Au nom du fils

Au nom du fils

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Il regista belga Vincent Lannoo torna al Torino Film Festival con Au nom du fils, una storia di fanatismo cattolico, preti pedofili e sanguinarie madri vendicative. Un lavoro incompiuto, per quanto non privo di spunti interessanti. Nella neonata sezione After Hours, dedicata al cinema di genere.

Il padre, il figlio e lo Spirito Santo

Ci sono persone per cui la religione è un impegno quotidiano rivolto alla propria comunità; una di queste è sicuramente Elisabeth, una donna dalla fede solida, sempre ben disposta verso il prossimo e attiva nel diffondere il messaggio cattolico, anche grazie al programma che conduce in radio. Quando conosce padre Achille, Elisabeth è piena di certezze, ma a poco a poco l’aura di positività che avvolge la sua vita inizia a incrinarsi… [sinossi]

Se c’è un demone che alberga nelle visioni del quarantatreenne Vincent Lannoo, questo possiede con ogni probabilità le fattezze della società borghese: a partire dal suo esordio nel lungometraggio, il mockumentary in odore di Dogme 95 Strass, il cineasta belga ha scavato un solco non indifferente nella messa in mostra di vizi (molti) e virtù (rare e mal riposte) del microcosmo francofono e fiammingo e, per estensione, dell’intero sistema sociale occidentale.
Non si distacca da questa linea di pensiero neanche Au nom du fils, titolo con il quale Lannoo torna a confrontarsi con la platea del Torino Film Festival (nella neonata sezione After Hours, sorta sulle ceneri di Rapporto confidenziale), dove nel 2010 venne accolto con un certo successo Vampires, altro falso documentario che si divertiva a giocare con l’horror con sguardo decisamente sarcastico. Lo stesso approccio che, almeno di primo impatto, ambirebbe ad avere anche Au nom du fils, con la differenza che stavolta il tema trattato non riguarda soprannaturali figure dai denti aguzzi ma ben più materiali dispensatori di “buoni” precetti cattolici. Nell’affrontare il tema dei preti pedofili, particolarmente sentito in una nazione come il Belgio che da anni si interroga sul tema della pedofilia, tra naturale istinto al linciaggio e – non sempre convincenti – analisi sociologiche della piaga, Lannoo non si accontenta di sparare a zero (nel senso letterale del termine) contro i parroci che predicano bene e razzolano male, ma alza il tiro mettendo sotto accusa il bigottismo del cattolicesimo oltranzista, come ben dimostra la riuscita sequenza del campo militare per credenti.

Tra paramilitari da “croce e moschetto” che inveiscono contro l’Islam, pubescenti che si innamorano del proprio confessore, preti dal passato non propriamente lindo che si ritrovano per giocare a poker in una baita e madri pronte a vendicarsi a colpi di pistolettate in fronte, il materiale a disposizione per costruire un congegno a orologeria in grado di ragionare con verve anarcoide sulla falsità di un sistema di valori mai messo davvero in pratica sembrava già tutto pronto. In effetti Lannoo centra con una certa precisione il bersaglio ogni qual volta decide di spingere sul pedale del bizzarro, lavorando per eccesso ma con una levità a suo modo dolorosa. A convincere meno, semmai, è l’indecisione con cui viene scelto di volta in volta il tono su cui adagiare il film: Lannoo, forse colto dalla sensazione di maneggiare una materia troppo ardita (in fin dei conti giocare con il mito dei vampiri era assai più semplice, anche dal punto di vista meramente immaginifico) cade di quando in quando in una seriosità prolissa e ingombrante, che mal si sposa con la restante parte della messa in scena.

Ne viene fuori un film sbilenco, squilibrato, diviso tra vette di puro e genuino sarcasmo anticlericale e antiborghese e borbottii ben più retorici, quasi pedagogici nella loro voglia di “leggere la realtà”. Un dondolio espressivo in parte risollevato dall’interpretazione dei protagonisti, in particolar modo l’ottima Astrid Whettnall, già sodale di Lannoo sui set di Vampires e Little Glory.
Un dettaglio che non basta a mitigare la parziale delusione per un’opera dal potenziale davvero esplosivo ma incapace di incanalarlo in un discorso che, uscito dalle secche dell’analisi sociale, sia in grado di ragionare sull’immaginario cinematografico. E il finale, monco e buttato via, non fa che acuire tale sensazione.

Info
Il trailer di Au nom du fils.

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