Take Five

Take Five

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La seconda regia di Guido Lombardi, Take Five, è una riscrittura tutta napoletana de I soliti ignoti. Pur se alla lunga si sente l’assenza di ritmo, il film fa sperare in un ritorno del cinema di genere.

Cinque sbandati si riuniscono per cercare di rapinare il caveau della Banca Partenope. Ovviamente gli imprevisti e gli incidenti si accumuleranno fino a diventare incontrollabili… [sinossi]

È un segnale forte quello che arriva dall’ottava edizione del Festival di Roma: il cinema di genere italiano può e deve rinascere. A dare supporto a questa necessità, evidentemente condivisa anche dai selezionatori del festival, vi sono ben tre titoli esemplificativi passati qui all’Auditorium: Song’e Napule dei Manetti Bros., La Santa di Cosimo Alemà e questo Take Five, opera seconda di Guido Lombardi dopo il buon esordio con Là-bas. Selezionato in concorso, il film è una commedia nera con chiari rimandi a I soliti ignoti, declinati interamente in salsa partenopea.
Un’opera apparentemente solo d’evasione – almeno a confronto di Là-bas – e che cela però un’interessante tessitura autobiografica: ad eccezione di Peppe Lanzetta, tutti gli attori protagonisti, prima di intraprendere la carriera cinematografica, hanno davvero passato dei guai con la legge, da Gaetano Di Vaio (anche produttore con I figli del Bronx) a Salvatore Striano (già eccellente interprete di Cesare deve morire dei fratelli Taviani), fino a Carmine Paternoster e Salvatore Ruocco. Non a caso, i quattro conservano nella pellicola i loro veri nomi, donando così un elemento di realtà a un film che è un palese divertissment.

Dietro la camera, Lombardi – dal canto suo – parte bene, presentando in modo efficace i personaggi e creando una serie di situazioni spiazzanti. Gradualmente però Take Five mostra la corda, per colpa innanzitutto di una scrittura troppo frettolosa e, di conseguenza, di una regia che non riesce più a controllare la scena. Ne risentono di questa situazione anche gli attori, a partire proprio da Peppe Lanzetta, centro catalizzatore di ogni sequenza, che però a un tratto non ha più appigli per gestire in modo convincente il suo essere sopra le righe. Le difficoltà si possono parzialmente giustificare con la scelta – probabilmente una necessità di budget – di girare quasi tutto il film in interni e, in particolare, sostanzialmente in un unico set, quello della casa del fotografo esperto nell’arte di manomettere i sistemi di sicurezza delle banche. Quelle poche sequenze d’azione sono, dal canto loro, girate male con un effetto rallenty che guarda al cinema hongkonghese, ma sembra essere motivato anche dalla volontà di provare a celare le difficoltà incontrate in sede di ripresa.

Valutati tutti i difetti del film, bisogna comunque plaudere al tentativo – riuscito, anche se solo parzialmente – di fare finalmente qualcosa di diverso nel nostro cinema, di scegliere una storia – semplice, se vogliamo banale – senza lasciarsi andare a pindarismi autoriali o a presunzioni di voler dire la propria sulla crisi del paese. Take Five è in effetti proprio un film della crisi – del cinema, perché decenni fa questo film si sarebbe fatto molto meglio e con tutt’altro ritmo, ma anche della società, perché è ovvio che la scelta di rapinare una banca è dettata dalla disperazione – e nonostante ciò si tratta di un’opera che non indugia in morali edificanti o in soluzioni buoniste e che, se parla della crisi, lo fa in modo assolutamente indiretto.
Song’e Napule, La Santa e Take Five sono tre esempi di una direzione possibile, modelli ancora imperfetti ma che se si ricomincerà a seguirli con costanza potrebbero portare alla lunga a una rinascita del nostro cinema popolare.

Info
Il trailer di Take Five.
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