Emmaus

Nell’affrontare un tema arduo e spesso fin troppo abusato come quello del reinserimento nella vita sociale delle persone tossicodipendenti, la Marelli con Emmaus compie ben presto un passo che destabilizza la struttura del documentario “classico”: entra in scena e partecipa all’azione.

Sardegna. Nella campagna della provincia di Iglesias sorge la comunità terapeutica per le dipendenze patologiche dove, tra incombenze quotidiane e i ricordi del passato, vivono Antonello e Angelo. [sinossi]
Povertà, magnanima
mala ventura
concedi compassione
ai figli tuoi.
CSI, Del mondo

La selezione di Italiana.doc al Torino Film Festival, sottosezione all’interno di quel microcosmo che risponde al nome di TFFdoc, rispecchia in questa trentunesima edizione della kermesse sabauda lo stato delle cose per quel che concerne il documentario in Italia. Un mondo a parte che, dopo l’irruzione improvvisa nelle cronache cinematografiche più banali e mondane a settembre – con la vittoria veneziana di Gianfranco Rosi e del suo Sacro GRA – sembra aver ridestato l’interesse degli addetti ai lavori e dei semplici appassionati, come se in questi ultimi decenni nessuno si fosse preso la briga di documentare il reale in giro per la penisola. Anche a fronte di una critica spesso balbettante per quel che concerne la visione d’insieme sulla questione del documentario, l’impronta data da Italiana.doc appare come la scelta più lungimirante, al di là della mera questione estetica: per quanto possano essere più o meno riusciti nella loro completezza, i dodici lavori in corsa per la vittoria della sezione dimostrano infatti la vitalità e la ricchezza di idee e di intenti dei giovani cineasti italiani interessati al “reale” e alle sue infinite sfaccettature. Titoli come Fuoriscena di Massimo Donati e Alessandro Leone, I fantasmi di San Berillo di Edoardo Morabito, El lugar de las fresas di Maite Vitoria Daneris o Il segreto di cyop&kaf, danno sfogo a sguardi e immaginari completamente difformi e diversi tra di loro, rafforzando l’idea di un movimento documentario che si muove (pur con difficoltà non indifferenti) in netta controtendenza rispetto alla crisi profonda che attraversa la Settima Arte nostrana.

Una conferma di quanto appena affermato arriva anche da Emmaus, con cui esordisce dietro la videocamera Claudia Marelli. Nell’affrontare un tema arduo e spesso fin troppo abusato come quello del reinserimento nella vita sociale delle persone tossicodipendenti, Marelli compie ben presto un passo che destabilizza la struttura del documentario “classico”: entra in scena e partecipa all’azione. Come il tecnico Vincenzo interruppe il gioco borghese di rappresentazione (suo malgrado) giudicante passando dal recesso invisibile della troupe alle luci della scena in Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli – citato non a caso, visto che proprio la sezione TFFdoc ospita il girato integrale del capolavoro del 1975 – così Claudia Marelli abbandona, seppur in maniera meno radicale, il proprio ruolo di occhio sui protagonisti per avviare un percorso di sun pathos, in particolar modo con Antonello, poco più che trentenne che vive il conflitto perenne con una terra nella quale non riesce a trovare alcuna soddisfazione. Nel gioco tra regista e protagonista, nel saltuario ma sorprendente interscambio dei ruoli (Antonello si trova in più occasioni a riprendere a sua volta con la videocamera), si rintraccia il senso più profondo e interessante di Emmaus, la sua anima più sincera, quasi intima. Un tranche de vie che si trasforma anche in riflessione sulla “giusta distanza” e sulla necessità di una comprensione che anticipi e determini i contorni della ripresa. Il filmare non si limita più a mero atto di descrizione della realtà, ma vi partecipa in modo determinante eppure naturale, in una logica del superamento della prassi che non può non essere apprezzata.

Per il resto Emmaus si muove a metà tra il documentario costruito sulle interviste e gli interventi dei protagonisti e quello puramente contemplativo: così da un lato si seguono memorie, vicissitudini e rimpianti di esistenze quasi completamente bruciate – raccontando anche in maniera inevitabile un pezzo di Sardegna, la crisi degli anni Ottanta e l’abbandono a se stessa della terra sarda – e dall’altro lo sguardo della Marelli si sofferma sugli animali, maiali, capre, pecore, mucche e cavalli che, al contrario di un’umanità imbastardita e solitaria, riescono a vivere in perfetta armonia. Un contrasto salvifico e doloroso al medesimo tempo, in cui la videocamera della giovane regista si lascia sedurre dal potere della natura con cui si trova a confrontarsi.
Anche per questo motivo l’unico dettaglio su cui ci si trova a recriminare riguarda la compressione di un racconto cui avrebbe forse giovato un ritmo più dilatato. Di quando in quando invece il respiro si fa affannoso, e le immagini non sempre hanno il tempo di sfogare tutta la propria imponenza, a favore di un racconto più sincopato e meno naturale nel seguire il proprio tempo. Un punto che non inficia in ogni caso il valore complessivo di un’opera sincera e in grado di restituire con forza l’umanità dei suoi protagonisti, ma che potrebbe essere spunto di riflessioni per le future avventure registiche della Marelli.

INFO
Il trailer di Emmaus.
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