Torino 2013 – Minuto per minuto

Torino 2013 – Minuto per minuto

Approdiamo all’ombra della Mole, e insieme alla neve arriva il tradizionale momento del minuto per minuto. Tra opere prime, seconde, terze, documentari italiani e internazionali, eversioni visive e detonazioni pop, ecco a voi il Torino Film Festival 2013…

Sabato 30 novembre

21.10
È stata una graziosa commedia adolescenziale sul rapporto madre/figlio a conquistare la giuria composta da Guillermo Arriaga, Stephen Amidon, Aida Begić, Francesca Marciano e Jorge Perugorría: Club Sándwich del regista messicano Fernando Eimbcke vince Torino 31. Il Premio Speciale della giuria va invece a: 2 automnes 3 hivers di Sébastien Betbeder commedia francese di sentimenti e cinefilia, sicuramente più convincente di Club Sándwich,  con un attore, Vincent Macaigne, che qui al festival era strepitoso protagonista anche di La bataille de Solférino. Eppure il premio al miglior interprete è andato a Gabriel Arcand per Le démantèlement di Sébastien Pilote, per una recitazione tutta basata sull’introversione, mentre miglior attrice è Samantha Castillo per il film venezuelano Pelo Malo di Mariana Rondón (che incassa anche il riconoscimento alla miglior sceneggiatura). Il Premio del pubblico va al buon esordio di Pierfrancesco Diliberto “Pif”: La mafia uccide solo d’estate nelle sale italiane già da giovedì. [d.p.]

21.00
Fiore all’occhiello di questa edizione del Torino Film Festival, TFFDoc ha rivelato una serie di autori e di sguardi sulla realtà (reale o parzialmente ricostruita che fosse) eccentrici, appassionati e talvolta arrabbiati. La Giuria di Internazionale.doc, composta da Cíntia Gil, Jean-Charles Hue e Gabe Klinger, ha proclamato vincitore A Spell to Ward Off the Darkness di Ben Rivers e Ben Russell, pellicola (nel vero senso del termine dato che è girata in 16mm) su condivisione, interconnessione, riti pagani e black metal. Tra le visioni più ammalianti dell’intera kermesse. E a breve pubblicheremo l’intervista che nei giorni scorsi abbiamo fatto ai due registi qui a Torino. Un Premio Speciale della giuria va al seducente Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini, elegia della vita quotidiana di un’adolescente che cresce nel Texas profondo secondo i precetti della Bibbia. [d.p.]

20.50
La Giuria di Italiana.doc, composta da Jasmin Basič, Esmeralda Calabria e Salvatore Mereu, ha invece dato il primo premio a I fantasmi di San Berillo, film di Edoardo Morabito che rintraccia e setaccia i residui urbani e umani del vecchio quartiere popolare di San Berillo a Catania, quasi completamente demolito alla fine degli anni ’50, in un classico e deleterio accecamento modernista. Eccessivo sembra, al contrario, il premio speciale della giuria a Striplife (diretto da Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi, Valeria Testagrossa e Andrea Zambelli), una riflessione più estetica che etica sulla vita quotidiana nella striscia di Gaza. Un premio che i registi di Striplife ricevono in ex aequo con Claudio Giovannesi, autore di Wolf, ritratto malinconico e tragico sul tentativo di riappropriazione della memoria da parte dell’ebreo Wolf Murmelstein nei confronti dell’operato del padre, costretto dalle SS a gestire il campo di transito di Terezin durante la Seconda Guerra Mondiale. [a.a.]

