Atlas

Presentato al Festival di Roma 2013, Atlas non può fare a meno della materialità del corpo, mostrato in tutte le sue naturali imperfezioni, con uno sguardo che non si fa mai curioso e che non si pone mai al di sopra di ciò che sta prendendo forma all’interno dell’inquadratura.

A. è un uomo senza legami, che vive una vita errabonda in giro per il mondo. In questi viaggi si intrattiene con prostitute e assume droga. Il film è il diario fedele e mai compiaciuto di tutto ciò… [sinossi]

Sullo schermo scorrono i titoli di coda e si accendono le luci in sala, in un silenzio quasi irreale. Non è facile riemergere alla vita dopo l’ora e un quarto di Atlas, nuovo lungometraggio di Antoine d’Agata presentato nel concorso di CinemaXXI all’ottava edizione del Festival del Film di Roma. Emozioni contrastanti, che mescolano una pietas infinita a un istintivo – e mal gestibile – senso di repulsione, schiacciati dal peso di una visione annichilente. Durante il tradizionale incontro post-proiezione, con la produttrice e la montatrice del film a fare le veci dell’assente d’Agata, si crea un botta e risposta sincero e appassionato tra due spettatori: il primo, senza dubbio animato da uno spirito civile che non riesce però a non venire a patti con uno sguardo moralista (e aprioristicamente certo delle proprie convinzioni), si infervora, definendosi indignato da un’opera che avallerebbe sia la prostituzione che l’assunzione di droghe. A lui risponde una spettatrice, definendosi a sua volta indignata e offesa dalle parole dell’uomo e difendendo al contrario Atlas e la sua sincera messa in scena di un universo verso il quale non muove giudizi morali di alcun tipo.

Questo scambio di battute esemplifica con una certa chiarezza il ruolo che un’opera come quella di d’Agata svolge: nel mostrare gli amplessi con le prostitute che incontra in giro per il mondo (da Manila a Los Angeles, da Copenaghen a Phnom Pehn), il regista e fotografo francese di nascita ma apolide per vocazione non si lascia mai avviluppare dalle spire del voyeurismo, né si accontenta di filmare da una “giusta distanza”. Atlas non è un resoconto più o meno scandalistico, indignato o accomodante sullo stato della prostituzione ai quattro angoli del globo, ma un video-diario, la registrazione personale di uno status vivendi che in molti considererebbero con ogni probabilità socialmente inaccettabile.
L’homo videns cinematografico si è progressivamente imborghesito, appiattendosi su un’idea di arte che troppo spesso si accontenta del “civile” e del “morale” perdendo il senso dell’umano. Uno sguardo dall’etica non incrollabile ma bensì irremovibile, ferma su se stessa, abituata a codici e sinapsi predigerite, costruite a priori, mai capace di mettersi realmente in discussione. Tutto questo apparato di pensiero non può che cozzare duramente contro la spessa pellicola che protegge e racchiude Atlas: non c’è compiacimento nell’immagine costruita da d’Agata, per quanto essa sia curata, levigata, studiata a tavolino. Anzi, proprio questo sfavillio estetico nella messa in quadro dei corpi nudi (sempre in stanze spoglie, ricche di zone d’ombra) rende ancora più evidente la scelta di d’Agata, di un’asciuttezza poetica ed espressiva che colpisce con fermezza lo spettatore.

Anche nelle parole delle prostitute, riflessioni che d’Agata ha registrato a parte dopo i rapporti sessuali, si percepisce un lirismo sincero, che mantiene al suo interno il dolore, lo stupore, la dolcezza di un’umanità erratica per scelta e per necessità, priva di punti di riferimento al di fuori del proprio corpo. Anche per questo Atlas non può fare a meno della materialità del corpo, mostrato in tutte le sue naturali imperfezioni, con uno sguardo che non si fa mai curioso e che non si pone mai al di sopra di ciò che sta prendendo forma all’interno dell’inquadratura. È giusto e doveroso rimanere scioccati, anche sconvolti, da una visione estrema e fuori dai canoni a cui ci si è progressivamente abituati come quella che propone Atlas, perché è un’opera che costringe a interrogarsi sul significato dell’aggettivo etico abbinato al cinema, e perché raramente si ha la possibilità di imbattersi in un regista in grado di mettersi a nudo di fronte al proprio uditorio senza mai ricattarlo e senza costringerlo a un punto di vista predefinito.
Sempre che non ci si accontenti, per mettersi l’anima in pace, di “épater le bourgeois”…

Info
La pagina facebook di Antoine d’Agata, regista di Atlas.
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