Frances Ha

Frances Ha

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Dopo la presentazione alla Berlinale, approda al Torino Film Festival 2013 la perla di Noah Baumbach, Frances Ha, con protagonista Greta Gerwig.

Di casa in casa

Frances ha ventisette anni e vive a New York con la sua migliore amica Sophie. Frances è impegnata a reinventare la propria carriera di ballerina. Nonostante sia passato del tempo dalla sua laurea, il raggiungimento di una stabile vita professionale appare ancora come un sogno distante. Anche se la sua ricerca del lavoro si risolve in una delusione dopo l’altra, la ragazza è soddisfatta della sua vita con Sophie, nonostante le due sembrino a occhi esterni una vecchia coppia sposata. Ma improvvisamente Sophie va a vivere senza alcun preavviso con un’altra ragazza a Tribeca e Frances si trova di punto in bianco in mezzo a una strada. Ora Frances non deve solo trovare un nuovo posto in cui vivere, ma anche un nuovo posto nel mondo, visto che la maggior parte dei suoi grandi progetti non sembrano destinati a concretizzarsi. [sinossi]

All’interno della vita quotidiana ai festival cinematografici, spesso dominata dalla fretta e dall’ansia spasmodica di doversi scapicollare da una sala all’altra, inseguendo film dai generi, le culture (e a volte anche le epoche storiche) più disparate, esiste il momento estatico in cui, per una fortuita concatenazione di eventi, si riesce ad assistere a un’opera in grado di risollevare lo spirito dalle stanchezze della giornata, dalle code per l’ingresso in sala, dalle discussioni più o meno cinefile affrontate con gli altri accreditati. Dopo aver svolto questo compito egregiamente all’ultima Berlinale, Frances Ha, nuovo parto creativo di Noah Baumbach, si è ripetuto anche all’ombra della Mole, dove partecipava al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile. Per la settima volta l’amico e sodale di Wes Anderson (con il quale ha scritto le sceneggiature de Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Fantastic Mr. Fox) si è seduto dietro la macchina da presa, confermando ulteriormente, e in maniera forse definitiva, ciò che si immaginava già in tempi non sospetti: Baumbach, tra i cineasti statunitensi venuti alla luce nell’ultimo ventennio, è il più sincero, maturo e appassionato cantore del minimalismo. Le sue opere sembrano uscire da un’epoca lontana, nella quale il cinema indipendente prese corpo al di fuori e attorno a Hollywood tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo: non è un caso che l’impressione principale lasciata da Frances Ha sia di avere a che fare con una sceneggiatura di Woody Allen diretta però dal Jim Jarmusch di Strangers Than Paradise.

La storia della Frances del titolo è raccontata con lo stile rapsodico e frammentato che l’indie a stelle e strisce istituzionalizzò prendendo ispirazione dalla nouvelle vague francese e dal free cinema britannico: basta prendere a esempio anche solo la sfrenata corsa per le strade di New York di Frances e Sophie, puntellata da una colonna sonora quantomai indicativa dello spleen che anima il progetto (si va dal David Bowie dance-rock di Modern Love ai T. Rex di Chrome Sitar), per comprendere il senso di un’operazione lieve e consapevole al tempo stesso. Come già nel precedente Lo stravagante mondo di Greenberg, Baumbach focalizza la sua attenzione su un personaggio ironico e intelligente eppure ancora non in grado di comprendere fino in fondo quale sarà la strada che dovrà intraprendere nel futuro. La ballerina Frances, candida e goffa, si limita a spostarsi da un appartamento all’altro, lasciando dietro di sé amicizie, amori appena accennati e arenatisi in fretta e furia, idiosincrasie e passioni: nel suo movimento perpetuo (che la porterà anche a Parigi) c’è il fremito di inadattabilità a un mondo circoscritto, omogeneizzato, precostituito.

Da un certo punto di vista si potrebbe leggere il personaggio di Frances come il bright side di Greenberg: laddove il quarantenne tornato a vivere nella casa del fratello nascondeva la propria fragilità dietro atteggiamenti scostanti e umbratili, Frances affronta la vita con una energia quasi incontrollabile, seppur dominata da una naiveté ai limiti del credibile. Anche le vicissitudini con le quali la ragazza si trova a confrontarsi (in particolar modo il doloroso distacco, prima spirituale e quindi fisico, con l’amica del cuore Sophie) vengono narrate da Baumbach con uno stile leggero, apparentemente semplice e teso sempre alla sottrazione. A far da contraltare a questa encomiabile scelta autoriale, resa ancor più efficace dallo splendido bianco e nero lavorato da Sam Levy – tra i migliori giovani direttori della fotografia, come palesano sia Wendy and Lucy di Kelly Reichardt che il video dei Sonic Youth Do You Believe in Rapture? –, sono gli scoppiettanti dialoghi orchestrati con maestria da Baumbach: un fuoco di fila di battute, riflessioni ironiche e sequenze memorabili (la ricerca notturna di un bancomat da parte di Frances forse rimane ineguagliata) che attraggono in maniera inesorabile lo spettatore nella propria rete, sottomettendolo e irretendolo.

Dopotutto appare impossibile anche resistere alla timida grazia sprigionata da Greta Gerwig, straordinaria protagonista che in meno di un decennio ha raccolto su di sé l’eredità delle varie Jennifer Jason Leigh e Chloë Sevigny riuscendo a ritagliarsi uno spazio proprio all’interno delle dinamiche produttive e artistiche del cinema statunitense. Dopo Baghead dei fratelli Duplass, Lo stravagante mondo di Greenberg, Art House di Victor Fanucchi e Damsels in Distress di Whit Stillman, Frances Ha decreta una volta per tutte l’ingresso della Gerwig nell’Olimpo contemporaneo della recitazione. Lo stesso Pantheon cui dovrebbe essere ammesso di diritto anche il produttore Scott Rudin, al quale si devono negli ultimi trenta anni alcune delle opere più sinceramente libere viste in giro per i cinquanta stati della confederazione. Potere (anche) del minimale.

Info
Il sito ufficiale di Frances Ha: franceshamovie.com
La pagina facebook della IFC Films, casa di distribuzione di Frances Ha.
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