Venerdì 29 novembre

23.54
Oggi è stata la fortunatissima giornata in cui siamo riusciti a vedere due dei film più belli di questa edizione: Computer Chess di Andrew Bujalski e La ùltima película di Raya Martin e Mark Peranson. Il primo è un esempio del nuovo cinema americano ultra-indipendente di stanza ad Austin e il cui padre putativo è Richard Linklater. Un film ostinamente e scientemente folle nella sua ideazione – un torneo di scacchi in cui si affrontano dei computer -, ambientato negli anni ’80 e girato in bianco e nero con una videocamera dell’epoca. Una riflessione sulla tecnica e sulla tecnologia, sull’uomo-macchina, l’uomo-numero e l’uomo-pedone e sulla cattiva tendenza di dividere il mondo in codici binari. Filosofico, spassoso, a tratti persino sperimentale, Computer Chess merita di essere annoverato tra quei grandi film che, cogliendo un aspetto cruciale del recente passato (l’epoca dei primi prototipi di pc), permette di ri-attraversare e di leggere in maniera critica gli ultimi trent’anni della nostra civiltà. Straordinario anche La ùltima película, anarchico e destabilizzante esempio di cinema libero e libertario che ricorda certe sperimentazioni del Bressane anni ’70. Continui cambi di ritmo, sardoniche ironie e sprazzi di una visionarietà abbacinante (le sovrimpressioni di paesaggi d’ “altro mondo” sulle onde del mare), il film della coppia Raya Martin/Mark Peranson è un gioco meta-cinematografico sulla fine del mondo prevista dai Maya per il 2012 e in cui si coglie questa occasione per viaggiare in Messico e mettere in scena il cosiddetto ultimo film della storia del cinema. Tutto incentrato su questa ironia nichilista da “fin absolu du cinema”, in realtà La ùltima película è uno dei più straordinari atti d’amore nei confronti dell’arte cinematografica che sia stato fatto nell’ultimo decennio. [a.a.]

19.05
Ultime visioni in Italiana.doc. Molto bene Rosarno di Greta De Lazzaris, un lavoro girato nel 2004, quando la cittadina calabrese non era ancora salita agli onori della cronaca per le terribili condizioni di sfruttamento dei migranti; un film in cui è centrale lo sguardo della regista, il suo modo di riprendere, capace di documentare le soluzioni più terribili (il litigio per i materassi), come di cogliere lo smarrimento di fronte all’assurdità di una condizione disumana (il primo piano ebete di una suora). Bello anche il documentario di Claudio Giovannesi, Wolf, dolorosa rielaborazione e ri-narrazione da parte del protagonista del ruolo che ebbe il padre, il rabbino Murmelstein, nella gestione di un campo in cui gli ebrei erano tenuti prigionieri dalle SS. Anche qui, il lavoro sullo sguardo e sulla scelta di lavorare sul primo piano del protagonista riesce a convincere. Lasciano qualche dubbio invece Il lago di Yukai Ebisuno e Raffaella Mantegazza – ritratto partecipe ma un po’ inerte del padre giapponese di uno dei due registi che ha ricreato una sorta di piccolo rifugio orientale nella campagna piemontese – e Habitat (Piavoli) di Claudio Casazza w Luca Ferri, dedicato a uno dei registi più appartati del nostro cinema, Franco Piavoli, e costruito nel tentativo di rielaborarne il poetico immaginario visivo; un omaggio che però non è esente da un certo compiacimento e da un certo indulgere verso la bella immagine, con uno spirito quasi museificante. [a.a.]

16.14
Tutti coloro che nel corso degli ultimi anni hanno spiegato la crisi persistente del cinema italiano facendo riferimento alla destabilizzazione economica dello Stato, dovrebbero volgere lo sguardo verso ovest, in direzione di Lisbona e dintorni. La cinematografia portoghese si dimostra una volta di più in forma smagliante: dopo Venezia (lo straordinario Redemption di Miguel Gomes) e Roma (O Novo Testamento de Jesus Cristo segundo João di Joaquim Pinto e Nuno Leonel e A mãe e o mar di Gonçalo Tocha, tanto per fare due esempi), anche Torino certifica il ruolo di primaria importanza raggiunto negli ultimi mesi dalla (non più) industria lusitana. Ieri sera al Cinema Massimo all’interno della sezione Onde sono stati proiettati tre cortometraggi, seguiti dall’affascinante lungo Bibliografia dei giovani fratelli João e Miguel Manso: tra tutti rifulge, come sempre, il genio di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata, già presenti al TFF lo scorso anno con l’irrinunciabile A Última Vez Que vi Macau e che quest’anno hanno portato il corto Mahjong, un sublime incrocio tra noir, documento del reale e sperimentazione narrativa. Alla faccia della crisi… [r.m.]

