Last Vegas

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Arriva in sala Last Vegas, il film di Jon Turteltaub che ha ufficialmente aperto il Torino Film Festival. Un cast di soli divi sprecato da una sceneggiatura scritta senza cura.

Vecchio, ti diranno che sei vecchio

I quattro amici pensionati Billy, Paddy, Archie e Sam si conoscono da sempre; in occasione dell’addio al celibato di Billy, l’incallito scapolo del gruppo che ha finalmente deciso di sposare la sua compagna (ovviamente molto più giovane di lui), partono per Las Vegas con il proposito di rivivere i loro giorni di gloria… [sinossi]

Torino, auditorium Giovanni Agnelli al Lingotto. Last Vegas, scelto come film di apertura per la trentunesima edizione del Torino Film Festival, viene presentato sul palco dal regista Jon Turteltaub insieme al neo-direttore Paolo Virzì e a Emanuela Martini, da sette anni vera e propria anima del festival per quel che concerne le sezioni del concorso e di Festa Mobile. Virzì, in maniera del tutto inconscia e inconsapevole, si lascia scappare la più grande verità sul film di Turteltaub quando afferma “questo film segna, in qualche modo, la fine della retrospettiva dedicata alla New Hollywood. È come se la New Hollywood finisse una volta per tutte con questo film”. Già, la New Hollywood, terreno di formazione per l’intero cast-monstre allestito per portare in scena questa commedia sulla terza età: Robert De Niro, Michael Douglas, Kevin Kline, Morgan Freeman e Mary Steenburgen, per quanto in forma e in grado di reggere senza troppi problemi anche le battute più imbarazzanti di una sceneggiatura scritta senza troppa cura, avrebbero indubbiamente meritato un copione meno retrivo e bolso.

In un magma indistinto di riprese da cartolina-videoclip (i passaggi su Las Vegas appaiono davvero posticci e mal digeribili), luoghi comuni sull’amicizia, sull’amore e sulla vecchiaia, e stanchi tentativi di ripercorrere i fasti di pellicole dal successo effimero ma remunerativo come Una notte da leoni, Last Vegas appare fin dalle primissime battute un film nato morto, costruito a tavolino su un manipolo di attori che ai tempi dorati rappresentavano il non plus ultra della recitazione a Hollywood e dintorni e oggi rischiano di scomparire dalla labile memoria cinefila delle nuove generazioni, preoccupazione resa evidente dal ricorso a volti noti del piccolo schermo come Jerry Ferrara (Entourage) e Romany Malco (Weeds). In un percorso di rimozione che gela il sangue nelle vene Hollywood ha rimasticato il proprio passato, modellandolo sul presente senza conservarne una reale e tangibile memoria: l’immagine di De Niro che ripassa a memoria gli uppercut di fronte allo specchio del bagno non riesce in nessun modo a rimandare a Jake LaMotta, ma rimane semplice boutade ironica sul tentativo dell’uggioso Paddy di mantenersi in forma. Allo stesso modo l’attempato Billy/Michael Douglas, ossessionato dalla paura di invecchiare, perde qualsiasi lettura possibile del tempus fugit dell’immaginario cinematografico per accontentarsi di una goliardica presa in giro dell’attore, anche nella realtà – come nella finzione scenica – legato a una donna di molti anni più giovane.

Eppure, paradossalmente, proprio nel marasma di un’opera sbagliata e difficile da difendere, è possibile apprezzare la statura attoriale dei protagonisti, e l’incolmabile divario che automaticamente si crea tra loro e il resto degli interpreti scelti per la bisogna. Basta un gesto, una battuta furtiva, lo sguardo di una delle cinque primedonne per giustificare una macchina da presa accesa su di loro. Una consapevolezza che però non fa altro che acuire il dispiacere per un’opera fragile e già dimenticata come Last Vegas. Per fortuna, come ricorda al pubblico un passaggio del film “ciò che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas”. Magra consolazione…

Info
Il sito ufficiale di Last Vegas
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