Lei

Una pellicola complessa, affascinante e deludente, creativa e banale: è Lei, il nuovo film di Spike Jonze, già presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma.

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Theodore è un uomo solitario da poco separatosi dalla moglie. Per vivere scrive lettere sentimentali e accorate per conto terzi e i suoi passatempi sono per lo più di natura virtuale. Stanco di appuntamenti al buio e di serate trascorse in compagnia di uno strambo videogame, acquista un nuovo sistema operativo super avanzato (e con la voce di Scarlett Johansson) capace di sviluppare una propria coscienza. Tra lui e questa intelligenza artificiale si svilupperà una relazione molto intima… [sinossi]

Si dice che nell’utero materno, luogo impermeabile alla maggior parte delle sollecitazioni esterne, sia possibile ascoltare la voce della madre. È proprio questa forma di comunicazione con un’entità invisibile eppure accogliente e comprensiva a tormentare l’esistenza solitaria di Theodore, il protagonista di Lei, nuovo, attesissimo lungometraggio di Spike Jonze presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. Quella della maternità è d’altronde un’ossessione che attraversa l’intera pellicola, dalla sua exploitation in forma erotica con Theo che guarda on line le foto di un’avvenente donna incinta, al documentario realizzato dall’amica incarnata da Amy Adams e dedicato alla madre che dorme. Ma soprattutto la maternità è lo strumento con cui Theo crea, per partenogenesi, la sua donna ideale.
I tempi sono cambiati assai da La donna esplosiva (John Hughes, 1985), ma anche dal più recente S1m0ne (Andrew Niccol, 2002), e l’oggetto del desiderio per l’uomo del futuro prossimo immaginato da Jonze non è né di carne né un artefatto di circuiti e impulsi elettrici, la non-donna dei desideri, al limite, è pura voce. Una voce che contiene tutte le contraddizioni più desiderabili: è una guida accondiscendente e premurosa, quindi sa essere “materna”, ma possiede anche un’innocenza bambinesca è, in sostanza, strutturante e strutturabile, ma non strutturata. E così appare l’intera pellicola di Jonze che mentre ci mostra un personaggio in lotta con se stesso per riuscire a dare forma – seppur anche immaginaria – ai suoi desideri, ci offre una serie di spunti di riflessione contraddittori, che non assurgono mai né a sistema filosofico (il che sarebbe anche condivisibile) né a struttura narrativa organizzata (il che, per un film che comunque si professa narrativo, costituisce un problema).

Nessun climax né obiettivo da raggiungere è dato, eppure un finale c’è e non può che apparire come la proverbiale montagna che partorisce il topolino. Spike Jonze sembra avere una relazione complicata soprattutto con il suo pubblico: da un lato gli elargisce qualcosa che sa essere di suo gradimento (la voce di Scarlett Johansson, le musiche degli Arcade Fire, i lens flare e invenzioni fantasiose), dall’altro sottrae (il corpo della Johansson, una storia coesa). Ne risulta una pellicola complessa, stratificata, open source, ma a tratti anche estremamente ripetitiva. I dialoghi tra Theo e Samantha (questo il nome dell’acusma cui dà voce la Johannson) non appaiono infatti così brillanti né intriganti, le questioni amorose si ripetono così come le situazioni “esterne” (il lavoro d’ufficio, gli intermezzi con il collega e gli incontri con l’amica), tutto prosegue senza sosta, ma niente veramente accade. A Jonze d’altronde non interessa certo lanciare un monito contro le pratiche comunicative “social” ma solipsistiche cui siamo condannati da Pc e Smart Phone, il suo obbiettivo pare piuttosto quello di realizzare una sorta di Hiroshima Mon Amour odierno, piuttosto cinico nel suo voler rivelare l’interscambiabilità dei ruoli e delle persone, fino a smentire del tutto una delle principali certezze dell’età adulta: quella di essere degli individui. Non è dunque tanto il concetto di spersonalizzazione cui costringe l’evoluzione inarrestabile delle tecnologie (questo infatti è piuttosto un concetto fordista e dunque superato) a governare questa fantasticheria quasi-contemporanea, quanto la più radicale presa di coscienza del fatto che non siamo unici, bensì simili a – almeno secondo il computo effettuato dall’autore – più di 8000 nostri simili e dunque nelle relazioni utilizziamo tutti le stesse, trite parole.

Sentimentalismo e nichilismo sembrano essere dunque i due reagenti nelle mani di Jonze, venendo però dosati in maniera assai confusa e irregolare, al punto che l’autore, oltre che a corto di certezze, pare anche in costante ricerca d’ispirazione. Ma è forse proprio di questo che Spike Jonze voleva parlarci con Lei, lo confermerebbero gli spunti di riflessione qui offerti, che suonano sì “condivisi” quanto anche banali: i sentimenti sono l’unica “cosa” reale, è previsto che li proviamo, la narrazione è uno strumento di crescita, siamo tutti completi perché abbiamo una parte maschile e una femminile, l’amore è una forma socialmente accettata di follia. Insomma, tra genialità e ovvietà Jonze procede rassegnato verso il suo finale e anche il fatto che ce ne sia uno in fondo ci dice che lui stesso non può essere sincero fino in fondo, perché anche lo strumento – il cinema – che sta utilizzando funziona secondo schemi reimpostati e ben definiti. Dobbiamo essere sentimentali, nichilisti o integrati? Ai posteri l’ardua sentenza.

Info
Il sito ufficiale di Lei di Spike Jonze.
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