Giovedì 28 novembre

23.28
Straordinario recupero in concorso: La bataille de Solférino di Justine Triet è davvero un gran film. Ambientato (e girato) nel giorno della vittoria di Hollande alle presidenziali francesi, il film della Triet usa la dinamica pubblica e politica per mettere in scena una spirale privata di relazioni folli e isteriche all’interno di una famiglia allargata. Grande saggio pratico/teorico sul caos organizzato, La bataille de Solférino (per i francesi via Solferino è la sede del Partito Socialista e non quella del Corriere della Sera) è un film di una vitalità travolgente, con delle grandissime prove attoriali (volti ancora non famosi da noi come Vincent Macaigne e Laetitia Dosch), con un gioco sublime di improvvisazione imposta a partire da un canovaccio (in particolare tutta la parte, magnifica, ambientata proprio a rue Solferino) e con una affermazione di indomito dominio della macchina-cinema su tutto il resto, la politica, il giornalismo, la TV. [a.a]

22.10
La messinscena della Passione di Cristo come psicodramma collettivo di una popolazione vittima prima della tragedia del Vajont, poi della sua mala gestione da parte dello Stato Italiano. È questo il punto di partenza per La passione di Erto, documentario presentato a TFF doc/Italiana.doc e firmato da Penelope Bortoluzzi. Con uno sguardo discreto, la regista si immerge in un dramma storico, geografico e umano, mettendo in connessione passato e presente, realtà e rappresentazione. Nonostante qualche ripetizione, La passione di Erto è un lavoro importante e di pregevole fattura che ci rimette in contatto con una tragedia del passato le cui contraddizioni restano irrisolte e le cui dinamiche rischiano di ripetersi ancora. [d.p.]

 

21.10
Dopo un filotto di anteprime pomeridiane/preserali, segnaliamo altre due pellicole. La prima, All Is Lost di J.C. Chandor, è una drammatica avventura in mare e in solitaria: a migliaia di miglia dalla salvezza, tra incidenti e inconvenienti di ogni tipo e qualche tempesta, un uomo di mare (Robert Redford in ottima forma) lotta disperatamente e sagacemente per la sopravvivenza. Nelle sale da febbraio: da recuperare. Non avrà probabilmente la stessa fortuna distributiva il teen movie fantascientifico Plus One di Dennis Iliadis (Hardcore, il remake The Last House on the Left), una bizzarra messa in scena, a suo modo estremamente filologica, del genere e delle dinamiche del cinema di John Hughes e del suo fedele discepolo Kevin Williamson (Dawson’s Creek). Insomma, Dawson/David e Joey/Jill ancora una volta e ancora una volta e ancora una volta… [e.a.]

20.47
È un esordio in sordina, ma comunque apprezzabile quello di Claudio Amendola con La mossa del pinguino, presentato stasera alla stampa del TFF nella sezione Festa mobile/EuroPop. L’ attore, noto ai più per la saga tv de I Cesaroni, recupera il sodale Antonello Fassari e insieme al sempre più burbero Ennio Fantastichini, Ricky Memphis e al protagonista Edoardo Leo, lo lancia in un’impresa agonistica senza speranza: la qualificazione alle olimpiadi invernali di Torino 2006 nella disciplina del curling. Anche se molte gag mancano di ritmo e Leo non riesce ad acquisire mai la naturalezza richiesta per il ruolo di borgataro sognatore, La mossa del pinguino si fa comunque apprezzare, per il suo sguardo melanconico e complice su un proletariato  che per una volta sembra davvero tale – i nostri eroi fanno davvero dei lavori umili -, l’ interpretazione come al solito ottima di Memphis e in fondo anche per la sua ostentata ingenuità. [d.p.]

13.35
Torniamo alla serata di ieri, con due anteprime. La prima, della sezione Festa mobile/EuroPop, è il lungometraggio polacco Traffic Department, scritto e diretto da Wojciech Smarzowski e grande successo in patria. Polizia, politica, corruzione, sesso… ricorda qualcosa? Si arriva persino alla citazione del “bunga bunga”. Montaggio serrato, accade di tutto, riprese con videocamere in quantità industriale e vagonate di cinismo. Finale efficace. Interessante. Più esile del previsto, viste le premesse, il dramma con venature thriller The Husband del canadese Bruce McDonald, vecchia conoscenza del TFF. Non è una delle sue opere migliori, ma alcune sequenza meritano (in primis, quella con la babysitter). [e.a.]

