La mafia uccide solo d’estate

La mafia uccide solo d’estate

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Primo film italiano presentato in concorso a Torino 31, La mafia uccide solo d’estate, esordio alla regia di Pif, è un buon esempio di cinema popolare e pedagogico, come è sempre più difficile trovarne in Italia.

Il giorno in cui il noto mafioso Vito Ciancimino viene eletto sindaco di Palermo è anche quello in cui nasce Arturo, e questa coincidenza avrà nella sua vita molte più conseguenze di quanto ci si potrebbe aspettare. Il ragazzo nutrirà infatti due ossessioni, ugualmente totalizzanti: l’amore tormentato per Flora, la compagna di banco di cui è innamorato sin dalle elementari, e quella per lo spaventoso legame tra la sua città e la mafia, che lo farà isolare da tutti, Flora compresa, fino a quando, purtroppo, la cronaca non gli darà ragione… [sinossi]

Ci voleva una figura eccentrica e persino legata al mondo della TV come Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto) per far riuscire a ritrovare il bandolo della matassa al nostro cinema medio e commerciale. Con il suo esordio alla regia, La mafia uccide solo d’estate, presentato in concorso a Torino 31, il conduttore e autore televisivo siciliano riesce là dove in tempi recenti hanno fallito Veronesi (con L’ultima ruota del carro) e Luchetti (con Anni felici): raccontare il nostro passato, intersecandolo magari con alcuni episodi storici, e saperlo congegnare con le vicende dei protagonisti.
Si tratta di un compito che in altri tempi il nostro cinema svolgeva in modo automatico e che invece adesso sa fare molto meno. A maggior ragione va salutato La mafia uccide solo d’estate come un piccolo segnale positivo, soprattutto in direzione di nuovi canoni della commedia. O, anche vecchi, volendo, visto che Pif non ha paura – ed era ora – di giocare sul filo dei toni leggeri e di quelli drammatici, addirittura tragici, visto che al centro della scena c’è la mafia e il suo mostruoso peso nella vita quotidiana palermitana.

Grazie a una buona sceneggiatura, Pif riesce a raccontare in modo convincente l’intersecarsi di famigerati omicidi mafiosi con la piccola vicenda del suo protagonista, progressivamente consapevole del mondo in cui si trova a vivere e spinto in tal senso a diventare giornalista. Le motivazioni, il motore dell’azione, le premesse da cogliere nell’infanzia: sono tutti meccanismi che funzionano in La mafia uccide solo d’estate, capace di venarsi di racconto pedagogico senza che questo appaia mai pedante o imposto da un punto di vista esterno, quanto piuttosto vissuto ed esperito nel profondo dai personaggi. Decisivo risulta in tal senso il discorso sulla filiazione, per cui di genitore in genitore la mafia assume coloriture diverse, partendo ovviamente dall’omertoso assioma “la mafia non esiste”.

Quel che convince meno nell’architettura ordita da Pif è la regia, a tratti incerta e sopratttutto maldestra nel tentativo di inserire artatamente, con degli effetti speciali, i protagonisti all’interno di immagini di repertorio. Una trovata di cui non si sentiva la necessità; ed è, tra l’altro, sempre compito di un buon narratore il riuscire a trovare degli escamotage per dare senso all’ingresso del materiale di repertorio nel flusso filmico, mantenendone comunque palese la sua natura di testimonianza storica (cosa, che tra l’altro Pif riesce a fare il più delle volte). Altri frammenti risultano un po’ forzati, come ad esempio la lunga sequenza della festa in maschera con “sorpresa andreottiana”, ma ciò non toglie che La mafia uccide solo d’estate abbia una dignità da film popolare e sincero, in cui non manca una piccola, piacevole e gratificante lezione sul mestiere del giornalista.

Info
La scheda de La mafia uccide solo d’estate sul sito del TFF.
Il trailer ufficiale de La mafia uccide solo d’estate.
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