I Am not Him

I Am not Him

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L’introverso Nihat, impiegato nella mensa di un ospedale, è turbato dalle attenzioni che gli riserva Ayşe, una misteriosa donna assunta da poco come lavapiatti. A dispetto dell’iniziale riluttanza, un giorno l’uomo cede e decide di accettare un suo invito a cena: è l’inizio di una relazione pericolosa e inquietante. [sinossi]

È un labirintico gioco ad incastri quello portato sullo schermo da Tayfun Pirselimoglu, che pedina il suo protagonista accompagnandolo nella sua progressiva ed inesorabile caduta nel vortice della morbosità: impiegato in una mensa, Nihat trascorre le sue giornate lavorative sbucciando patate e lavando i pavimenti. La sua è una vita di silenzio e solitudine, colmata talvolta dalla compagnia di un paio di amici o dalla televisione, unica “coinquilina” in un piccolo appartamento spoglio: la quotidianità dell’uomo verrà turbata dall’incontro con la misteriosa Ayşe, una collega attorno alla quale si moltiplicano le chiacchiere, soprattutto per via della lunga pena carceraria che starebbe scontando il marito. Grazie a una fotografia, Nihat scopre – non senza un pizzico di inquietudine – di somigliare moltissimo al coniuge galeotto: è l’inizio di un complicato processo di disgregazione dell’io.

I Am Not Him – primo film presentato in Concorso all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma – si addentra nel terreno dell’alienazione, in un lento viaggio verso la perdita di identità: ed è proprio questo il perno centrale su cui si incardina l’idea fondante dell’ambizioso progetto del regista turco, che da uno spunto narrativo minimale cerca di trarre materiale per un articolato racconto (?) di dissociazione emotivo-personale: messa in scena essenziale, inquadrature fisse, dialoghi scarni, toni surreali e accenni grotteschi per una pellicola che punta tutto sulla dilatazione temporale e sull’esasperazione delle situazioni, in una vera e propria escalation auto-punitiva. Dopo una prima parte che fatica a trovare la propria dimensione, zavorrata dalla ripetitività e dalla monotonia della narrazione, il secondo segmento si dimostra più incalzante, sebbene la sensazione di fondo sia quella di una pellicola costruita su misura attorno alla fascinazione per gli elementi non-sense: personaggi, eventi, dettagli e circostanze tornano e ritornano, ma alle spalle sembrerebbe mancare la solidità di un’idea che vada ad imprimere una vera direzione al film.

Il furto d’identità ma anche la necessità di supplire all’assenza: Pirselimoglu non sembra cercare risposte ma non parrebbe troppo incisivo nemmeno nel tratteggiare le domande da cui dovrebbe prendere le mosse l’intera vicenda, limitandosi a una lettura tendenzialmente superficiale dei personaggi. Lo scarso approfondimento riservato alle figure chiave della storia potrebbe mostrare una sua utilità, facilitando il processo di sovrapposizione e annullamento di Nihat in funzione della sua nuova identità: tuttavia anche in questo caso l’evoluzione del protagonista viene presentata con eccessiva schematicità, senza voler restituire tridimensionalità al dramma di un uomo che pur di smarcarsi da un’esistenza insoddisfacente sceglie di rinunciare a sé e di vivere la vita di un altro.
Molte sembrerebbero essere le possibili fonti di ispirazione/fascinazione di Pirselimoglu che, forte della sua esperienza di pittore e scrittore, cerca di inglobare diversi linguaggi e di rimodellare classici stilemi del cinema surreale, non sempre con risultati pienamente convincenti: di certo la suggestività di I Am Not Him risiede nel suo carattere statico e contemplativo, adatto a raccontare l’incontro e l’intreccio di due prigionie – una fisica e una emotiva – destinate a diventare due facce di una stessa medaglia. Peccato per quelle ambizioni un po’ troppo ingombranti che frenano le potenzialità del progetto.

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