Roma 2013 – Bilancio

Roma 2013 – Bilancio

Il festival/festa chiude i battenti con un bilancio decisamente positivo, tra cinema d’autore, popolare e sperimentazione visiva. Sotto lo sguardo ideale di Aleksej J. German.

Passano i mesi, ma non sembra sia cambiato nulla. Ciò che più colpisce delle polemiche che hanno investito anche quest’anno il Festival Internazionale del Film di Roma (solo sulle testate nazionali, ovviamente, perché all’estero di queste scaramucce si interessano ben poco) è che nella maggior parte dei casi mostrano in maniera palese e incontrovertibile la loro natura puramente strumentale. Da quando Marco Müller ha assunto la direzione del festival, durante i primi mesi del 2012, una parte della stampa ha deciso di schierarsi preventivamente contro la kermesse capitolina, approfittando anche della più minima occasione per gettare strali sulla gestione dell’evento. Una mossa che, almeno in parte, riflette non tanto una speculazione approfondita sul senso di un festival di così ampia portata, ma piuttosto la difesa di uno status quo che a Roma era oramai dato per assodato: Müller, reo di aver ricevuto l’incarico durante il mandato di sindaco di Gianni Alemanno, è stato automaticamente iscritto all’albo dei “nemici” da coloro che, già al lavoro sul festival o impegnati comunque nella vita culturale capitolina, si erano da sempre mossi sotto l’egida del Partito Democratico.
Torna dunque preponderante la discussione sul “peccato originale” del festival/festa, voluto con forza da Walter Veltroni come arma di prestigio da sfoderare di fronte ad avversari e (soprattutto) colleghi di partito, mossa che produsse un effetto domino anche sul Festival di Torino, altra città solidamente in mano al centro-sinistra da quasi venti anni: con la differenza che all’ombra della Mole il festival esisteva e prosperava in ogni caso da più di due decenni, e l’ingerenza della politica poté solo assestare alcuni colpi, per quanto dolorosi (in primis la destituzione della coppia Turigliatto/D’Agnolo Vallan dal ruolo di direttori).

Il punto da cui bisognerebbe partire è il seguente: esiste un problema alla base del Festival Internazionale del Film di Roma? Senza dubbio alcuno, ed è materia su cui ci si arrovella da otto anni. Problemi che investono fin nelle fondamenta la Fondazione Cinema per Roma, dall’incapacità di dare un seguito ai dieci giorni di festival durante il resto dell’anno alle assunzioni a tempo indeterminato di alcuni dipendenti, solo per citare alcuni dei paradigmi più visibili.
Ad apparire davvero paradossale è però la volontà di attribuire queste “colpe” alla direzione del festival, come se esistesse un’epoca d’oro pre-mülleriana cui avrebbe fatto seguito la caduta inarrestabile nel maelström delle abiezioni. Ed è qui che la faziosità di determinate prese di posizione assume contorni ai limiti del grottesco. L’ideale veltroniano di “festa” aveva esaurito la propria voglia di grandeur in anteprime che ben poco si distaccavano dalle cosiddette anticipate stampa (le opere più interessanti erano rintracciabili regolarmente nelle sezioni collaterali), e in sei anni non aveva mai trovato una propria dimensione all’interno del panorama nazionale. Nelle due edizioni dirette da Marco Müller, al contrario, si potranno anche rintracciare falle o passaggi a vuoto – ma sarebbe interessante trovare un festival che ne sia privo – ma è indubbio che sia riscontrabile un’impronta forte e decisa a muoversi in una direzione ben precisa.

