Umberto Montella, amministratore di numerosi condomini a Napoli. Con la sua famiglia al lavoro nello studio. Le riunioni, gli incontri e i problemi quotidiani di piccola e grande portata. L’eterogeneo stuolo di clienti ci racconta l’Italia di questi giorni. [sinossi]

Continua ormai senza scossoni la carriera di Vincenzo Marra, regista napoletano che ha presentato all’ottava edizione del Festival di Roma L’amministratore, apertura un po’ azzardata di CinemaXXI, visto che – al contrario di quel che dovrebbe essere la sezione più erratica ed eccentrica del festival – si tratta di un film sostanzialmente canonico nella sua proposta documentaristica. Dopo la tremebonda débâcle di Venezia 2007 con L’ora di punta – opera di finzione decisamente troppo ambiziosa e fischiata impietosamente alla Mostra esagerandone i difetti – Marra è tornato prima con Il gemello (2012) e poi con questo L’amministratore (2013) alla dimensione più confortevole già sperimentata in anni recenti con L’udienza è aperta (2006), ottimo ritratto documentario della vita forense napoletana.

Con L’amministratore si aggiunge un nuovo tassello alla disamina della napoletanità, prendendo come fulcro l’amministratore di diversi condomini, attivo nei quartieri più ricchi della città come in quelli più poveri e popolari, quali ad esempio il rione Sanità. Un mestiere che si presume e si immagina grigio nel resto d’Italia e che, invece, grazie anche alla verve e alla profonda umanità del protagonista, Umberto Montella, diventa nella brulicante metropoli partenopea, un elemento indispensabile di tessitura sociale. Seguendo con discrezione ma con costanza il suo protagonista nella sua attività quotidiana, Marra ci mostra l’amministratore mentre dirime controversie, cerca di far riavvicinare due fratelli che non si parlano più, fa da mediatore tra due vicine di casa che non si sopportano, e così via. E sorprende scoprire quanto sia indispensabile una figura di tal fatta all’interno di una società tanto reticolare come quella napoletana.
In tal senso, pur privo della dinamica ormai fuori moda dell’intervista, L’amministratore vale comunque come buon esempio di classicità documentaria, proprio perché risponde a un’esigenza primaria del cinema del reale: quella di mostrare risacche di realtà altrimenti rimosse. Ovviamente, un contributo decisivo alla riuscita del film viene dalla straordinaria mimica e dalla capacità espressiva e d’espressione del popolo partenopeo, capace sempre di stupire con un guizzo e una riflessione colorita. E a Marra, dal canto suo, non resta altro che essere sempre pronto a cogliere il momento giusto, senza far mai sentire la sua presenza in scena. Una dote tutt’altro che scontata, come del resto dimostrato di recente in Sacro G.R.A. in cui, a tratti, i personaggi trovati da Gianfranco Rosi sembrano fare l’occhiolino al pubblico (si pensi ad esempio alla figura del portantino o a quella dell’anguillaro).

Ciò però che convince meno ne L’amministratore sono quei brevi brani in cui improvvisamente si sente la mano dell’autore. Si tratta di piccoli momenti che pure stonano con il resto e ne forzano la lettura: pensiamo in particolare ai suonatori e ballerini di colore che cantano in napoletano (figure che chiunque sia stato a Napoli negli ultimi tempi conosce a menadito) e ai santoni indiani che si sostengono l’un l’altro sfidando la forza di gravità. In questo secondo caso, addirittura, l’amministratore fa una faccia perplessa, evidentemente rivolta al suo regista e al suo pubblico. Uno scarto di tono, una discesa nel folklore, che forse sarebbe stato meglio evitare.

 

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