Il treno va a Mosca

Il treno va a Mosca

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Documentario italiano in concorso a Torino 31, il film diretto da Federico Ferrone e Michele Manzolini è l’esornativo rimontaggio di un prezioso materiale di repertorio, fatto senza una precisa chiave di lettura.

Corre, corre la locomotiva

1957. Ad Alfonsine, uno dei tanti paesini della Romagna rossa distrutti dalla guerra, il barbiere comunista Sauro Ravaglia e i suoi amici sognano l’Unione Sovietica, unica terra in cui si realizza il loro ideale di pace, fratellanza e uguaglianza. Quando si presenta l’occasione di visitare Mosca, durante il Festival mondiale della gioventù socialista, il gruppetto parte. [sinossi]

Si sta creando una dinamica rischiosa all’interno delle selezioni festivaliere o, almeno, si comincia a leggere in filigrana una certa tendenza potenzialmente pericolosa. La vittoria veneziana di Sacro GRA da un lato può (e deve) innescare una importante conquista di spazi per il cinema documentario, dall’altro però rischia di provocare indirettamente un effetto da “danni collaterali”. In tal senso va valutata la scelta di inserire nel concorso internazionale alla 31esima edizione del Torino Film Festival un film come Il treno va a Mosca. Bisogna pur ricordare che, in tutto questo filotto di documentari e/o film “piccoli” come Sacro GRA o Tir (che non è un documentario, ma per tale è stato scambiato), il Torino Film Festival è arrivato prima degli altri, premiando nel 2009 La bocca del lupo di Pietro Marcello. Ed è forse anche il caso di ricordare che dovrebbe valere sempre una regola semplicissima e banale: inserire in selezione un film per le qualità che si ritiene che abbia più che per la sua presunta appartenenza di genere. E la scelta veneziana di mettere in concorso The Unknown Known, film che pure aveva qualche motivo d’interesse, sembrava già allora dettata dalla necessità di avere un titolo da “cinema del reale” che fosse d’accompagno proprio a Sacro GRA.

Così, appare quantomeno bizzarra la scelta di selezionare Il treno va a Mosca di Federico Ferrone e Michele Manzolini, come se fosse il miglior rappresentante del lotto dei documentari presentati in questa edizione del TFF quando, almeno al momento, appare il peggiore. Nulla da dire ovviamente sulla qualità delle immagini di repertorio e sul lavoro di montaggio che ne è stato fatto. Quel che manca in Il treno va a Mosca è la chiave di lettura dei due registi, la loro posizione rispetto a quanto raccontano. Abbiamo un incipit in cui il protagonista – Sauro Ravaglia – mostra gli scatoloni in cui conserva i rulli di tutto quel che ha girato nel corso degli anni, ma da quel momento in poi, lo sentiamo quasi solo in voice over, mentre sullo schermo scorrono le immagini del suo primo viaggio importante, quello avvenuto nel ’57 in Unione Sovietica: un vero e proprio filmino delle vacanze con la sola differenza che quelle vacanze si svolsero in terra comunista e solo per questo – e non per qualche particolare caratteristica visiva o discorsiva – dovrebbero far scattare un qualche interesse nello spettatore.

Secondo uno schema ripetitivo e monocorde, Il treno va a Mosca procede per l’appunto senza una precisa direzione, in cui l’immagine e la parola sono una la replica dell’altra, e innesca da subito una dinamica di sovrapposizione, in cui l’una commenta l’altra oppure la ignora, secondo un percorso che non fa mai incontrare le due tracce, non le fa scontrare e interagire. Come in una sorta di continuato ed estenuato campo lungo, in cui tutto appare lontano e sfocato, sia le immagini che le parole scendono raramente nel dettaglio dell’esperienza, dell’avvenimento, del fatto, perdendosi in una generica dimensione nostalgica che poteva essere ottenuta anche senza tutto questo sforzo archivistico.
Vien da pensare, piuttosto, che le immagini di repertorio da sole, senza alcun commento né musicale né verbale avrebbero avuto molta più forza e potenza evocativa. Non si intende qui ovviamente criticare la portata testimoniale del racconto di Sauro Ravaglia, ex militante del PCI romagnolo, quanto il modo, un po’ generico e mai ficcante, in cui questa testimonianza è stata raccolta. La stessa scelta di non seguire una ragazza che lo invitava a viaggiare e vivere all’avventura in giro per il mondo – un episodio di cui Ravaglia parla durante un soggiorno nell’Algeria appena liberata dal colonialismo francese – non viene problematizzata né strutturata all’interno del racconto. Una spiegazione la possiamo semplicemente trovare noi, da spettatori, intuendo che la pragmaticità romagnola di Ravaglia gli abbia impedito di farsi venire dei grilli per la testa. Ma lo immaginiamo solo perché conosciamo la pragmaticità romagnola e non perché abbiamo imparato a conoscere la figura di Ravaglia nel corso del film.

Con questo si vuole dire che non si sente in Il treno va a Mosca un rapporto profondo e continuativo con il proprio protagonista, un passaggio che senz’altro avrebbe permesso di leggere e decodificare a dovere il preziosissimo repertorio visivo che Ravaglia ha consegnato alla storia. Così come manca una qualsiasi riflessione sul Ravaglia cineoperatore, sulle sue ossessioni visive e sui suoi cliché. Ciò detto, inserire un film come Il treno va a Mosca in un concorso internazionale rischia di far del male al cinema documentario, oltre che al film stesso, al di là di una sua eventuale vittoria.

Info
Il treno va a Mosca, la scheda sul sito del Torino Film Festival.
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    di , Il varco segna il ritorno alla regia di Federico Ferrone e Michele Manzolini a sei anni di distanza da Il treno va a Mosca. Come in quell'occasione il lavoro si articola rielaborando - con una certa libertà - materiale di repertorio. Alla Mostra di Venezia nella sezione Sconfini.

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