Il mondo fino in fondo

Il mondo fino in fondo

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Esordio nel cinema di finzione di Alessandro Lunardelli, Il mondo fino in fondo: un mix di generi al servizio di un racconto di formazione. Presentato fuori concorso in Alice nella città e ora in sala, distribuito da Microcinema.

Davide e suo fratello Loris, vivono ad Agro, un paesino del nord Italia. Figli di un industriale della zona, i due lavorano nella fabbrica di passamaneria di famiglia. Mosso dal desiderio di seguire in trasferta la sua squadra del cuore, l’Inter, Loris chiede a Davide di andare con lui a Barcellona a vedere la partita. In Spagna, Davide conosce Andy, cileno ed ecologista convinto, che lo invita ad andare con lui a Santiago. Arrivato in Cile, Davide entra in contatto con un mondo a lui del tutto nuovo, fatto di lotte ecologiste e di attivisti a capo dei quali c’è Ana, l’ex-ragazza di Andy. [sinossi]

Davide (Filippo Scicchitano) ha apparentemente tutto nella vita: è visto dalla gran parte delle persone come il cosiddetto figlio di papà – per quanto lavori anche lui in azienda guadagnandosi tecnicamente il pane per vivere. Ma, se lo si guarda bene, i suoi occhi cercano di celare la sensazione di un diciottenne che si sente fuori posto. Non si sceglie dove nascere, ma si può scegliere dove vivere e forse è da questo presupposto che Alessandro Lunardelli si è mosso per immaginare la storia di questi due fratelli, Davide e Loris (Luca Marinelli).
Il mondo fino in fondo è un lungometraggio in cui si affrontano vari temi (alcuni molto frequentati dal cinema italiano – e non – contemporaneo), mettendo al centro del plot due fratelli di una famiglia borghese che vivono in un paesino del nord Italia, Agro. Grazie anche alla connotazione scenografica, Agro aspira a essere un non-luogo; potrebbe essere, infatti, una provincia qualsiasi del nostro Stivale, pur ricordandoci visivamente il Nord con le atmosfere nebbiose – elemento che nell’opera prima di Lunardelli si fa quasi metafora della cappa che prova Davide nello star lì. Invece il fratello maggiore, Loris, forse spinto dal non voler venire meno al proprio ruolo di guida dell’azienda paterna, sembra radicato in quella realtà o – sarebbe meglio dire – nelle responsabilità che gli spettano per ordine di nascita. Seguendo lo sviluppo drammaturgico, si arriva a chiedersi: quanti oneri sono effettivamente dovuti “in nome della famiglia” e quanti ce ne prendiamo noi guidati dal cosiddetto senso del dovere verso il nucleo famigliare?

Dopo aver partecipato all’edizione 2007 del Festival Internazionale del Film di Roma con il documentario Photocall, Lunardelli ritorna sugli schermi della manifestazione cinematografica capitolina aprendo la sezione che si rivolge principalmente ai ragazzi, Alice nella città, e con un film che vede co-protagonista un attore che coi ragazzi aveva fatto centro grazie a Scialla!. Seppur a malincuore, dobbiamo riconoscere che il giovane attore romano, molto in parte nel debutto col film di Bruni, qui se la cava senza, però, riuscire a restituire tutte le sfumature dello stato che attraversano il suo personaggio (se pensiamo, soprattutto, al piano espressivo). Sin dalle prime scene intuiamo che siamo di fronte a un diciottenne che sta facendo i conti con la sua sessualità, col mondo intorno e dentro di lui – un percorso non semplice da affrontare, tanto più se l’humus intorno gli impedisce di aprirsi. È così che galeotto fu il viaggio e chi si incontrò. Stando al luogo comune, Barcellona è una di quelle città elette per lo svago, anche se i due fratelli vi si recano per la partita di Champions League dell’Inter. Qui Davide incontra Andy (Cesare Serra), un giovane cileno e – dato ancor più determinante – ecologista convinto; sarà lui a far scattare quella molla interiore che porterà il ragazzo a prendere in mano la propria vita cercando di percorrere la sua strada e non quella tracciata da altri. Al fratello maggiore apparirà come una botta di testa, al padre un capriccio di un ragazzo viziato, ma per Davide la partenza per il Cile è un passo importante, istintivo sì, ma che viene dal cuore.

Ora sorge spontaneo chiedersi: bisogna per forza andare “fino alla fine del mondo” per (ri)trovare se stessi? – è innegabile che sia un’idea abbastanza diffusa, ma personalmente non possiamo sconfessarla, solo prendere per buono quello che il grande schermo ci racconta, sempre che lo renda credibile. Grazie all’ottima fotografia di Maura Morales Bergmann, ci rendiamo subito conto di come il paesaggio non funga solo da sfondo, ma supporti il regista nel veicolare ciò che vuole rappresentare diventando quasi un co-protagonista. Ne Il mondo fino in fondo si va avanti spesso per binomi così, alla diversità dei due fratelli, si aggiunge la contrapposizione provincia vs. paesaggi sconfinati di un luogo di frontiera quale è il Cile. Ed è inevitabile rimanere affascinati dalle inquadrature totali della Patagonia, così lontana da noi e dove i nostri protagonisti appaiono dei puntini.
Il lungometraggio di esordio di Lunardelli si mostra, fotogramma dopo fotogramma, come un intreccio di generi (dramma, commedia e road-movie) che vuole fare anche incontrare due dimensioni spaziali e concettuali lontane tra loro. Il regista, anche nel ruolo di co-sceneggiatore insieme a Vanessa Picciarelli, sceglie di toccare, infatti, la questione della costruzione delle miniere per interessi politici ed economici che non tengono conto del deturpamento del paesaggio; al contempo non ci risparmia il riferimento alla dittatura di Pinochet offrendoci un commovente monologo interpretato da Alfredo Castro, il tassista che aiuterà Loris nella ricerca del fratello in terra straniera.

“Se cambi la tua vita forse a qualcun altro verrà voglia di cambiare la sua” si sente dire Davide.
Il mondo fino in fondo non ci svela fino in fondo (scusate il gioco di parole) quale piega prenderà la vita di ognuno dei nostri personaggi, ma ci mostra che anche l’uomo più controllato può avere delle pulsioni di vita che non sono necessariamente legate ai doveri e Marinelli è molto bravo nel trasmetterci il percorso esistenziale di Loris, tra domande vomitate e un sottile gioco di detto e non detto (anche a se stesso)… in fondo è nell’incontro-scontro che si possono fare i conti col passato e col presente.

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