A Woman and War

A Woman and War

di

Per un pugno di riso

In Giappone, negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, si incrociano i destini di una prostituta che non ha mai provato piacere ma continua a inseguirlo, di uno scrittore fallito che ha scelto di sfogare nel sesso il dolore per gli stravolgimenti subiti dal suo Paese e di un reduce tornato a casa senza un braccio, incapace di riprendere a vivere normalmente perché ossessionato dagli stupri commessi sul fronte cinese. Un groviglio inestricabile di colpe e violenze generato dalla follia della guerra, che perseguiterà i tre personaggi come in un incubo… [sinossi]

Sensō to hitori no onna (A Woman and War), opera prima di Junichi Inoue selezionata in concorso al Torino Film Festival 2013, è Wakamatsu senza Wakamatsu, è una lettura onesta e tragica del Giappone sconvolto dalla Seconda guerra mondiale, è la messa in scena di un mutamento epocale, di una resa scioccante. Inoue disegna una traiettoria discendente e buia: la perdita della speranza, della moralità, dell’umanità, filtrando il racconto attraverso la fatale congiunzione tra eros e thanatos. Un ritratto crudo, disperato, mai compiaciuto.
Senza Kōji Wakamatsu, come dicevamo. Troppo didascalico, non sempre convincente nelle scelte registiche, A Woman and War è in ogni caso un esordio positivo, è un testimone impugnato con coraggio, una staffetta ideale tra il grande Maestro scomparso in un incidente il 17 ottobre 2012 e uno dei suoi ultimi collaboratori, lo sceneggiatore Junichi Inoue, classe 1965. E se l’inevitabile confronto con le opere del Maestro non giova complessivamente a Inoue, soprattutto alla luce degli elevatissimi esiti di pellicole come 11/25 The Day Mishima Chose His Own Fate (2012), Caterpillar (2010) e United Red Army (2008), bisogna riconoscere la coerenza tematica e stilistica, la volontà di riprendere il non facile sentiero battuto da Wakamatsu.

Con un budget visibilmente basso e un uso basilare del digitale, con la sottrazione di qualsiasi orpello spettacolare o estetizzante, Inoue mette in scena le pagine del romanzo breve di romanzo Sakaguchi Ango, immergendo spettatori e personaggi nella disperazione senza uscita del conflitto e del tracollo dell’Imperatore, dell’idea stessa di divinità, dell’orgoglio del popolo giapponese. Guardando con orrore alla guerra, agli incalcolabili crimini dell’esercito del Sol Levante, Inoue sonda l’animo nero e corrotto di tre personaggi, metafore in carne e ossa dello smembramento di un popolo e di una nazione. Sesso, morte, sopravvivenza, colpa: tutto si intreccia, si confonde, mentre il morbo dilaga implacabile, mentre un pugno di riso può segnare il destino di un uomo, di un’intera famiglia.
Inoue filma sesso e violenza con sguardo da entomologo, osservando il circuito chiuso che imprigiona la protagonista (Noriko Eguchi), come la sventurata Tome di Cronache entomologiche del Giappone di Shōhei Imamura. Non è un paese per donne, non è un tempo per essere fragili. A Woman and War è un film sulla sopraffazione e sulla resa: il male che trionfa sul bene, gli uomini sulle donne, la brutalità e l’umiliazione sulla giustizia e sull’umanità. Un film sulla malattia, sul fallimento, sullo sfruttamento. A Woman and War racconta la guerra dal punto di vista del popolo, dei bombardati, dei soldati tornati dal fronte senza braccia, senza gambe, senza un’anima. E prefigura anche quello che sarà dopo, con le ganasce a stelle e strisce su una cultura millenaria.

Figlio di Caterpillar, de L’impero dei sensi di Ōshima, di un cinema giapponese che continua a combattere battaglie politiche e civili, A Woman and War è un’opera prima promettente, nonostante qualche scivolone didascalico (in primis, la confessione di Yoshio). Wakamatsu sarebbe stato contento. O, quantomeno, ci piace pensarla così.

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