Solo gli amanti sopravvivono

Solo gli amanti sopravvivono

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Dopo l’accoglienza piuttosto fredda all’ultimo Festival di Cannes e la presentazione al Torino Film Festival esce in sala Solo gli amanti sopravvivono, l’ultimo gioiello partorito dal genio creativo di Jim Jarmusch. Una riflessione sull’amore, sull’immortalità e sull’arte. Imperdibile.

Undead Man

In due città romantiche e desolate come Detroit e Tangeri, Adam, un musicista underground, profondamente depresso per la svolta che hanno preso le attività umane, ritrova Eve, la sua amante, una donna affascinante ed enigmatica. La loro storia d’amore dura da molti secoli, ma il loro idillio è presto perturbato dall’attivo della piccola sorella di Eve, Ava, stravagante e incontrollabile. Questi due esseri ai margini, saggi ma fragili, possono continuare a sopravvivere in un mondo moderno che crolla attorno a loro? [sinossi]

A Cannes, dove era stato inserito nel concorso principale, in ben pochi si sono resi conto dell’importanza e della pura bellezza del nuovo film di Jim Jarmusch. Anche in virtù di tutto ciò il recupero, a distanza di alcuni mesi, al Torino Film Festival – dove invece si colloca tra la messe di titoli di cui si compone Festa Mobile – potrebbe permettere ad alcuni giudizi decisamente frettolosi di essere rivisti e corretti. Festeggiando la tanto attesa uscita nelle sale nostrane, è doveroso concentrare l’attenzione una volta di più sul film.

Da un lato Detroit, la capitale mondiale dell’automobile e del fordismo, la città che risuona della musica della Motown, del garage rock di Stooges e MC5, dei White Stripes. Dall’altra Tangeri, il porto del Marocco nel quale si rifugiò a pensare, scrivere, fumare (ed evitare la polizia statunitense) la crème de la crème della beat generation, da William Burroughs a Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Da un lato la musica e l’occidente capitalista e obsoleto, dall’altro le coste nordafricane patria improvvisata della controcultura letteraria del Novecento. Il vecchio decadente delle ciminiere incrostate suburbane e l’antico dedalo di stradine in cui prende vita il suq. L’unico elemento in comune tra questi due mondi in apparenza distanti e inconciliabili è la notte.
Sono le stelle ad aprire Solo gli amanti sopravvivono (il titolo originale è Only Lovers Left Alive), il decimo lungometraggio di Jim Jarmusch in trentatré anni di carriera: stelle che si trasformano nei solchi di un vinile, con la macchina da presa che segue il movimento a spirale del disco, presentando al pubblico prima Adam e quindi Eve. Detroit e Tangeri sono dunque accomunati anche dalla scelta estetica della messa in scena, città unite sullo schermo come nella vita lo sono la coppia di vampiri protagonisti, forse non i primi della specie come fu per i loro omonimi biblici, ma sicuramente tra i pochi resistenti della loro razza. L’umanità (gli “zombi”, come li apostrofa sprezzante il musicista underground Adam) sta collassando su se stessa, senza più alcun amore per l’arte, per la scienza, per la vita stessa, e anche i succhiasangue rischiano di estinguersi a loro volta. Adam si fa anche costruire una pallottola di legno, per poter scegliere nel caso il modo e il momento per farla finita con l’esistenza.

Jarmusch, al ritorno alla regia a quattro anni di distanza dall’ottimo The Limits of Control, rimasto scandalosamente inedito in Italia, continua a portare avanti la sua poetica umanista disillusa, dolente ma in grado sempre di trascinare al riso il proprio pubblico. I suoi vampiri, lontani anni luce dai cliché su cui il cinema contemporaneo si è via via sempre più adagiato, non sono figure belluine assetate di sangue, né decadenti aristocratici soffocati nell’animo da posture romantiche, ma piuttosto assomigliano a un’élite intellettuale, ancora in grado di predisporre un argine culturale contro la montante aura mediocritas del mondo moderno. Nei loro discorsi si soffermano su figure dimenticate nel tempo come William Lawes (compositore anglosassone del Seicento) e Christopher Marlowe, mentre con l’umanità che li circonda usano pseudonimi tratti da l’Ulisse di James Joyce e Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Senza che il resto del mondo, ovviamente, se ne renda conto…
Jarmusch ribalta anche l’idea del vampiro come elemento di pericolo per l’uomo: Adam ed Eve si nutrono di sangue, e su questo non c’è dubbio, ma si limitano a fornirsene negli ospedali, senza dover ricorrere alla caccia. Quando Ava, la sorella di Eve, non riesce a resistere alla tentazione di affondare i canini nella giugulare di un ragazzo, la donna la rimprovera ricordandole di vivere nel Ventunesimo Secolo. Come sempre nelle opere del regista nativo di Akron, nell’Ohio, i due protagonisti sono esseri ai margini della società, apocalittici e mai integrati, corpi estranei che la “civiltà” finirebbe inevitabilmente per cercare di espellere. Anche per questo Adam si rifiuta di aprire la porta di casa ai giovani rocker che vorrebbero venerarlo come una divinità, funebre cantore di un universo in disfacimento i cui relitti non possono far altro che aggirarsi di notte.
È una stordente elegia al buio, Solo gli amanti sopravvivono, e alla moltitudine di luci che vi albergano dentro senza essere riconosciute: dagli Stati Uniti al Marocco, Jim Jarmusch racconta un amore secolare eppure ancora appassionato, elevandolo al di sopra di qualsiasi miseria del Tempo. Un Tempo che è amico della scienza e della filosofia, unico elemento in grado di rimettere giustizia nelle imperfezioni endemiche dell’uomo. Come il William Blake di Dead Man o il killer protagonista di Ghost Dog, anche Adam ed Eve sono due esiliati – anche volontariamente – che attraversano una società capitalista slabbrata e confusa, in un viaggio che non ha meta perché non può avere fine.

Sempre fedele alle proprie ossessioni, Jarmusch fa dominare Solo gli amanti sopravvivono da una colonna sonora composta per l’occasione da Jozef van Wissem e dagli Sqürl, oscura band noise in cui suona lo stesso Jarmusch. Ne viene fuori una soundtrack continua, angosciosa e magmatica, contrappunto essenziale a un film che potrebbe essere definito come una divertente marcia funebre. Mai l’ironia e la disperazione si erano compenetrate fino agli abissi toccati in questa meravigliosa creatura altera e dissimile da tutto e tutti. Ancora una volta viene ribadito il concetto cardine attorno al quale ruota buona parte della filmografia di Jarmusch, vale a dire l’elogio Tempo come preservatore di verità, bellezza e sapienza. In fin dei conti Solo gli amanti sopravvivono appare come il contraltare perfetto di una delle migliori sequenze di Ghost Dog, quella in cui due bracconieri, sul punto di essere trucidati dal protagonista per aver ucciso un orso, si difendono dall’accusa secondo la quale “nelle antiche civiltà gli orsi erano venerati come dei” rispondendo: “ma noi non siamo un’antica civiltà”. In quel caso l’orso veniva sacrificato, e la medesima sorte toccava infine allo stesso Ghost Dog, samurai fuori tempo massimo: qui invece Adam ed Eve, pur perduti nella notte, possono ancora riuscire a rendere partecipi gli ignavi umani della loro saggezza, trasmettendola come fosse un virus. Con un solo morso.

Info
Solo gli amanti sopravvivono sul sito del Festival di Cannes.
Il trailer ufficiale di Solo gli amanti sopravvivono.
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