Striplife

La vita quotidiana nella Striscia di Gaza in Striplife, un lavoro visivamente convincente, ma appesantito da qualche metafora di troppo.

Vite in bilico

La lunga spiaggia di Gaza City invasa da centinaia di mante arenate sul bagnasciuga. È con questa suggestiva immagine in campo lungo che si apre Striplife, documentario presentato in concorso a Italiana.doc e firmato da Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi, Valeria Testagrossa e Andrea Zambelli. Frutto di un lungo percorso al fianco di alcuni palestinesi che risiedono nella striscia di Gaza, questo lavoro collettivo, che non risente affatto della molteplicità di registi in campo (potrebbe essere benissimo il frutto di un unico sguardo), si compone di una serie di tranche de vie accuratamente selezionati e attraversati, ciascuno in maniera diversa, dal dramma del conflitto con Israele. C’è infatti chi subisce quotidianamente le gratuite angherie dei soldati israeliani e chi porta sul proprio corpo i segni del terribile bombardamento del 2008. Ad eccezione di un contadino di mezzetà, il resto dei protagonisti è piuttosto giovane: ci sono degli adolescenti che praticano il parkour in un campo profughi e tra le rovine dei bombardamenti israeliani, un fotografo reso disabile da una bomba, la speaker 21enne del telegiornale e dei rapper che – nonostante un pubblico divieto – compongono e improvvisano le loro rime.

Colpisce la scelta portata avanti dagli autori di voler mostrare la normalità della vita quotidiana in questi territori infuocati da conflitti che paiono insanabili, eppure traspare sotto forma di invasiva metafora, qualche forzatura di troppo. Le mante spiaggiate, in fondo, sono dei kamikaze, l’esposizione quotidiana di queste persone al pericolo e alla morte è rappresentata perfettamente nelle evoluzioni del parkour, ma soprattutto ci sono poi quelle affascinanti immagini di tigri e babbuini in gabbia nello zoo che simboleggiano, ovviamente, la drammatica situazione di un popolo prigioniero in casa propria. Anche se non si vuole certo mettere in dubbio la buona fede degli autori, bisogna dire poi che risulta di dubbio gusto la rivelazione artatamente ritardata e servita sotto forma quasi di “colpo di scena” della disabilità del fotoreporter.

Si resta comunque davvero appagati dalle splendide immagini raccolte dai registi, a partire dalle evoluzioni dei giovani atleti di parkour all’interno di un cimitero in un campo profughi o tra le recenti rovine di un palazzo bombardato, e risulta toccante poi l’esibizione improvvisata in spiaggia dai giovani rapper. Ma in questo mosaico composito di volti e personaggi manca forse un fil rouge: si tratta di entità, infatti, fin troppo eterogenee, che non a caso il film impiega oltre mezz’ora a presentare, ricorrendo tra l’altro all’ausilio di didascalie. Queste ultime poi fanno la loro ricomparsa nel finale per dare una qualche chiusura alle varie storie, e sembra quasi incredibile che con così tanta abilità da metteur en scéne a disposizione, i cinque autori non abbiano provato ad eliminare questi testi esornativi, affidandosi esclusivamente alla forza delle immagini.
Non un affresco dalle velleità narrative né un reportage duro e puro, Striplife sembra una raccolta di suggestive istantanee che non riescono mai a farsi racconto. Peccato, perché dal talento visivo ai personaggi a disposizione, senza trascurare la tensione che si respira in quei territori, gli ingredienti per fare un grande film c’erano tutti.

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Il trailer di Striplife su Youtube
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    di , , La libertà di amarsi alla luce del sole anche in un lontano villaggio birmano. Irrawaddy mon amour di Zambelli, Grignani e Testagrossa è un bel documentario a tematica LGBT, discreto nell'approccio narrativo ma al fondo partecipe. In TFFdoc/Italiana.doc.

1 Commento

  1. Paolo rossi 23/03/2015
    Rispondi

    ammazza quanta critica superficiale…

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