Song’e Napule

Song’e Napule

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Song’e Napule è un film inevitabilmente corale, perché il vero protagonista non è da ricercare tra gli ottimi Alessandro Roja, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso o Peppe Servillo, ma nelle vie di una città splendida e terribile allo stesso tempo. Un film che trasuda Napoli, mettendola in scena come corpo vivo. Un divertente e riuscito omaggio al poliziottesco firmato dai Manetti Bros.

Napoli canta: la polizia vuole giustizia

Paco Stillo è entrato in polizia solo grazie alla raccomandazione di un assessore, e non è neanche in grado di usare la pistola. Ma ha una dote indispensabile per acciuffare il killer della camorra su cui Cammarota, commissario dai metodi poco ortodossi, sta cercando da anni di mettere le mani: è uno straordinario pianista… [sinossi]
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Titoli come Concerto per pistola solista, La mala ordina, Milano trema: la polizia vuole giustizia, La città si ribella, Torino nera, Genova a mano armata; registi del calibro (nove) di Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari, Umberto Lenzi, Stelvio Massi; uno star system dominato dai nomi di Maurizio Merli, Luc Merenda, Tomas Milian, Frank Wolff. Metropoli sporche, in cui la violenza regna sovrana e l’ordine e il disordine si fondono l’uno nell’altro, senza alcuna soluzione di continuità. Il poliziottesco, pur potendo godere di una vita produttiva assai più breve rispetto ad altri generi storici del cinema italiano come il giallo, il peplum e l’horror gotico, ha segnato in maniera indelebile un’intera epoca della cinematografia nostrana, descrivendo (in maniera spesso esasperata) il conflitto interno di una nazione lacerata dalla lotta alle mafie e dall’insorgere di movimenti armati come le Brigate Rosse. Un microcosmo che ha saputo regalare pagine intense, spaziando dal noir più cupo e disperato alla commedia fracassona e al limitar del trash nella quale si specializzò Tomas Milian.
Con il positivismo plastificato degli anni Ottanta e la crisi produttiva che investì l’Italia un genere così crepuscolare non poté far altro che cedere il passo e svanire, tranne sporadiche resurrezioni spesso passate nel più totale silenzio critico (un’opera complessa e riuscita come L’odore della notte di Claudio Caligari aspetta ancora la sua totale e compiuta rivalutazione). Segnali incoraggianti arrivano proprio dal 2013: prima l’uscita in sala dell’irrisolto – e per molti versi mediocre – Cha cha cha di Marco Risi, confuso e piatto quanto pretenzioso, quindi la ben più riuscita incursione nel genere dei Manetti Bros., che hanno presentato Song’e Napule nel fuori concorso dell’ottava edizione del Festival di Roma. L’incipit folgorante in cui Carlo Buccirosso giganteggia nel ruolo del questore di Napoli basterebbe da solo a fotografare con estrema precisione il carattere indomito e complesso di una creatura tutt’altro che facile da catalogare. I toni virano decisamente in direzione della commedia – grazie anche a una sceneggiatura dominata da dialoghi ficcanti e che non scadono mai nella faciloneria della battuta predigerita – ma questo non significa che Marco e Antonio Manetti puntino a una parodia del poliziesco. Sotto la pelle pop ed esagerata dei bizzarri protagonisti della vicenda – a partire ovviamente dal cantante neomelodico incarnato nelle fattezze di Giampaolo Morelli – si agitano schegge impazzite di noir hongkonghese, polar, gangster movie d’oltreoceano, perfino i fermi immagine dell’iperreale con cui il cinema italiano sta ultimamente approcciando la camorra.

Song’e Napule è un film inevitabilmente corale, perché il vero protagonista non è da ricercare tra gli ottimi Alessandro Roja, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Paolo Sassanelli, Carlo Buccirosso o Peppe Servillo, ma nelle vie di una città splendida e terribile allo stesso tempo. Un film che trasuda Napoli, mettendola in scena come corpo vivo, dal respiro ora placido ora affannoso e dall’indole paciosa ma iraconda. Congegno narrativo davvero ben calibrato – forse si avverte qualche lungaggine nella parte centrale, ma si tratta in ogni caso di dettagli di secondaria importanza che non inficiano in nessun caso la solidità dell’impianto –, l’opera quinta dei Manetti intrattiene anche lo spettatore più esigente con una serie pressoché infinita di cambi di registro, colpi di scena, battute divertenti. I Manetti giocano con un immaginario sfatto e ai limiti del ridicolo come quello dell’universo neomelodico partenopeo senza mai svilirlo, ma accentuandone semmai gli spigoli più grotteschi.

In un’Italia che continua ad affannarsi a recuperare il proprio cinema popolare del passato senza preoccuparsi dell’oggi, in una logica museale che finisce inevitabilmente per svilire anche il dovuto atto di riappropriazione cinefila, Song’e Napule (come già Paura 3D, L’arrivo di Wang, Piano 17 e Zora la vampira) rappresenta un punto di rottura liberatorio, da non lasciarsi sfuggire e da non far cadere subito nell’oblio preventivo, arma di distruzione dell’immaginario troppo spesso in voga nella penisola.

Info
Il trailer ufficiale di Song’e Napule.
La scheda di Song’e Napule sul sito del Festival di Roma.
Song’e Napule sul sito di Microcinema.
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1 Comment

  1. Donato 19/05/2014
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    Simpatico film che si basa però su un errore di fondo:in polizia di stato si entra per concorso pubblico e non con raccomandazione dell’assessore.

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