Intervista a Cui Jian

Intervista a Cui Jian

Il nostro incontro con Cui Jian, rocker cinese alla sua prima esperienza in un lungometraggio con Blue Sky Bones, menzione speciale al Festival di Roma.

Interprete nel 1993 di Beijing Bastards di Zhang Yuan – film che ha aperto la strada al cinema cinese contemporaneo – Cui Jian è un musicista celebre nel suo paese, noto per aver portato il rock in Cina e per essere stato uno dei volti simbolo delle proteste di Piazza Tienanmen nell’89. Il suo esordio al lungometraggio, Blue Sky Bones, selezionato in concorso all’ottava edizione del Festival del Film di Roma e menzione speciale della giuria, è la prova di un regista già maturo che, attraverso dei fili familiari riannodati tra il passato della Rivoluzione Culturale e il presente, mette in scena il percorso di riappropriazione della propria storia (e, insieme, della storia del suo paese) da parte del ragazzo protagonista, musicista hip-hop e hacker. La svolta arriva nel momento in cui questi riceve dal padre malato una sorta di scrigno del tesoro con tutti i ricordi della madre, compreso il testo di una canzone che la donna scrisse durante la Rivoluzione Culturale e che venne censurata perché troppo intimista e sensuale – visto che la performance musicale prevedeva anche un’esibizione danzante. La canzone si intitolava The Lost Season e, quarant’anni dopo, il figlio la rielabora e ne fa un nuovo testo, più direttamente politicizzato e incentrato sull’essere consapevoli di sé e del proprio percorso.
Nell’asettica e insonorizzata sala meeting dell’Auditorium abbiamo incontrato Cui Jian con in testa il suo solito berretto da baseball su cui, in chiave pop, è incastonata la stella rossa comunista.

Come è nata l’idea del tuo esordio al lungometraggio e puoi dirci qualcosa anche sull’ambivalenza del titolo, tra Blue Sky Bones e The Lost Season, la canzone della madre, che appare scritta all’inizio e alla fine del film come se fosse il vero titolo?

Nel 2004 ho cominciato un nuovo album, Show you colour, e ho provato a costruire una storia partendo dai tre colori che avevo deciso di mettere nella copertina del disco: il rosso, il blu e il giallo. Il rosso rappresenta il sangue, le difficoltà vissute negli anni della formazione, ma anche la sfida; il blu è il futuro, l’illusione del controllo che abbiamo delle nostre vite; il giallo rappresenta la luce del sole, l’amore. Quando ho scritto la sceneggiatura dopo aver fatto questo album, avevo quattro storie: quella della madre e le altre di tre ragazzi: due ballerini e il musicista. Poi, prima di fare il film ho tagliato di molto la sceneggiatura, mettendo in rapporto il protagonista nel presente con la madre e i suoi due pretendenti nel passato, facendo cioé in modo di seguirli quando tutti e quattro avevano la stessa età. Così è nato il film che parla delle varie generazioni. Io voglio che i giovani di oggi prendano coscienza del proprio tempo. Non si può sfuggire alla propria stagione, all’epoca in cui si vive. Ed è per questo che ho insistito sulla scritta The Lost Season, scritta che alla fine del film viene cancellata. È un qualcosa che devi affrontare e superare. È di questo che parla il mio film, del vento del cambiamento. Non voglio che le nuove generazioni sfuggano alla stagione, alla loro storia. È per questo che ho scritto questa storia.

Il film ha un complesso andamento costruito su diversi piani narrativi. Ci si muove non solo sul filo del passato e del presente, ma anche sul contrasto – in realtà apparente – di alcuni simboli che sembrano quasi dei concetti binari: l’uccello e il pesce come oggetti della canzone finale del protagonista, ma anche il virus e l’antivirus con cui il protagonista esercita la sua attività di hacker. Come hai costruito questa inusuale forma di narrazione?