Mercoledì 27 novembre

23.45
All’ultima proiezione disponibile siamo riusciti a recuperare La mafia uccide solo d’estate, esordio alla regia di Pif che, decisamente, sorprende in positivo: finalmente un esempio di cinema popolare italiano che, pur affidandosi a certi toni da commedia, non rinuncia anche a mostrare il dramma in scena, in particolare quello dei più che decennali omicidi mafiosi, raccontati dagli anni ’80 in poi. Un percorso tra atti mancati del protagonista e atti criminali mafiosi che non può che creare conflitto provocando perciò la presa di coscienza dei personaggi e del pubblico. Un film sincero e ben scritto, con qualche difetto di troppo di regia. Ma si tratta pur sempre di un’opera prima… [a.a.]

23:30
Un percorso collettivo nella quotidianità di un gruppo di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza. É Striplife documentario presentato in  concorso a TFFdoc e firmato da Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi, Valeria Testagrossa e Andrea Zambelli. Splendidamente diretto e montato Striplife inanella una serie di situazioni di forte impatto: un gruppo di ragazzi che praticano il parkour in un campo profughi e tra le rovine dei bombardamenti israeliani, l’attività quotidiana di un fotografo reso disabile da una bomba, il lavoro di una speaker del telegiornale, un anziano contadino che coltiva il suo orto senza sapere se riuscirà a coglierne i frutti, dei rapper che – nonostante un pubblico divieto – compongono e improvvisano le loro rime. Il tutto intervallato da immagini degli animali di uno zoo, metafora poco originale di una condizione di prigionia che si estende a tutti i protagonisti. Nonostante le belle immagini e la linfa vitale che i “personaggi” riescono a trasmettere Striplife non riesce a diventare racconto, né reportage e si ferma a un livello illustrativo, riecheggiato da didascalie non sempre necessarie. [d.p.]

21.16
Recuperato nella sala 5 del Reposi il fondamentale Medium Cool di Haskell Wexler, straordinario documento che tra realtà e finzione racconta i giorni caldi della protesta durante la Convention Democratica di Chicago del 1968. Peccato che la visione sia stata funestata prima dai soliti commenti “cinefili” in fila in grado di far venire i brividi sulla schiena o la pellagra (“I film orientali sono troppo diversi dai nostri, è impossibile capirli veramente” e via discorrendo), e dopo da una lite tra due senzatetto vicino al Cinema Lux, con uno che accusava di essere un benestante truffatore l’altro. Una guerra tra poveri che ha ricordato a tutti fin troppo banalmente cosa sia l’Italia del 2013, al di là di qualsiasi retorica. [r.m.]

14.12
Altro bel documentario presentato ieri in Italiana.doc, El Lugar de las Fresas (Il luogo delle fragole), diretto dalla regista spagnola Maite Vitoria Daneris, che ha lavorato per ben sette anni al progetto. Un film interamente piemontese, girato tra il mercato di Porta Palazzo a Torino e la campagna circostante, El Lugar de las Fresas è una bellissima vicenda, più che di riflessione, di “messa in pratica” dell’integrazione tra due contadini locali, un ragazzo arabo e la regista stessa, impegnata in scena in prima persona. Istintivo, commovente, divertente e anche sanamente ingenuo, l’esordio al lungometraggio di Maite Vitoria Daneris è un film che però non va preso alla leggera, perché riesce anche a riflettere – senza concettualismi, al contrario – sul ruolo del documentarista, mai “a parte”, ma sempre direttamente coinvolto nell’azione. [a.a.]

11.00
Presentato oggi in concorso al TFF La Plaga di Neus Ballùs. Riflessione sul fluire della vita nonostante l’incombere della malattia e della morte, il film di Ballùs pedina con sguardo complice e affettivo i suoi quattro personaggi: un wrestler moldavo che lavora anche come bracciante, il proprietario dell’azienda agricola in difficoltà a causa di un’invasione di mosche bianche, una prostituta, un’88enne che viene ricoverata in una casa di cura e l’infermiera filippina che la assiste. Seppur interessante per scelte registiche e per la ricercata prossimità con i suoi personaggi La Plaga resta però – magari anche volutamente – un tranche de vie di superficie sulle difficoltà economiche e lavorative in tempo di crisi. [d.p.]

