C.O.G.

In concorso al TFF C.O.G., un coming of age tra i frutteti dell’Oregon, sospeso tra citazioni letterarie colte e desiderio di fuga nella wilderness.

Cogli la prima mela

Fresco di Laurea nella prestigiosa Università di Yale, David (Jonathan Groff) decide di “sporcarsi le mani” facendosi assumere come raccoglitore di mele in una cittadina dell’Oregon. [sinossi]

Se Thoreau fosse vissuto oggi, probabilmente avrebbe ricercato se stesso e un contatto profondo con la natura non più sulle sponde del lago Walden, bensì in un frutteto dell’Oregon. Almeno la pensa in questo modo il giovane protagonista di C.O.G. di Kyle Patrick Alvarez, presentato in concorso al Torino Film Festival dopo essere passato al Sundance Film Festival. Tratto da un racconto dello scrittore e umorista statunitense David Sedaris, C.O.G. (l’acronimo sta per Child of God, titolo dunque similare al film di James Franco presentato a Venezia 2013) ha il suo nucleo pulsante nel confronto, talvolta ironico, talaltra dai toni più drammatici, tra le ansie e le nevrosi intellettuali del suo protagonista e la natura “selvaggia” della provincia profonda statunitense. Quasi un Into the Wild aggiornato (d’altronde stiamo parlando di una traccia narrativa, nella sua classicità adattabile a qualsiasi temporalità), il film di Kyle Patrick Alvarez si propone come un percorso iniziatico complesso e articolato nel mostrare inizialmente il suo protagonista alle prese con le mansioni da raccoglitore di mele al fianco di colleghi latinos, poi intento a “far carriera” nella locale fabbrica di inscatolamento dei succulenti frutti. Il capitalismo prova infatti nuovamente a tracciare il suo percorso, incasellandolo in una filiera produttiva di stampo industriale, dove gli ultimi arrivati (i messicani) sono la base di una piramide sociale e lavorativa che i “bianchi” per diritto/dovere di nascita devono scalare. Ma il nostro David, che si diletta con letture del calibro di L’evoluzione della specie di Darwin e il già citato Walden di Henry David Thoreau, a questo gioco non vuol proprio giocare e dunque, dopo aver subito pesanti profferte sessuali da parte di un collega, tenta una nuova strada per raggiungere le agognate radici americane: il percorso della fede.

Seppur inizialmente interessato ad analizzare questa vana ricerca di un’America autentica e in qualche modo pre-capitalista, il film di Alvarez perde l’orientamento proprio nell’analizzare il rapporto, anch’esso ancestrale (in fondo i padri pellegrini erano sbarcati proprio per questo), con quella religiosità pervasiva tutta americana che sfocia sovente nel fanatismo e nell’intolleranza. In particolare il rapporto che si sviluppa tra David e Jon, il devoto incarnato da Denis O’Hare, appare piuttosto meccanico, basato com’è sul semplice fatto che il ragazzo non ha altri a cui rivolgersi. Allo stesso modo, il suo nuovo lavoro di artigiano/scultore non sembra costituire una vera e propria evoluzione nel percorso formativo del protagonista, ma solo la cronistoria di un lungo apprendistato che non desta particolare interesse, se non quello di scoprire se questa via della fede sarà o meno per lui fruttuosa.
La regia di Alvarez si concentra poi a lungo sui primi piani e in particolate sui volti di una galleria di personaggi quasi congelati in una serie di vignette satiriche (pensiamo soprattutto alle operaie inscatolatrici, sorta di erinni macilente e sdentate), che finiscono però per comporre un bestiario di provincia privo di chiaroscuri. E si percepisce nettamente la sensazione che il film di Alvarez sia, proprio come avviene per il suo protagonista, il viaggio di un turista, troppo impregnato di cultura per riuscire davvero ad immergersi nella natura selvaggia.

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