Il pesce è l’amore, lo dice la canzone. Io penso che nella nostra generazione abbiamo avuto una serie di esperienze, anche attraverso i nostri genitori ovviamente. Parlo della Rivoluzione Culturale di cui ho visto e sentito tutto. C’è stato un periodo poi, finita la Rivoluzione Culturale, in cui tutti eravamo molto impegnati nel movimento di protesta, senza avere l’obiettivo di fare soldi, passavamo tutto il giorno a lavorare e a immaginare il futuro, facendo riunioni che non portavano a niente dal punto di vista economico. Avevamo lo spirito, la convinzione, che ci spingeva a farlo. Ho visto tutto il cambiamento che è avvenuto negli anni, sin da quando ero piccolo. Ho visto l’evoluzione dalla Rivoluzione Culturale ad oggi, e vedo che adesso tutti si impegnano solo per fare soldi. Sono due mondi diversi: uno è come un pesce, l’altro come un uccello. Proprio perché sono cresciuto in mezzo ho potuto vedere tutto l’arco del cambiamento dei valori ed è stato un momento davvero particolare. Anche ora penso – ne parlo anche con altre persone della mia generazione – che, quando comunismo e capitalismo in Cina si sono stretti la mano, è successo qualcosa di incontrollabile. Ecco, io credo che quello è il momento paradossale in cui tra pesci e uccelli è esploso l’amore.

Il tuo film è anche un film sulla censura, quella di ieri della Rivoluzione Culturale e quella di oggi che è relativa al web. Come hai lavorato su questo concetto e quanto hai potuto dire?

Questa è la vera storia del film. Noi abbiamo ancora la censura ed è per questo che per molti spettatori cinesi di oggi è difficile da capire cosa significasse la censura ai tempi della Rivoluzione Culturale. Nella mia idea originale del film volevo insistere sull’argomento e inserire più dettagli attraverso la storia del padre, ma credo che questo sia un dramma ancora molto sentito e quindi ho dovuto eliminare questa parte dal film. È la parte – per citare la canzone della madre – della stagione perduta, è qualcosa che porta con sé un grande rimpianto, non solo un rimpianto per il passato, ma anche per tutto quello che è successo. È un qualcosa che è perso, rimosso, e che dunque non ha ancora preso una direzione nel presente e in quello che immagini sarà il tuo futuro.

Venti anni fa hai lavorato come attore per Zhang Yuan in Beijing Bastards, cosa ricordi di quell’esperienza? Lo hai incontrato in questi giorni dal momento che è giurato al Festival?

Si, l’ho incontrato in realtà solo una volta e ci siamo salutati di sfuggita, perché ho visto che era molto impegnato e non volevo essere inopportuno. Sono molto felice che sia qui e abbia potuto assistere all’anteprima del film. In realtà quando abbiamo lavorato insieme sul set di Beijing Bastards già allora gli dissi che avevo intenzione di fare un film da regista, ma che l’avrei fatto in modo diverso, con un mio stile personale. E credo sia quello che ho fatto.

C’è qualche elemento autobiografico in Blues Sky Bones, oltre ovviamente alla musica?

In realtà non molto. Ci sono delle idee basilari come il cantare e il danzare in un contesto così rigido come quello della vita militare, perché mio padre è cresciuto in quell’ambiente e quindi mi è molto familiare e lo volevo mostrare. Ma la mia storia personale non è nel film. C’è la mia musica, certo, ma ho comunque cercato di tenere fuori il rock mettendoci l’hip hop e il pop. In realtà ho altre due storie che forse farò dopo, un’altra metà della storia che riguarda la musica rock, la mia preferita, il mio genere. Questo film lo volevo fare diverso, perché volevo esplorare le possibilità che dà l’hip hop come musica e come stile di vita. Si trattava di un modo per provare a superare dei limiti, così come cerca di fare il protagonista nel film. In quasi tutte le mie canzoni si gioca sul concetto del limite. Quindi la parte del film più personale è quella che appartiene al mio stile.

Tu sei uno dei musicisti più celebri in Cina, come hai deciso di fare film?

Io non sono solo un cantante, la maggior parte del mio lavoro è quello del produttore. Sto seduto nel mio studio per esercitarmi a cantare, ma credo anche che sia necessario atteggiarmi a rock star perché la gente mi conosce per questo. Perché, da quando ho iniziato, sono ritenuto il padre della rock music cinese. Ma io sono anche un produttore, quando produci la tua stessa musica impari molto e continuamente, c’è un’empatia continua, è necessario sempre aprire la mente a messaggi provenienti da ogni arte, dalla musica, soprattutto, ma anche dal cinema. Guardo molti film e ho imparato molto dai film, non solo quelli cinesi. Prendo le cose buone, quelle che mi toccano più da vicino, più nel profondo, da qualsiasi genere di musica: hip hop, jazz, rock&roll, oriental, pop music. E lo stesso è per il cinema: gangster movie, i film hollywoodiani, tutti i generi. Tutto questo mi crea degli stimoli e inizio a percepire che voglio esprimere qualcosa, ma non so come, nessuno mi offre l’opportunità, so che devo crearmela da me. Lo devo fare da solo ed è per questo che scrivo io stesso la sceneggiatura, investo personalmente, perché voglio creare uno stile mio nel fare i film che magari è sbagliato, ma io credo che questa sia una possibilità immediata per attraversare le barriere, i generi, le arti, i tempi, i paesi, in questa stagione, in questo tempo in cui non ci sono regole di racconto da seguire perché quello che il pubblico capisce capisce, quello che non riesce a comprendere magari lo comprenderà la prossima volta. Questa è la sensazione che supporta il mio modo di creare, la mia arte.