09.00
Un’esperienza audio-visiva ipnotica e ammaliante capace di rievocare i poteri ancestrali del cinema. E’ questo l’effetto che produce la visione di A Spell To Ward Off the Darkness di Ben Rivers e Ben Russell, proiettato nella sezione Internazionale.doc al Torino Film Festival 2013. In una struttura tripartita che parte dall’esplorazione della vita in una comune, prosegue con l’immersione di uno dei suoi componenti nella wilderness e termina con la sua esibizione in concerto death metal, i due autori ci guidano in un universo composito dove riecheggiano esoterismo, empatia, paganesimo e ritualità, mentre rifulge l’eterna magia del cinema. [d.p.]

00.30
Difficile annoiarsi con la sezione After Hours. L’horror a episodi V/H/S/2, tenuto insieme da una superflua cornice narrativa, è un divertissement che regala interessanti intuizioni visive, condite da parecchia ironia. Zombi, found footage, fantasmi, sette sataniche, qualche bella fanciulla, sangue e budella a volontà non fanno certo un lungometraggio, ma aiutano – si consiglia la visione con amici, tante birre e patatine a pioggia. Discorso diverso per l’ispirata commedia nera canadese Whitewash, un (quasi) one-man show che esalta il carisma e la presenza scenica di Thomas Haden Church. Emanuel Hoss-Desmarais, a suo agio tra paesaggi innevati insolitamente claustrofobici, scrive e dirige una degnissima e sagace opera prima. [e.a.]

Martedì 26 novembre

18.30
Recuperi documentaristici tra ieri sera e stamattina. Molto bene in Italiana.doc I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito e Fuoriscena di Massimo Donati e Alessandro Leone, male nel concorso Torino.31 Il treno va a Mosca di Federico Ferrone e Michele Manzolini. Il primo è il tentativo (riuscito) di auscultare le viscere della Catania popolare e, in particolare, del quartiere di San Berillo, demolito e rimosso dal boom economico in poi. Il secondo è un wisemaniano, costante e vitale pedinamento di un anno di vita degli allievi dell’Accademia Teatro La Scala. Il terzo è, purtroppo, un superficiale recupero di preziosi materiali di repertorio (diretti da un ex militante del PCI, Sauro) con cui si vorrebbe raccontare l’adorazione dei comunisti italiani verso l’Unione Sovietica degli anni ’50; ma i due registi non fanno altro che proporre immagini incapaci di “farsi” discorso e discorsi del protagonista in voice over, Sauro per l’appunto, che non diventano mai evocativi, per mancanza di dettagli e per essere quasi sempre una esornativa sottolineatura delle immagini. L’errore, ovviamente, non è del protagonista, ma del modo in cui si è costruita la sua relazione con la scena e con la memoria. [a.a.]

16.00
Un coming of age tenero e frizzante. È The Way Way Back di Nat Faxon e Jim Rash, presentato oggi nella sezione Festa mobile al TFF. I due registi, già sceneggiatori in tandem per Paradiso amaro di Alexander Payne, confermano il loro talento nel tratteggiare, con grazia e rifuggendo a facili cliché, la storia di un adolescente un po’ nerd e dell’estate che cambierà la sua vita; grazie soprattutto all’incontro con il proprietario di un parco acquatico, incarnato da un incontenibile Sam Rockwell. L’ennesima dimostrazione delle vitalità creativa del cinema indie americano. [d.p.]

12.30
Sensō to hitori no onna (A Woman and War), opera prima di Junichi Inoue selezionata in concorso, è Wakamatsu senza Wakamatsu, è una lettura onesta e tragica del Giappone immerso nella Seconda guerra mondiale, è la messa in scena di un mutamento epocale, di una resa scioccante. Inoue disegna una traiettoria discendente e buia: la perdita della speranza, della moralità, dell’umanità, filtrando il racconto attraverso la contrapposizione tra eros e thanatos. Senza Wakamatsu, come dicevamo: troppo didascalico, non sempre convincente nelle scelte registiche, A Woman and War è in ogni caso un esordio promettente. [e.a.]

Lunedì 25 novembre

22.35
Sete di rivalsa, orgoglio proletario e un’ondata travolgente di pop psichedelico hanno galvanizzato i presenti alla proiezione stampa serale di The Stone Roses: Made of Stone, documentario dedicato alla band di Manchester, diretto dal regista di This is England Shane Meadows. Con una struttura narrativa impeccabile che mescola immagini di repertorio, spezzoni di concerti, dietro le quinte, bianco e nero e  colore, Meadows  ricostruisce la storia degli Stone Roses, dagli esordi al successo, dallo scioglimento alla recente reunion, lasciando ampio spazio alle emozioni dei fans e mettendosi in scena in prima persona. Perché la vita musicale di una band attraversa sempre inevitabilmente quella di migliaia di persone, situate ad ogni latitudine, estremo oriente compreso. [d.p.]

