Fuoriscena

In concorso in Italiana.doc, il film di Massimo Donati e Alessandro Leone è una precisa e coerente mappatura della vita quotidiana degli allievi dell’Accademia milanese della Scala.

La cosiddetta invisibilità della macchina da presa è uno dei miti fondativi della storia del cinema, che ancora oggi – anzi, in particolare di questi tempi, nell’epoca delle leggere e minuscole macchine digitali – innerva soprattutto le questioni relative al mondo del documentario e alla capacità, o meno, di mostrare “senza essere visti”. Una dote che in certi casi può essere tacciata di presunto (e sempre deteriore) oggettivismo, ma che in altri – vedi il cinema di Frederick Wiseman – vale come gesto cinematico dell’essere in scena, del partecipare silenziosamente, del verificare epifanico dell’azione, frutto di una fiducia maturata fuori scena con i suoi personaggi, nel tempo e con costanza. Si muovono nel solco della lezione wisemaniana (e, in particolare, de La danse, diretto dal cineasta americano nel 2009 e dedicato al corpo di ballo dell’Opera di Parigi) Massimo Donati e Alessandro Leone che nel loro documentario, intitolato programmaticamente Fuoriscena, mappano un anno di vita quotidiana degli allievi della milanese Accademia Teatro alla Scala.

Lavoro che merita tutta l’attenzione possibile anche perché vale da esempio di determinazione e costanza, di passione per la macchina-cinema, Fuoriscena – in concorso in Italiana.doc al Torino Film Festival – è incentrato per l’appunto sul dietro le quinte e mostra bambini e adolescenti impegnati nella faticosa preparazione relativa alla loro disciplina (la danza o il canto), ma anche in studi più canonici, come la storia d’Italia o della lingua italiana. Quel che emerge infatti a prima vista dall’opera del duo di registi è una comunità unita e variegata, in cui convivono senza frizioni – forse persino troppo – ragazzi di diverse nazionalità. Se, infatti, è lecito sollevare un dubbio, lo si deve individuare in una quasi-fiabesca rappresentazione di solidarietà umana, di condivisione assoluta che, a tratti, condanna il film all’orizzontalità narrativa e che però ha un momento bellissimo negli abbracci stremati degli allievi al termine dei saggi di fine anno. Al contrario, la severità e quasi la crudeltà degli insegnanti – ma anche questo è un topos del genere – è più volte messa in scena.

Meglio concentrarsi allora, più che sulla dimensione dei rapporti personali, sulla pura meccanica dei gesti, su un gioco visivo che, in particolare ovviamente per quel che riguarda la danza, riesce perfino ad essere ipnotico, non solo per le capacità di ballerini e ballerine, ma anche grazie alle raffinate doti di metteurs en scène di Donati e Leone, capaci spesso di giocare anche sul concetto di fuori-quadro (come ad esempio una gamba verticale che appare all’improvviso in campo e viene usata come sostegno da una danzatrice).
Dunque, più che una mappatura concettuale su come funziona l’intero organismo dell’Accademia (che sarebbe stato ancor maggiormente wisemaniano) e più che luogo di conflitti e di invidie, sia pur in sottofondo (che avrebbe probabilmente costretto a forzare dei passaggi e allontanato di certo gli allievi dal progetto), Fuoriscena è piuttosto una mappatura visiva incentrata sull’armonia di corpi e voci, sulla loro disperata resistenza e sulla tensione e lotta che ciascuno dei ragazzi compie per evitare di cadere nella disarmonia e di rompere il fragile equilibrio su cui si gioca la riuscita del gesto artistico o la rovinosa débâcle.

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