Oltre al simbolismo dei colori e alla musica, ci sono altre espressioni artistiche nel tuo film, come ad esempio la danza.

Forse questo è il mio carattere, il mio stile. Non è semplice da comprendere, ho voluto inserire molte cose quindi a volte possono sembrare troppe. Anche nella mia musica ho questo tipo di problema. Se vedi la mia produzione musicale è così, c’è l’hip hop, il jazz, il rock, il folk, il punk, ecc. Qui, oltre a quello che s’è detto, volevo inserire un sacco di cose, che provengono da diversi generi cinematografici come ad esempio le pistole, il sesso, la violenza, ma senza bad guys, questo non mi interessava. Se trasmette malinconia questo film è perché parla dell’era della stagione perduta.

Il direttore della fotografia di Blues Sky Bones è un maestro come Christopher Doyle. Come è stato lavorare con lui?

In realtà io sono stato il primo cinese continentale che lui abbia mai incontrato e lui è il primo australiano, ma anche il primo direttore della fotografia che io abbia mai conosciuto. Questo è successo ormai trent’anni fa. Quando gli ho detto che stavo per fare un film, lui è saltato in piedi sul tavolo di un bar a Pechino dicendo: “Ok, facciamolo!”. Quando ci siamo incontrati la prima volta su un set era per Beijing Bastards, un progetto non mio che ho interpretato e prodotto. Ma sapevo che avremmo di nuovo lavorato insieme per un mio progetto e così è stato. Lui è stato molto d’aiuto, è un potentissimo aggregante, tiene insieme l’intera troupe che pende dalle sue labbra. Per tutto il tempo delle riprese è come un regista e l’energia che tu percepisci scorreva realmente sul set. Quindi ho imparato molto da lui, abbiamo avuto anche dei momenti difficili in cui la situazione sembrava fuggirci di mano, ma se li paragoni all’enorme contributo che lui ha dato al film non sono stati niente; e al montaggio, quando ho potuto vedere tutto il suo lavoro, mi sono detto: “Grazie a Dio avevamo lui”. Perché perché il materiale era davvero magnifico.

Come è stato invece lavorare al montaggio, vista la complessità e la frammentazione del racconto?

Al montaggio ho fatto molti cambiamenti rispetto alla sceneggiatura. Questa struttura così frammentata non c’era. E comunque è questo lo stile che volevo ottenere, non so se esiste già in altri film, di certo ci sono pellicole molto simili come Crash e Pulp Fiction che frammentano la temporalità e sicuramente mi hanno influenzato. Per un montatore normalmente la storia e la sua logica vengono sempre per primi, poi vengono l’energia e la passione. Invece a me la logica della storia non importava molto, era secondaria rispetto alla passione. Molti si perdono in questo film perché non capiscono cosa succede, cosa viene prima e cosa dopo e chi è chi, perché non sono abituati a questo tipo di struttura, e questo mi dispiace perché ho fatto di tutto per rendere il mio film comprensibile a un vasto pubblico.

Che riscontri hai avuto in Cina finora?

