Club Sándwich

Club Sándwich

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E lei tra noi

Paloma è una madre single di trentacinque anni che ha come migliore amico il figlio quindicenne Hector. Inseparabili, i due condividono tempo libero, segreti e confessioni intime. Il loro rapporto è destinato però a cambiare durante una vacanza al mare: qui Hector incontra la coetanea Jazmin, innamorandosene. Per la giovane madre scoprire che il figlio provi attrazione per una ragazza è uno shock: oltre alla sorpresa, a sconvolgerla è l’idea di venir messa da parte. [sinossi]

Per quanto paradossale possa apparire, il trionfo torinese di Club Sándwich non sembra certificare la definitiva consacrazione del talento di Fernando Eimbcke quanto piuttosto la cristallizzazione di uno schema estetico e narrativo che ancora oggi riesce a far breccia nelle accorate discussioni delle giurie internazionali. Al di là delle infinite speculazioni possibili sulla scelta della giuria capitanata all’ombra della Mole da Guillermo Arriaga – connazionale di Eimbcke, ma attratto solitamente da stili e narrazioni assai meno minimali –, l’assegnazione del premio principale a Club Sándwich risulta indubbiamente significativa: a fronte di un gruppo di opere meno “allineate” o comunque più riuscite, tra le quali è giusto citare La bataille de Solférino di Justine Triet, 2 automnes 3 hivers di Sébastien Betbeder (al quale è andato il Premio Speciale della Giuria), il nostrano La mafia uccide solo d’estate di Pif e gli imperfetti ma ammalianti Blue Ruin di Jeremy Saulnier e Le démantèlement di Sébastien Pilote, la giuria si è fatta sedurre da un’opera senza dubbio graziosa e costruita con garbo, ma pressoché priva sia di uno sguardo realmente personale che di una pur minima ricerca/riflessione sulla macchina cinema.

Non che si voglia sminuire il valore effettivo dell’opera terza di Eimbcke, sia chiaro, gentile detour su un rapporto madre/figlio cui si aggiungono le pulsioni adolescenziali di quest’ultimo, ma assegnare a Club Sándwich il premio principale di un concorso come quello torinese che dovrebbe rintracciare nuove vie espressive nel panorama internazionale, risulta piuttosto bizzarro. Perché Eimbcke allestisce una commedia calibrata, in cui i tempi comici sono sempre gestiti con oculatezza e senso del “quotidiano”, ma lavora su un immaginario cinematografico che si rifà a un approccio indie sperimentato in abbondanza tra la fine degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.
La storia di Paloma e del suo pargolo quindicenne Hector, in vacanza in bassa stagione in un hotel vicino al mare, per risparmiare sulle spese, segue con una certa adesione tutte le regole (non) scritte del genere: il gioco reiterato tra genitore e figlio (la morra cinese utilizzata come discrimine per decidere chi ha il diritto di fare la doccia per primo), l’innamoramento prima silente e poi sempre meno timido tra Hector e Jazmin, sedicenne a sua volta in vacanza con l’anziano padre e la di lui compagna, la sottile gelosia di Paloma, che vede in Jazmin quasi una rivale, tutti elementi che portano a snodi narrativi interessanti per quanto piuttosto prevedibili.

Eimbcke, quarantatreenne che alle spalle ha i successi di Temporada de patos e Lake Tahoe (oltre a un buon numero di cortometraggi), si muove in direzione di una scelta estetica altrettanto basica: piani sequenza minimali, un montaggio decisamente parco, una scelta degli ambienti che aderisce senza troppe eversioni al “reale”. A questo si aggiunge la recitazione apprezzabile e mai sopra le righe dei tre protagonisti, l’ottima María Renée Prudencio e i giovani di belle speranze Lucio Giménez Cacho e Danae Reynaud. Tutto quello che sarebbe potuto apparire superfluo viene lasciato fuori campo, eliminato dalla contesa, sradicato dall’immaginario.
Quel che ne resta è un film perfettamente godibile ma forse asciugato a tal punto da donare l’impressione di trovarsi a tu per tu con un’opera già vista e magari apprezzata in passato. Se Eimbcke avesse rischiato di più, mescolando le carte senza appiattirsi sulle scelte di narrazioni più comode, con ogni probabilità si avrebbe avuto a che fare con un piccolo gioiello sospeso nell’aria come le vite dei suoi protagonisti, rinchiuse in un non-luogo che è anche inevitabilmente non-tempo. Sarà per la prossima volta…

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