Orlando ferito

Orlando ferito

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Costruito per frammenti e détour, apparenti divagazioni e “falsi movimenti” e regolato in effetti da una rigorosissima logica del discorso, Orlando ferito è un esempio rarissimo di cinema “pensante”, di cinema del dubbio e della riflessione.

Nel ripostiglio di un piccolo teatro di Palermo le marionette piangono il proprio destino. Nell’era del turismo di massa, nessuno sembra ascoltare più i pupi. La verità è che le cose in Europa non potrebbero andare peggio. Nel 1975 Pier Paolo Pasolini annunciava la scomparsa delle lucciole e l’imminente trionfo del castello di menzogne. Quarant’anni dopo, un regista francese giunge per la prima volta in Sicilia, in cerca di una nuova speranza politica. [sinossi]

Nel 1979 veniva pubblicato, ad opera di Marcelle Padovani, un libro-intervista a Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, in cui lo scrittore descriveva la sua terra come il luogo in cui i conflitti e le contraddizioni dell’Italia e dell’Europa apparivano in modo più chiaro che altrove. Secondo una prospettiva simile – voler cogliere i segnali del presente in un luogo come la Sicilia – si muove Orlando ferito di Vincent Dieutre, riflettendo su una civiltà occidentale che oggi, rispetto a trent’anni fa, sembra vivere in una dimensione da post-catastrofe.
Presentato in concorso nella sezione CinemaXXI, il nuovo film del cineasta francese – già autore di altre riflessioni sull’Italia, come ad esempio Rome désolée nel ’99 e Bologna centrale nel 2003 – adotta uno stile assolutamente personale in cui ad essere in scena e a tessere le fila del racconto e del discorso è il regista stesso, ora in voice over, ora mentre incontra i vari personaggi presenti nel film. Memore della lezione godardiana, Dieutre – lavorando su una strutturazione per frammenti – gioca sul doppio livello della dimensione privata e di quella pubblica, del soggettivismo e della riflessione storico-politico-filosofica, mettendo in scena ad esempio sia alcuni sporadici incontri omosessuali che le riflessioni del filosofo George Didi-Huberman, il quale nel suo libro Come le lucciole rilegge in chiave contemporanea il celebre articolo di Pasolini La scomparsa delle lucciole.

Ne nasce uno stile assolutamente unico che si è costretti a chiamare film-saggio in assenza di una terminologia adatta e che fa emergere con chiarezza cartesiana, sia pur secondo una modalità narrativa erratica, uno sguardo lucidissimo sui destini dell’Europa contemporanea (e, sia detto per inciso, era davvero da tanto tempo che non si vedeva un film che parlasse direttamente alla nostra condizione di europei oggi. Gli unici titoli che vi si possono avvicinare in tempi recenti sono Film Socialisme proprio di Jean-luc Godard e Un film falado di Manoel De Oliveira). Dieutre ci parla di un’Europa che, votata ormai alla sua dimensione di società dello spettacolo e/o dei consumi, ha perso quella comunanza del sentire, quella dimensione collettiva che invece avevano caratterizzato la nostra civiltà dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al concludersi degli anni Settanta. Una catastrofe civile che è ancora più evidente in Italia, anche naturalmente per via dell’anti-etica berlusconiana. Perciò il nostro paese appare a Dieutre il laboratorio privilegiato per osservare questa crisi. E la Sicilia, per le sue evidenti caratteristiche contraddittorie, sembra essere ancor più il luogo privilegiato di osservazione, dove a fronte di un imbarbarimento – lampanti sono in tal senso alcune riprese del film che mostrano una periferia palermitana urbanisticamente de-forme, in cui sostanzialmente si è persa la “forma della città” – esistono però delle sacche di civiltà e di lotta, di condivisione e di conflitti. Non solo l’affermazione dei diritti degli omosessuali – Orlando ferito inizia con le riprese di un Gay Pride palermitano -, non solo i teatri e i cinema occupati, non solo le associazioni che gestiscono l’emergenza dei migranti a Lampedusa (straordinaria la sequenza ambientata in quest’isola, la cui desertificazione, nel modo in cui viene ripresa da Dieutre, si fa subito simbolo di una disgregazione collettiva), ma anche il retaggio della tradizione, ancora fortemente presente qui come in pochissimi altri luoghi dell’Occidente (l’altro, evidentemente, è Napoli cui Dieutre dedicherà il suo prossimo film).

Racconta Didi-huberman, ad un certo punto dell’Orlando ferito, che nell’Ottocento, nel momento in cui i contadini di un borgo tedesco si videro privare dai padroni anche la possibilità di usufruire del legno morto di un bosco, non solo di quello vivo, allora scoppiò la rivolta. Si tratta di un episodio che rappresentò per il giovane Marx la prima necessaria acquisizione di consapevolezza: è dalla rivendicazione di un diritto e di una coscienza già conquistati in passato che si possono e si devono porre le basi per la rivoluzione. Sono i residui, le forme di resistenza che altrove appaiono soffocate da società che funzionano in modo apparentemente più regolare e regolato e che, invece, in Sicilia – proprio per via di un contraddittorio complesso istituzionale e sociale – saltano agli occhi. Queste sono per Didi-Huberman – e anche per Dieutre – le lucciole, la speranza di un risorgere della civiltà. I piccoli insetti luminosi, la cui scomparsa Pasolini attribuiva all’avvento della società dei consumi, stanno ora ritornando, dimostrando così che nella catastrofe qualcosa si è salvato e che è proprio da quel qualcosa che bisogna ricominciare. E le lucciole tornano ad apparire, nella parte finale del film, sia pur digitali, perché simbolo di una speranza e di un sogno.

In tutto ciò, a fare da leit-motiv, è la tradizione dei pupi siciliani e, in particolare, quei pupi che rileggono le gesta dell’Orlando furioso. Dieutre fa mettere in scena a Mimmo Cuticchio, il puparo più famoso di Palermo, un aggiornamento di Orlando, un Orlando ferito e prossimo alla scomparsa che cerca in qualche modo di trovare una speranza nel futuro.
Costruito per frammenti e détour, apparenti divagazioni e “falsi movimenti” e regolato in effetti da una rigorosissima logica del discorso, Orlando ferito è un esempio rarissimo di cinema “pensante”, di cinema del dubbio e della riflessione, capace di proporre, per citare Francois Truffaut (la cui figlia, Eva, è qui una delle narratrici), allo stesso tempo una – fortissima – idea del cinema e del mondo.

INFO
Il trailer di Orlando Ferito – Roland Blessé sul canale youtube di Vincent Dieutre.
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