Ugly

Il riscatto

Rahul e Shalini, i genitori di Kali, 10 anni, sono divorziati. La bambina vive a casa con la madre e il suo patrigno Shumik, commissario di una brigata della polizia di Mumbai. Un sabato, giorno che Kali deve passare con suo padre, la piccola scompare… [sinossi]

Venditori ambulanti di maschere, aspiranti attori, donne insoddisfatte, poliziotti violenti, l’improvvisa scomparsa di una bambina. Questa è la Mumbai descritta da Anurag Kashyap in Ugly, il nuovo film del regista indiano presentato alla Quinzaine des réalisateurs durante le giornate della sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes, in una proiezione funestata da un temporale e da raffiche di vento così forti da spingere un ombrellone posto sul balconcino del Marriott Hotel contro la fila degli accreditati. Scene di panico, a ben vedere, non troppo dissimili da quelle cui vanno incontro i protagonisti di questa cupa vicenda che mescola avidità, ricatti e tradimenti, in uno sguardo cupissimo e privo di qualsiasi consolazione sulla società indiana contemporanea. Un luogo in cui il dio denaro ha oramai corrotto anche le anime più nobili: il punto di partenza di Ugly è dettato dalla volontà di mostrare il volto più decadente, laido e squallido dell’India capitalista, una nazione inserita da anni tra le grandi potenze mondiali ma ancora divisa in caste, terra dominata dalla più bieca contraddizione.

È in questa dimora infernale che Anurag Kashyap torna ad ambientare il proprio cinema, da sempre interessato a sporcarsi le mani con la lordura della società indiana, soprattutto quella metropolitana: dai tempi di Last Train to Mahakali, mediometraggio di quarantacinque minuti di durata con cui esordì alla regia nel 1999, a oggi il cinema di Kashyap ha dimostrato una coerenza estrema, spesso sposando il genere duro e puro (il thriller No Smoking, tratto da un celeberrimo racconto di Stephen King e presentato nel corso della prima edizione dell’allora Festa del Cinema di Roma) e costruendo una mappatura del crime-movie contemporaneo per quel che concerne la mastodontica produzione del subcontinente indiano.

Già Black Friday, la prima incursione nel lungometraggio del quarantunenne regista nativo di Gorakhpur, nello stato dell’Uttar Pradesh, metteva in mostra la volontà di Anurag Kashyap di sfruttare il genere per raccontare le zone d’ombra dell’India di oggi; un tracciato proseguito nel corso degli anni con opere come Gulaal, That Girl in Yellow Boots, e soprattutto il fluviale Gangs of Wasseypur, romanzo criminale di cinquant’anni di faide nello stato del Jharkhand presentato lo scorso anno sempre alla Quinzaine.
Quello di Kashyap è dunque un ritorno, benché Ugly, fin dalle sue “dimensioni” dimostri un’ambizione autoriale decisamente diversa dall’opera precedente: sorta di racconto morale sui vizi e le (rarissime) virtù della società moderna, Ugly è un poliziesco che si lega con il thriller, mescolando al proprio interno un ritmo forsennato e derive volutamente ironiche che servono, più che ad allietare lo spettatore, a evidenziare con ancora maggior cura di particolari le minuzie e le miserabili vigliaccherie di cui sono capaci gli esseri umani.

Se questo approccio può apparire fin troppo didascalico e didattico, è giusto far notare come Ugly metta in mostra un impianto narrativo che fa leva sul popolare per costruire una macchina perfettamente oliata. L’ingranaggio inizia a mostrare segni di usura poco oltre la metà, quando il gioco del tutti contro tutti – trascinato qui all’ennesima potenza – si fa eccessivamente scoperto e Kashyap non può far altro che accumulare un climax narrativo dopo l’altro, con l’unico risultato di appesantire una trama fino a quel momento lineare a dispetto di tutto. La regia riesce in parte a sopperire a queste mancanze strutturali ricorrendo a una violenza ora dolorosa ora parossistica, e facendo leva su un cast di attori tutti straordinariamente in parte, a partire dalle star Ronit Roy e Tejaswini Kolhapure e dal protagonista Rahul Bhat. Nell’esasperazione dei contenuti inevitabilmente si perde la compattezza che era una delle doti principali delle due parti di cui si componeva Gangs of Wasseypur, ma Ugly rimane comunque un prodotto ben più che interessante, soprattutto per chi si limita ancora ad apparentare l’intera produzione indiana a Bollywood.

Articoli correlati

  • Festival

    Torino 2013

    Ormai stanchi di polemiche che tornano in campo, anche quando sembravano sopite, polemiche che ruotano sempre intorno alla competizione tra la triade Venezia-Torino-Roma, finalmente ci si può concentrare sui film, con la 31esima edizione del TFF.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento