Blue Ruin

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Blue Ruin può contare su un ottimo protagonista, il poco conosciuto Macon Blair, efficace sia nella versione iniziale, tutta barba e sangue, che nella seconda parte della pellicola, così ripulito da sembrare un cane di paglia dei nostri giorni.

Fight da faida

Dwight conduce un’esistenza misera e solitaria: senza una casa in cui vivere, dorme in una vecchia Pontiac e si accontenta del cibo che riesce a recuperare dai cassonetti dell’immondizia. Quando scopre che il responsabile del brutale omicidio dei suoi genitori, causa scatenante della sua deriva sociale, è tornato in libertà, il desiderio di vendetta diviene un’ossessione. Per mettere in atto il suo piano sanguinoso dovrà tornare in Virginia e fare i conti con il proprio passato, pronto ad affrontare e annientare colui che gli ha distrutto la vita anni prima… [sinossi]
Padre contro figlio
fratello su fratello
partoriti in un avello
come carne da macello
uomini con anime
sottili come lamine…
Fight da faida – Frankie hi-NRG MC

Sono le stesse dichiarazioni del regista, sceneggiatore e direttore della fotografia Jeremy Saulnier, alla sua opera seconda dopo l’horror comedy Murder Party (2007), a rafforzare l’idea che il pur interessante Blue Ruin sia frenato da una indecisione di fondo, da un intreccio solo in parte riuscito tra cinema d’intrattenimento e ambizioni autoriali [1]. Presentato in concorso alla trentunesima edizione del Torino Film Festival, il lungometraggio di Saulnier finisce infatti per annacquare la componente thriller, mancando l’appuntamento decisivo con la suspense nelle due sequenze in interni: il tentato agguato notturno a casa della sorella di Dwight e il regolamento di conti finale.

L’elegante e precisa messa in scena di Saulnier non sembra possedere almeno per il momento i tempi per un thriller che soddisfi pienamente le aspettative, peraltro stuzzicate dal dilatarsi dei ritmi narrativi. E la stessa riflessione sulle dinamiche di questa faida famigliare, specchio di una società violenta e sanguinaria, si disperde nella probabile foga di aggiungere temi e suggestioni. Continuamente in bilico tra accumulo e sottrazione, Blue Ruin spesso leva e toglie in momenti e modi poco opportuni.

A lungo andare risulta un po’ gratuita la detection spettatoriale, quando si è inizialmente allo scuro dell’episodio scatenante e di alcune conseguenze. Risolto il mistero, ci si trova catapultati in un revenge movie che allo schema tipico del sottogenere vuole aggiungere il rapporto di Dwight con la sorella, la figura un po’ buffa dell’amico dei tempi della scuola, ora ex-militare dal grilletto caldo, e le dinamiche malate della famiglia dello scarcerato (per poco…) Wade Cleland. Vendetta, giustizia, famiglia, società, religione, guerra, sangue, vite borderline. Blue Ruin non riesce a raccontare tutto quello che vorrebbe e si sforza di comprimere la storia e i troppi sottotesti in una novantina di minuti, infischiandosene di alcuni snodi narrativi smaccatamente disinvolti. Più convincente, tra i revenge-movie indie, l’inedito Red White & Blue (2010), scritto e diretto da Simon Rumley e impreziosito dalla coppia impossibile Noah Taylor e Amanda Fuller.

Già fortunato nel suo percorso festivaliero, Blue Ruin può contare su un ottimo protagonista, il poco conosciuto Macon Blair, efficace sia nella versione iniziale, tutta barba e sangue, che nella seconda parte della pellicola, così ripulito da sembrare un cane di paglia dei nostri giorni.

Note
1. Dal catalogo del TFF 2013, il punto di partenza del regista statunitense: «Sebbene possa essere stato ispirato da un miscuglio complicato di emozioni su temi quali la morte, la religione, la famiglia e la cultura americana, sono stato molto chiaro con me stesso nel volermi concentrare sulla narrazione. Questo film non è una forma di terapia personale, tanto meno una dichiarazione d’intenti: a muovermi è il desiderio di intrattenere il pubblico».
Info
Il sito ufficiale di Blue Ruin.
Blue Ruin su facebook.
Il trailer originale di Blue Ruin.
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