Hard to be a God

Hard to be a God

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L’immagine gonfia e sempre sul punto di esplodere di Hard to be a God una volta di più racconta il futuro guardando al passato, tracciando le linee di demarcazione per un nuovo presente.

Alcuni scienziati sono inviati sul pianeta Arkanar per aiutare la civiltà locale, che si trova nella fase medievale della propria storia, a trovare il modo giusto per progredire. Il compito è difficile: non possono intromettersi con la violenza e in nessun caso possono uccidere. Lo scienziato Rumata cerca di salvare dalla gogna gli intellettuali locali e non può evitare di scendere in campo. Come se la questione fosse: cosa faresti al posto di Dio? [sinossi]

Nel futuro/passato di un mondo dall’ecosistema identico a quello terrestre ma in uno stadio della società umana paragonabile all’epoca medioevale, gli intellettuali e gli artisti vengono perseguitati e uccisi, mentre il potere domina nel caos.
Il testamento del cinema di Aleksej Jurevič German è tale non solo per la sua natura dolorosamente inevitabile di “ultimo” film, opera postuma di una carriera che non potrà materialmente prevedere ulteriori capitoli, ma anche per il ruolo che Hard to be a God svolge all’interno dei (pochi) titoli che hanno composto il curriculum autoriale del cineasta russo. Quando alla fine di febbraio è stata resa pubblica la notizia della scomparsa di German, passata in Italia in un silenzio mediatico ottundente e imbarazzante – palesamento dell’ignavia cinefila in cui sta sprofondando la cultura nostrana –, è stato impossibile non tremare di fronte all’idea che l’adattamento del romanzo dei fratelli Strugackij, su cui German era al lavoro da quattordici anni, rimanesse incompiuto. Anche per questo nell’attesa della folla di accreditati al Festival di Roma, dove il film è stato presentato in anteprima mondiale, era possibile percepire un brivido d’emozione: una sensazione non dissimile a quella che accompagnò Eyes Wide Shut ai tempi dell’uscita, nel 1999. Proprio in quel periodo, o giù di lì, German iniziò a lavorare seriamente a Hard to be a God, progetto tenuto nel cassetto per decenni, ambizioso resoconto dell’esperienza del realismo socialista sovietico. Nel passaggio dall’URSS di Brèžnev, Andropov, Černenko e Gorbačëv alla Russia post-comunista, in cui il capitalismo sfrenato ha sposato le derive dittatoriali, il messaggio di Hard to be a God ha mantenuto una sua perfetta modernità, la stessa riscontrabile nella sub-creazione degli Strugackij, in cui il Tempo perde la sua connotazione classica per mescolare al proprio interno medioevo e rinascimento, rigurgiti di stalinismo e società in cancrena, morale e fisica.

La prima impressione che si prova di fronte a Hard to be a God è quella di essere schiacciato dall’immagine sullo schermo, soffocato, imbrigliato e reso innocuo da un oggetto d’arte pura che sovrasta le miserie della contemporaneità. Il cinema di German ha sempre avuto questo potere, ma nella sua ultima fatica si aggiunge un elemento misterico, impalpabile ma impossibile da non avvertire: in una completa palingenesi delle forme che non dimentica mai allo stesso tempo la classicità dell’immagine in movimento, German spalanca le porte dell’immaginario a un turbinio di ipotesi, tesi e antitesi che non hanno un riferimento diretto nella centenaria storia del cinema. Si possono trovare similitudini, ovviamente, come quella da più parti notata con il Faust di Aleksandr Sokurov, ma si tratta solo di un sentimento comune, spinta istintiva eppur razionale verso lo scandaglio continuo, eterno, indissolubile delle potenzialità della macchina/cinema. Lo schermo di Hard to be a God è letteralmente invaso in ogni suo minimo dettaglio, anche lo spazio più miserrimo viene occupato, impedendo allo sguardo dello spettatore di perdersi al di là della massa umana che vocia, battaglia, strepita e guaisce. Una sinfonia rumorista che non a caso si apre con Don Rumata – il protagonista della pellicola, interpretato da Leonid Yarmolnik – impegnato, appena sveglio, a suonare per i suoi schiavi.
Nel rapporto tra Don Rumata e i suoi sottoposti si avverte un altro dei tratti caratteristici del film: German mette in scena un’umanità che vive il contatto fisico come un’estensione del concetto verbale, quasi che la parola si trasformi automaticamente in atto. Rumata abbraccia i suoi schiavi, li picchia, li bacia, li spinge gli uni contro gli altri, contribuendo a quel caos primigenio che rappresenta la cifra stilistica più immediatamente decodificabile di Hard to be a God. La macchina da presa, mai distante dal fulcro dell’azione – e in questo si avverte, riallacciandosi al discorso intrapreso dianzi, un netto distacco rispetto all’approccio di Sokurov – finisce per diventare oggetto/personaggio in scena, permettendo agli attori di rivolgersi direttamente in macchina senza mai scivolare nelle secche del metalinguaggio.