Che non è un film per tutti, è vero. Ho fatto vedere una prima versione del film ad alcuni giovani che mi hanno detto che non è nel loro stile, ci sono troppe storie e troppi salti temporali, troppi flashback, ma molti hanno detto che avrebbero voluto vederlo una seconda o anche una terza volta. Parlare delle differenti generazioni cinesi era il mio obiettivo, così come cercare di comunicare con il linguaggio dei giovani d’oggi, ma non volevo fare una lezione, perché se vedono il mio look e i miei capelli pensano che sia qualcosa di old fashioned e capiscono che io appartengo alla generazione dei loro padri. Loro non vogliono sentire che affronti problemi politici, se lo fai non ti seguono, non stanno dalla tua parte, perché pensano che non li riguardino, ti dicono che sono troppo impegnati e che hanno molto da fare, un’agenda piena. Quando poi hanno problemi politici nei loro affari, allora si stupiscono e pensano che forse tu avevi ragione. Ma se vai oggi a Piazza Tienanmen trovi che c’è la faccia di Mao e sta lì da 50 o 60 anni. Cosa significa questo? Che la generazione è la stessa, non siamo cambiati, perché anche se hai soldi e più controllo della tua vita perché puoi comprare più cose, questo non significa che sei libero, questo è il punto che volevo affrontare: non bisogna sfuggire ai problemi dei propri genitori. Se vuoi essere libero non devi perdere la tua energia e sapere che i tuoi problemi sono i problemi dei tuoi genitori, non puoi sfuggirgli.

Quali sono state le difficoltà maggiori nel mettere insieme questo film?

Maggiore è la sfida, maggiore è il divertimento per me. E questo vale sia per i film che per la musica, per me è come giocare d’azzardo. Sono pronto a sentirmi dire che questo film è un capolavoro come anche che fa schifo, perché mi è già successo con Beijing Bastards e con i due cortometraggi che avevo diretto finora, Repair Hyman Era e Chengdu, I Love You, che ho presentato a Venezia. Non sono piaciuti e molti hanno detto che non li capivano.

Come hai scelto il cast per il film?

Ni Hongjie, che interpreta la madre, non era famosa, faceva una pubblicità di biancheria intima. Ho sempre pensato che fosse molto bella, era molto simile al personaggio che avevo in mente perché questa donna che vedete nel film nella realtà conosceva mio padre, erano amici, l’ho conosciuta quando ero piccolo. Io ho pensato che lei fosse perfetta ad interpretarla, ho visto altre attrici, ero indeciso tra lei e un’altra, ma poi ho scelto lei, anche perché la prima volta che l’ho incontrata per il casting le ho dato solo poche battute da provare e lei ha iniziato a recitare e si è messa a piangere. Ero sorpreso non me lo aspettavo affatto, ma era così toccata nel profondo dalla storia. L’altra attrice apparteneva proprio alla situazione che vedete nel film, era cantante e ballerina nell’esercito. I due attori giovani non erano attori professionisti, ma ballerini. Anche il protagonista, erano tutti inesperti e allora ho pensato: “So di cosa avete bisogno” e prima delle riprese ho assoldato un allenatore di boxe e li ho fatti allenare e tutto questo ha funzionato dal primo ciak all’ultimo, le riprese sono durate 6 settimane mentre questi allenamenti di boxe 3 giorni.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Continuerai con il cinema?

Sì, uno script è già pronto, ce l’ho salvato nel computer, l’altro è nella mia mente, ma non voglio farlo per lavoro, voglio farlo per me stesso. Gli investitori mi hanno lasciato molto spazio e molta libertà nel montaggio di questo film altrimenti non avrei potuto realizzarlo.

La tua musica è stata una musica di rottura. Quando canti A Piece of Red Cloth metti una bandana rossa sugli occhi in ricordo di quanto avvenuto a Piazza Tiananmen. Qual è secondo te il ruolo della musica di protesta oggi in Cina?

La censura è molto diversa tra musica e cinema. Io non ho difficoltà con la censura per la mia musica o per i miei testi così come ce l’ho per il cinema. C’è molta apertura verso la musica oggi, non viene censurata, posso stampare i testi delle canzoni sulla copertine dei miei dischi. Molte canzoni 10-20 anni fa erano bandite, ma oggi sono state ristampate con tanto di testi. Quindi l’apertura economica sta influenzando l’apertura culturale, ma se mi metti sulla tv o sulla radio nazionale avrei ancora oggi dei problemi. Comunque, la situazione critica sta lentamente cambiando, anche rispetto al film che ho girato è cambiata ancora di più e questo mi ha sorpreso.

Qual è la differenza per te nell’esprimerti sul palco come cantante e come regista nei film?

In realtà sono un po’ timido quando rivedo e faccio vedere i miei film, mi imbarazzo. Quando sono sul palco devo avere il controllo degli spettatori, devo sapere come accenderli, seguire le loro reazioni, ma con i film è molto diverso, non ho alcun controllo sugli spettatori, devo ascoltare i loro pareri, cercare di capire cosa e perché non hanno capito. Quando rappresenti molte persone devi iniziare a pensare di cambiare qualcosa.

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