Prince Avalanche

Prince Avalanche

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Prince Avalanche è un’opera profondamente malinconica, nostalgica e dimessa, che trova in brevi accenni di fantastico la sua eversione dalla norma. Nulla per cui valga la pena dilungarsi in lodi eccessive, ma un piccolo gentile film, che sembra scaturire dalla produzione indie a stelle e strisce dei primi anni Novanta.

La strada nel bosco

Alvin e Lance passano l’estate del 1988 in una deserta area della foresta danneggiata dal fuoco. La loro monotona attività consiste nel riparare i segnali stradali di un percorso di campagna apparentemente senza fine. Lance ha difficoltà a confrontarsi con l’isolamento in una zona così selvaggia, lontana dalle feste e dalle ragazze, contrapponendosi così al serio e posato Alvin, che scrive appassionate lettere d’amore alla sua fidanzata, la sorella maggiore di Lance. Anche quando ha del tempo a disposizione, Alvin preferisce rimanere nella foresta, dove a fargli compagnia ci sono solo fantasmi e casa semidistrutte. Lui e Lance si spostano all’interno dei boschi su di un piccolo veicolo, discutendo, litigando e divertendosi. Attraverso la lunga e opprimente estate avranno modo di incontrare solo un’altra persona – un misterioso autista di camion che condivide con loro un liquore fortissimo ed è pronto a scomparire così come è apparso. [sinossi]

Quando esordì nel 2000 con l’ottimo George Washington, David Gordon Green venne salutato dalla stampa statunitense come il nome nuovo dell’indipendenza a stelle e strisce: quando poi il film iniziò a circolare anche in ambienti europei, l’impressione di trovarsi di fronte a un regista in grado di riportare in auge l’indie “duro e puro” ebbe ulteriori conferme. Per alcuni anni Green sembrò muoversi proprio in quella direzione, grazie a opere come All the Real Girls, Undertow e Snow Angels: ma l’epoca del cinema indipendente come un universo a parte, staccato dal contesto hollywoodiano, apparteneva già a un passato lontano, e il nuovo millennio aveva decretato al contrario la progressiva affermazione di un altro tipo di produzione, in cui succursali delle major aprivano il fianco a operazioni pensate a uso e consumo dei feroci oppositori del mainstream. In questo senso Green sembrò in un primo momento destreggiarsi con una certa grazia, sfornando il divertente e sottilmente eversivo Pineapple Express (intitolato senza alcun pudore in Italia Strafumati), per poi cedere però alle lusinghe dell’industria, prima con Your Higness e quindi con The Sitter, su cui si è abbattuta nuovamente la scure della traduzione, come evidenzia il titolo italiano Lo spaventapassere.
Quando, poco prima della sua presentazione in concorso all’ultima Berlinale, lo scorso febbraio, si è sparsa la notizia che il nuovo film di Green sarebbe stato il remake di un’opera islandese, Á annan veg di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson (conosciuto dai più con il titolo inglese scelto per la vendita internazionale, vale a dire Either Way), alcuni hanno malignato che oramai il giovane di belle regista di belle speranze si fosse trasformato una volta per tutte in un mero esecutore di idee altrui. In tal senso l’idea era rafforzata dai progetti futuri di David Gordon Green: l’adattamento per il grande schermo del romanzo Joe di Larry Brown, con protagonista Nicolas Cage (visto poi in concorso a Venezia), e soprattutto il tanto chiacchierato remake di Suspiria, capolavoro visionario di Dario Argento che da anni Green cerca di far tornare a nuova vita sul grande schermo.

Anche in virtù di quanto appena affermato, al termine della visione di Prince Avalanche non si può che tirare un sospiro di sollievo: se è vero che la trama segue in tutto e per tutto l’originale, e che anche alcune delle situazioni vengono riprese fin nel minimo dettaglio, è impossibile non riconoscere alle spalle del tutto un respiro autoriale, sinceramente personale. David Gordon Green non si limita a riprendere la storia messa in scena nel 2011 da Hafsteinn Gunnar Sigurdsson, ma la riveste di una pellicola protettiva, segnalando fin dalla scritta bianca su sfondo nero che inaugura il film la prima essenziale differenza: mentre in Either Way i due protagonisti lavoravano per l’azienda che gestisce le strade dell’Islanda per renderle più sicure con una segnaletica appropriata, in Prince Avalanche Alvin e Lance sono costretti a un lavoro simile perché il bosco che la via attraversa è andato distrutto in un terribile incendio, avvenuto realmente in Texas nel 1988. Green si rifà dunque a un evento storico ben preciso, e che colpì nel profondo gli Stati Uniti del periodo: migliaia di senzatetto, alcune persone bruciate vive, abitazioni distrutte, natura deturpata per decenni, forse per secoli. Questa scelta permette a Green di innervare la trama con un sottotesto melanconico e nostalgico: il ricordo di quell’America, pur con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, è anche il ricordo di un cinema indipendente che visse in quel periodo una stagione di fuoco – nel senso positivo del termine – destinata a culminare nei primi anni Novanta nella riscrittura pur parziale delle regole dell’industria.
Alvin e Lance, che parlano di fantasmi e forse li incontrano anche sulla propria strada, sono a loro volta figure ectoplasmatiche per il mondo di oggi, figli di un altro mondo, distante anni luce da quello attuale. Questa malinconia, che pervade anche i momenti più gioiosi – non bisogna dimenticare come Prince Avalanche sia un film divertente, a tratti spassoso – è il valore aggiunto di un’operazione che non deve essere scambiata per il mero riciclo di quanto già filmato e raccontato. Lontano dalle ultime opere, dirette su commissione e in buona parte prive delle intuizioni cui Green aveva abituato, Prince Avalanche è un prodotto minimale ma ispirato, sinceramente commovente e adagiato sulle spalle di due attori talentuosi come Paul Rudd ed Emile Hirsch. In un film quasi interamente basato sui dialoghi, l’alchimia che viene a crearsi tra i due interpreti acquista ovviamente un valore ulteriore: Rudd e Hirsch sfoderano un’interpretazione ricca di sfumature, in grado di convincere sia sul versante della commedia che su quello del dramma, sfiorato anche se mai realmente vissuto. Prince Avalanche è un’opera profondamente malinconica, nostalgica e dimessa, che trova in brevi accenni di fantastico la sua eversione dalla norma. Nulla per cui valga la pena dilungarsi in lodi eccessive, ma un piccolo gentile film, che sembra scaturire dalla produzione indie a stelle e strisce dei primi anni Novanta. Come i boschi del Texas, un’epoca artistica bruciata via, e mai realmente ricresciuta.

INFO
La scheda di Prince Avalanche sul sito della Berlinale.
Prince Avalanche al Torino Film Festival.
Prince Avalanche su facebook.
Prince Avalanche sul sito di Magnolia Pictures.
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