19.45
Assai distante dall’orgia di carne e sangue The Green Inferno di Tim Roth, Caníbal di Manuel Martín Cuenca mette in scena un serial killer silenzioso, anonimo, a suo modo romantico. Due ottime sequenze (l’incipit e la scena sulla spiaggia), qualche pasto frugale a base di carne umana e una storia d’amore impossibile. Tirato un po’ troppo per le lunghe ma interessante. Presentato nella sezione After Hours. [e.a.]

15.29
Giornata di rivoluzioni, di lumi e di ombre, al TFF. In mattinata abbiamo recuperato The Stuart Hall Project di John Akomfrah, illuminante documentario che, partendo dalla figura di Stuart Hall, uno dei numi tutelari della New Left inglese, traccia un resoconto delle derive ideologiche del Ventesimo Secolo, tra post-colonialismo e istinto di rivoluzione/integrazione. Di epoche illuminate – o presunte tali – parla anche Albert Serra in Historia de la meva mort, presentato in Onde dopo aver trionfato all’ultimo Festival di Locarno: da un lato i lumi e Casanova, dall’altro l’ombra minacciosa di Dracula. Destrutturato e ammaliante, visionario e minimale allo stesso tempo, è la conferma del talento autoriale di Serra, tra i nomi fondamentali del nuovo cinema europeo. [r.m.]

03.15
Rigorosi o completamente squilibrati, i film horror sono come piccole oasi: oggetti più facilmente digeribili e, spesso, anche più agevolmente decifrabili. Seguiamo quindi con un certo piacere anche la sezione After Hours (ovvero, l’ex Rapporto confidenziale), generosa col genere horror. L’ultima visione, The Station di Marvin Kren, cambia registro con estrema facilità, immaginando drammatiche conseguenze sul fronte climatico con tanto di famelici animali mutanti. Il tutto è tenuto insieme con lo scotch, tra echi carpenteriani e divagazioni grottesche. Succede proprio di tutto. Sballato, magari anche un po’ sbagliato, ma in fin dei conti divertente. [e.a.]

00.05
Una splendida proiezione in pellicola, la fotografia firmata da Gordon Willis e Michael Chapman operatore alla macchina, il tutto presentato da un volto simbolo del miglior cinema americano anni ’60 e ’70: Elliott Gould. Succede al Torino Film Festival 2013, dove questa sera all’interno della retrospettiva New Hollywood è stato proiettato Little Murders, pellicola del 1971 diretta dall’attore Alan Arkin. Summa ironica e feroce dello zeitgeist dei primissimi anni ’70, tra paranoia, teorie del complotto, intercettazioni, nichilismo ed esplosioni di inspiegabile violenza, Little Murders è stato anche prodotto – oltre che interpretato – da Gould che nella sua introduzione ha ricordato come inizialmente la regia del film fosse stata affidata a Jean-Luc Godard. Chissà cosa ne sarebbe venuto fuori. [d.p.]

Domenica 24 novembre

23.30
Nel rispetto della tradizione del TFF le retrospettive hanno anche quest’anno un ruolo importante all’interno della programmazione. Oggi è sembrato il momento buono per approcciare sia l’omaggio al cinema di Yu Likwai che a quello della New Hollywood. All Tomorrow’s Parties del 2003 è il secondo lungometraggio del cineasta hongkonghese, noto anche per essere il direttore della fotografia di Jia Zhangke, un film strabiliante per portata visionaria e per afflato metafisico in cui – in una dimensione post-apocalittica – alcuni giovani, prigionieri in un campo di rieducazione, cercano di sopravvivere a un regime che è una chiara rivitazione delle varie dittature novecentesche. Un esempio pressoché unico di cinema hongkonghese austero e profetico che guarda allo stesso tempo alla fantascienza e alle varie storture umane prodotte nella Cina maoista. E con un gusto per delle location da deriva urbana che ha più di un punto di contatto proprio con il cinema di Jia Zhangke. Subito dopo, radicale cambio di registro con California Split, un Altman d’annata (1974) in cui, davanti a tavoli da poker e a roulette, duettano magnificamente George Segal e Elliott Gould, in un buddy movie apparentemente spensierato e in realtà mostruosamente tragico che a ogni visione è sempre più gratificante. Possibile però che non ci fosse una copia migliore da proiettare in 35mm.? Questa era decisamente virata in rosso, quasi senza contrasto. Un vero peccato… [a.a.]