Nello slittamento laterale con cui si era abbandonata l’idea di un festival appannaggio solo ed esclusivamente di anteprime mondiali, favorendo dunque la creazione di un evento che fosse davvero in grado di parlare ai cittadini romani, si evince la prima battaglia vinta dall’edizione 2013. Sdoganando l’Auditorium come luogo d’incontro cinematografico (ma non solo) per una cittadinanza che l’ha sempre giustamente visto come un punto distante da qualsiasi rotta urbana, Müller ha potuto amalgamare alcuni titoli di forte interesse per il grande pubblico con l’interesse per un cinema di ricerca, già cifra stilistica della sua direzione all’epoca di Venezia. La conferma di CinemaXXI (e della sala del Maxxi) come elemento di distinzione del festival serve anche a contestualizzare la rinnovata attenzione che gli addetti ai lavori e il pubblico hanno mostrato verso  il RFF: laddove lo scorso anno il Maxxi era abitato da una fauna piuttosto circoscritta di accreditati e appassionati, durante l’ottava edizione le presenze in sala si sono moltiplicate, anche a fronte di una selezione di opere tutt’altro che “normalizzata”. L’attenzione con cui la platea ha accolto anche titoli di non facile metabolizzazione come gli ottimi O Novo Testamento de Jesus Cristo segundo João di Joaquim Pinto e Nuno Leonel, The Incomplete di Jan Soldat o Atlas di Antoine d’Agata (che ha anche sviluppato una interessante discussione tra il pubblico nel post-visione), dimostra come sia possibile se non indispensabile spingere in direzione di un evento che sia in grado di ragionare a 360° sull’immaginario cinematografico contemporaneo.
La cavea trasformata in arena brulicante di adolescenti e non-più-tali in febbricitante attesa dell’arrivo del cast di Hunger Games – La ragazza di fuoco è solo il sintomo più evidente di una dieci giorni che (ri)consegna finalmente il festival alla città per il quale sulla carta era stato costruito. Giustificare le file abnormi per il recupero dei titoli hollywoodiani più attesi (Her di Spike Jonze, Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, Out of the Furnace di Scott Cooper) solo con l’assenza delle due tensostrutture presenti nell’area del festival fino allo scorso anno sarebbe poco corretto. Anche perché le sale si sono facilmente riempite anche per titoli assai meno citati dai media principali, come dimostra il Barberini preso d’assalto l’ultimo giorno per il recupero del sommo Hard to be a God di Aleksej J. German.

Proprio il capolavoro postumo di German permette di aprire il fianco su un ulteriore aspetto dell’edizione appena conclusasi, vale a dire la capacità di Müller di arrivare a titoli su cui avrebbero voluto mettere le mani praticamente tutti i festival del mondo. Un valore aggiunto che troppo spesso viene relegato in secondo piano. Coadiuvato da un ottimo staff di selezionatori – alcuni dei quali transfughi a loro volta dall’esperienza lidense – Müller conferma la propria passione onnivora per il cinema, donando spazio tanto al cinema d’autore quanto a quello di genere (compresa l’Italia, come dimostrano il poliziottesco neomelodico Song’e Napule dei Manetti Bros., il thriller paesano La Santa di Cosimo Alemà e l’heist-movie partenopeo Take Five di Guido Lombardi), e passando in rassegna l’intero panorama produttivo mondiale.
Il fatto che tra le folgorazioni del festival vi fossero film di anziani e giovani maestri del cinema russo (Aleksej J. German), hongkonghese (Benny Chan e Tsui Hark), algerino (Tariq Teguia), indiano (Kamal Swaroop), cinese (il quasi esordiente Cui Jian, principale cantautore della generazione di piazza Tiananmen), giapponese (Kiyoshi Kurosawa e il troppo bistrattato Takashi Miike), tedesco (Jan Soldat), francese (Christophe Cognet e Vincent Dieutre) e israeliano (Roee Rosen) è la dimostrazione di un’attitudine nell’affrontare la Settima Arte che non prevede paletti geografici, di genere, di durata, di formato. Cinema che vive per il cinema, mescolando intrattenimento e impegno, sperimentazione e divertissement popolare.

Dispiace che alcuni non abbiano saputo, voluto o potuto cogliere l’urgenza di un discorso così strutturato. Perché di matasse da sbrogliare il festival ne ha ancora, ma la paventata idea della restaurazione di un passato fin troppo recente produce solo un senso di sgomento. Pensare che la macchina da guerra del PD potrà abbandonare a breve il festival su cui ha investito energie e che ha fatto parte – finché possibile – della propria propaganda è infatti impossibile: e allora perché non proseguire sull’unica strada che finora ha saputo mostrare una meta credibile? Dopo otto anni Roma può infine affermare di ospitare un festival degno di questo nome, e sarebbe abominevole e suicida sterzare una volta di più. Ma in Italia, purtroppo, tutto è possibile.

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