The Stuart Hall Project

The Stuart Hall Project

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La vita e il pensiero filosofico e ideologico di Stuart Hall nel documentario di John Akomfrah, The Stuart Hall Project. La New Left, Miles Davis, Gramsci e Marx, la difficile integrazione degli immigrati giamaicani in Gran Bretagna. Presentato nella sezione TFFdoc/Documenti.

La rivoluzione di un sogno

“Quando avevo diciannove anni Miles Davis ha messo le sue mani sulla mia anima”: così sostiene Stuart Hall, eminente figura intellettuale del Regno Unito a partire dal secondo dopoguerra. Un personaggio carismatico che, ispirandosi a Marx e Gramsci, è stato in grado di catalizzare l’entusiasmo delle nuove generazioni intorno alla New Left, cercando una nuova via per un Paese al centro di tumultuosi cambiamenti sociali ed economici. [sinossi]
La politica non riflette la maggioranza,
la costituisce.
Stuart Hall

Cosa hanno a che spartire tra loro Miles Davis, la crescente immigrazione giamaicana in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra, Antonio Gramsci, Karl Marx, Oxford e la Open University e la battaglia contro l’espansione del nucleare? Apparentemente ben poco, a meno che non si abbia conoscenza del pensiero e della vita di Stuart Hall, figura preminente della cosiddetta “New Left” britannica e fondatore insieme a Richard Hoggart and Raymond Williams del British Cultural Studies, scuola di pensiero a sua volta debitrice della Frankfurter Schule di Horkheimer, Adorno, Marcuse, Benjamin e via discorrendo.
Hall non è stato solo un fine politologo e (ri)pensatore del sistema capitalistico, ma anche un sottile divulgatore, in grado di sfruttare le tecnologie della cultura di massa – in primis la televisione – per permettere alle idee della New Left di propagarsi in modo più efficace e diretto. Dopotutto, come afferma John Akomfrah nelle breve note di regia rintracciabili sul catalogo del Torino Film Festival, “Stuart Hall per noi era come una rockstar; un’icona pop intellettuale la cui presenza emblematica nel più visibile dei media – la televisione – ci indicava la via verso “le possibilità impossibili”. Il fatto che fosse lì, nelle nostre camere da letto e nei nostri salotti, ci ha aperto il cammino verso quello spazio a cui si riferiva come il luogo della “conversazione incompleta”, quello spazio in cui inizia il dialogo tra noi e il mondo esterno, il luogo dell’identità. Con lui e attraverso di lui abbiamo iniziato a farci le domande fondamentali per questa discussione: chi siamo, cosa siamo e cosa possiamo diventare”.

Domande che Akomfrah, figura cardine della scena cinematografica “nera” britannica, pone anche all’interno del suo fondamentale The Stuart Hall Project, presentato a Torino all’interno della sezione TFFdoc. Un viaggio nella vita di Akomfrah che diventa da subito, in maniera diretta e perfettamente naturale, lo scandaglio di cinquant’anni di analisi della società britannica e del sistema capitalistico nel suo complesso. Un percorso ramificato almeno quanto le radici culturali da cui parte Hall, giamaicano con sangue inglese, indiano, africano e portoghese nelle vene: l’uomo del futuro, come auspicato dallo stesso Hall, orgogliosamente meticcio, fiero del proprio mix di culture.
Nel mettere in scena l’esistenza umana e filosofica di Hall, Akomfrah non sceglie la comoda via del biopic, ma si avventura su un percorso in cui è lo stesso “cultural theorist” a fungere da guida per lo spettatore. Akomfrah, dal canto suo, si adopera in un mastodontico lavoro di creazione visiva attraverso l’utilizzo di materiale di repertorio, e segmenta The Stuart Hall Project in capitoli più o meno lunghi, in grado di sintetizzare sia l’evolversi dell’esperienza di Hall (l’addio alla Giamaica, la laurea a Oxford, l’inserimento nel sistema culturale britannico, il matrimonio con Catherine Hall, storica del movimento femminista) sia le mutazioni in atto all’interno del pensiero comunista, con la contrapposizione al blocco sovietico a seguito dell’invasione dell’Ungheria e la necessità di trovare nuove vie al marxismo.

A dir poco sorprendenti sono le modalità con cui Akomfrah utilizza la colonna sonora composta da brani di Miles Davis, citato come ispirazione a più riprese da Hall. Nel passare da un classico all’altro, da Filles de Kilimanjaro a Chasing the Bird, da My Funny Valentine a Mademoiselle Mabry e Bitches Brew, non si elabora solo un glorioso puzzle musicale, ma si scava in profondità nell’anima più radicale e pura di The Stuart Hall Project, nella quale Hall è protagonista e ispiratore (post)ideologico: un movimento perpetuo, in cui, parafrasando Antonio Gramsci, il pessimismo della ragione trova risposta nell’ottimismo della volontà. Parlando di un uomo, Akomfrah riesce a tracciare un resoconto di un intero percorso ideologico, raccontando il passato prossimo e allargando già lo sguardo all’oggi e, ancor più al domani. Un’esperienza intensa, sotto il profilo emotivo e intellettuale, alla quale sarebbe davvero criminoso sottrarsi.

INFO
La pagina facebook di The Stuart Hall Project.
The Stuart Hall Project al Sundance.
The Stuart Hall Project sul sito del British Film Institute.
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2 Commenti

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