16.40
Riassuntino di mezza giornata. Interessante ma un po’ indeciso sulla direzione da prendere il “faida movie” in concorso Blue Rain, scritto e diretto da Jeremy Saulnier (Murder Party). Comunque da vedere. Completamente folle e ultra-indie l’oggetto bizzarro Computer Chess di Andrew Bujalski, tra estetica anni Ottanta, scacchi, informatica e un bianco e nero straniante. Da recuperare. Altro film in concorso: il coreano Red Family di Ju-hyoung Lee, ennesimo mattoncino pro avvicinamento tra le due Coree. Scritto e prodotto dal redivivo Kim Ki-duk. Si canta Arirang, immancabilmente. Ottimo cast ma complessivamente sconquassato, ha comunque il pregio di smuovere dai soliti binari il concorso. [e.a.]

14.05
Non è facile abbozzare un commento a La sedia della felicità, nuovo lungometraggio di finzione di Carlo Mazzacurati a tre anni di distanza da La passione. Si può apprezzare la voglia di lavorare su una commedia ai limiti del surreale, cercando di rintracciare le coordinate che portarono al successo de La lingua del santo, ma non si possono chiudere gli occhi sulle abnormi mancanze e sui difetti di un film clamorosamente imperfetto che non ha il coraggio di puntare tutto sull’anarchia narrativa, rimanendo ingabbiato tra le sbarre di un cinema “commerciale” al quale – almeno a prima vista – in questa occasione non può ambire. Mazzacurati si circonda di tutti i suoi amici più cari (Bentivoglio, Orlando, Albanese, Citran e via discorrendo), ma serve a ben poco. [r.m.]

04.00
Preghiamo i nostri lettori di scusare gli orari piuttosto improbabili nei quali riusciamo ad aggiornare il minuto per minuto, ma lo spostamento a piazza Castello della sala stampa, più distante di prima dalle sale ci sta creando non pochi problemi. Domani, con l’arrivo dei rinforzi da Roma (Alessandro Aniballi e Daria Pomponio) la situazione migliorerà sicuramente. Intanto la serata di oggi/ieri l’abbiamo passata in compagnia della selezione del TFF per quanto riguarda i documentari con interessanti incursioni nell’analisi del post-colonialismo: nel pomeriggio sono stati presentati due lavori brevi di Filipa César incentrati sulla Guinea-Bissau (The Embassy e Cacheu) insieme al mediometraggio che la giovane cineasta e attrice Mati Diop ha dedicato al capolavoro di suo zio Djibril Diop Mambety Touki Bouki: Mille soleils ritorna in Senegal per comprendere cosa è rimasto del sogno di libertà dal cappio occidentale. In prima serata è stata poi la volta de Il segreto, bizzarro documentario partenopeo diretto dagli artisti cyop&kaf e incentrato sulle bande di bambini che a ridosso dell’Epifania si contendono il predominio degli alberi di Natale da bruciare in onore di un santo. Un’opera che mescola la pura azione a un discorso mai banale sull’appartenenza al territorio e al mondo culturale che ci sovrasta. In conflitto proprio con il mondo e con la decodifica standard de linguaggio è una volta di più l’indispensabile cineasta filippino Gym Lumbera: il suo Anak Araw, pur non essendo un documentario nella forma lo diventa nella sostanza, analisi personalissima  e spiazzante del rappporto tra le culture e le lingue, nello specifico il tagalog e l’inglese. Immerso in un bianco e nero straordinario e dai contorni quasi surreali, Anak Araw è finora una delle visioni più sconvolgenti del festival. [r.m.]