Dopo aver allestito uno scenario immaginifico che appare come la rappresentazione immateriale ma al contempo carnale e pulsante dell’inferno sulla terra, German destituisce la narrazione dal suo ruolo di traccia/guida per gli spettatori. Non è la linearità della trama a mancare a Hard to be a God – elemento che tutt’al più renderebbe criptica la storia – ma la volontà da parte di German di illustrare ciò che avviene sullo schermo affidandosi a una sceneggiatura di prammatica. Dimentico del racconto nella sua forma classica, il regista russo costruisce dei macro-blocchi che di volta in volta spingono lo spettatore sempre più nel fondo di una terra laida, gironi infernali cui sono dannati tutti gli esseri umani per il semplice fatto di vivere.
Abitato da volti deformi, denti spezzati, pance gonfie, donne dai seni strabordanti, nani e gobbi, dementi e intellettuali marci e destinati all’uccisione, il pianeta Arkanar è l’estrema, definitiva rappresentazione dell’umanesimo angosciato ma mai distante di German: uomini privati di uno scopo, la cui “libertà” non può che condurli con ancora maggiore rapidità verso la morte – splendida la sequenza in cui Rumata scioglie uno schiavo dai suoi vincoli, vedendolo stramazzare al suolo dopo appena un paio di salti di gioia – e la disperazione. Anche la filosofia è un peso, zavorra del razionale in un mondo che si è evoluto verso una logica volutamente fallace, mediocre, imperfetta. Un universo brutale in cui la crudeltà si avvicina paradossalmente a rappresentare quasi un atto di clemenza: gli uomini e le donne di Hard to be a God brulicano camminando su un terreno mai solido, miscela mostruosa di fango, sangue ed escrementi vari, umori perduti in continuazione da corpi vivi ma prossimi allo sfracello.

Un mondo, ciononostante, in cui persiste una netta idea di suddivisione in classi: quando Don Pampa si rivolge a uno degli artisti condannati a morte, gli ricorda con un sogghigno deforme e raccapricciante “lo sai che sono un barone? Tu sei un intellettuale. Lui (Don Rumata, n.d.a.) mi insegnerà a scrivere e anche io diventerò un intellettuale, ma tu non sarai mai un barone”.
In un profluvio di corpi smembrati, viscere, mocci, sputi, deiezioni, vomito, anche la classe “illuminata” non può fare altro che scendere a patti con la propria bestialità: così fa anche Rumata d’Ereste, un passo alla volta, fino alla vendetta belluina da consumare contro Arata, il leader dei contadini che gli ha ucciso la consorte. In questo punto di passaggio Rumata diventa definitivamente un dio, creatore/dominatore/distruttore, e come tale non può che essere a sua volta destinato alla sconfitta. Sconfitta che non coincide necessariamente con la morte, ma piuttosto con la vita stessa.
Nel suo sesto lungometraggio diretto nell’arco di quasi cinquant’anni di carriera, Aleksej J. German raggiunge il punto di non ritorno non solo del suo cinema, ma dell’intero sistema produttivo, firmando un’opera più grande del cinema stesso, destinata a segnare il futuro della Settima Arte nei decenni a venire. L’immagine gonfia e sempre sul punto di esplodere di Hard to be a God una volta di più racconta il futuro guardando al passato, tracciando le linee di demarcazione per un nuovo presente. Di fronte all’inferno di German non ci sono più vita o morte, ma solo cinema, di un nitore così puro e profanato allo stesso tempo da non concedere salvezza allo spettatore. Per fortuna.

Info
La pagina di Hard to be a God sul sito del Festival di Roma.
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