03.55
La notte non ci porta consiglio. Passate alcune ore (e alcune birre), non riusciamo proprio a salvare il western Sweetwater, revenge movie al femminile che si affida totalmente al carisma degli interpreti e alle intuizioni cromatiche dei costumisti. Troppo poco. Siamo lontanissimi da un possibile e sacrosanto rilancio del genere, nonostante l’impegno e il fascino di January Jones, Ed Harris e Jason Isaacs. Quando un uomo con la pistola incontra una donna con… [e.a.]

Sabato 23 novembre

18.31
Ci lascia un retrogusto un po’ amaro la pellicola statunitense in concorso C.O.G., opera seconda di Kyle Patrick Alvarez (Easier with Practice). Un Bildungsroman con personaggi e scorciatoie narrative tipiche del cinema indie, o presunto tale. Finisce per girare a vuoto il percorso del giovane David, studente di Yale, come la sua immersione in una realtà altra, tra lavoro, sessualità e religione. Interessante il protagonista Jonathan Groff. [e.a.]

15.00
Giornata finora davvero intensa al Torino Film Festival. La mattina si è aperta con Noche, affascinante lungometraggio di Leonardo Brzezicki presentato nella sezione Onde e anticipato dal cortometraggio Soles de primavera del serbo Stefan Ivancic, che racconta una giornata a Belgrado per quattro adolescenti comunisti. Una piccola gemma da recuperare. A proposito di gemme, è stata poi la volta della revisione dello splendido Frances Ha di Noah Baumbach, a nove mesi di distanza dalla prima visione alla Berlinale: riuscire ad assistere alla proiezione senza innamorarsi di Greta Gerwig è impresa che sfiora il titanico. Infine, invece di concederci un riposo post-prandiale, ci siamo tuffati nel nuovo lungometraggio del sempre amato Sébastien Betbeder, 2 automnes 3 hivers, presentato in concorso: una commedia sentimentale che ragiona sul senso del racconto cinematografico e riesce, senza mai lasciarsi prendere le mani dalla retorica, a raccontare il fragile miracolo dell’innamoramento. Ad avercene… [r.m.]

Venerdì 22 novembre

24.00
Come promesso già durante la conferenza stampa di inizio novembre, ad accogliere gli invitati alla serata inaugurale del Torino Film Festival 2013 è stata una banda capitanata da Bobo Rondelli. Un dispiegamento di “pop” che in tutta franchezza non ci ha convinto, anche per la scelta – piuttosto incomprensibile – di elidere dal video riassuntivo della selezione tutte le opere inserite nelle sezioni TFFdoc e Onde. Tra una battuta su Fassino e una frecciatina alla Lega si è arrivati alla visione di Last Vegas, la commedia di Jon Turteltaub scelta come film d’apertura. Un’opera stanca, che solo occasionalmente riesce a essere nobilitata dalla presenza in scena di cinque mostri sacri di Hollywood come Robert De Niro, Michael Douglas, Kevin Kline, Morgan Freeman e Mary Steenburgen. Si ride poco, e si ha l’impressione che la mediocre sceneggiatura sia stata solo la scusa per riunire un cast-monstre. Peccato. [r.m.]

19.45
Le démantèlement, opera seconda di Sébastien Pilote (già premio Cipputi nel 2011 per Le vendeur), si dilunga forse troppo e scivola in una descrizione didascalica dei personaggi e dei paesaggi, ma riesce a sondare l’animo di un uomo solitario, padre fin troppo generoso, in bilico tra amore e disillusione. Senza la crudezza balzachiana (Papà Goriot), Pilote disegna la parabola discendente di una società, e di una famiglia, che non merita l’onestà e la dedizione del fattore Gaby Gagnon (Gabriel Arcand). Una garbata operetta morale e minimalista. [e.a.]

19.03
Mentre su Torino fioccava gentilmente e in proiezione stampa passava il primo film del concorso, Le démantèlement di Sébastien Pilote, al Cinema Massimo abbiamo recuperato Au nom du fils, nuovo sarcastica creatura partorita dal belga Vincent Lannoo, che qui a Torino portò in concorso Vampires. Stavolta il tema centrale del racconto è quello del fanatismo religioso e dei preti pedofili: alcune ottime intuizioni in parte inficiate da un racconto troppo slabbrato e indeciso sulla linea da seguire e da un finale un pochino monco. Però un paio di sequenze colpiscono nel bersaglio, questo sì. [r.m.]

INFO
Il sito del Torino Film Festival 2013.

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