Rosarno

Girato nel 2004 e montato solo nove anni dopo, il film di Greta De Lazzaris – in concorso a Italiana.doc – è una preziosa e potente testimonianza sulle condizioni dei migranti, e non solo, in terra calabrese.

La città di Rosarno, i suoi aranceti, in cui tante mani sono impegnate a raccogliere, smistare, caricare. E poi i pascoli di pecore: un bambino che sembra già adulto come pastore. [sinossi]

L’edizione 2013 di Italiana.doc al Torino Film Festival è stata segnata dalla presenza di alcuni documentari che hanno avuto una lunga lavorazione. Su tutti El lugar de las fresas, cui la regista Maite Vitoria Daneris ha lavorato per ben sette anni, e Rosarno, per l’appunto, che vede la forma definitiva solo ora quando le riprese di Greta De Lazzaris si erano concluse nove anni fa. Del materiale girato allora, la De Lazzaris aveva deciso di non farne più niente, poi quest’anno si è convinta a montarlo, dandogli una forma compiuta, ma comunque libera ed ellittica.
Rosarno si caratterizza per un puro processo dello sguardo. Non vi è nient’altro in scena se non la videocamera della De Lazzaris e le persone e le situazioni che riprende. Non vi sono né mediazioni, né tentativi di avvicinamento (quantomeno non sono mostrati). Sorta di novello cine-occhio, quasi come deprivata della figura umana che la fa funzionare, la camera della De Lazzaris osserva silente quanto avviene attorno a lei e costruisce il suo discorso solo ed esclusivamente su quello. Perciò Rosarno non è un film di denuncia, per quanto si vedano delle condizioni terribili in cui sono costretti a vivere i migranti ivi impegnati come lavoratori stagionali (in particolare, resta impressa nella memoria la scena del litigio per accaparrarsi dei materassi), quanto un film di osservazione che contiene in sé la denuncia come pure la sorpresa, lo sdegno e la riflessione quasi metafisica. Valga su tutte l’ultima sequenza del film con un gioco sulla luce e l’oscurità fatto a partire da una porta che si chiude e che di volta in volta occlude lo sguardo su una madonna riprodotta in una chiesa. Oppure l’intensissimo primo piano su una suora che distribuisce del cibo in una sede della Caritas: la donna si è improvvisamente bloccata in uno sguardo ebete e inespressivo che si fa subito metafora dell’assenza di senso in una condizione disperata come quella e che, ancora, sembra persino di poter leggere come un doppio, un rispecchiamento del volto della regista e del modo in cui ha gestito il processo del suo sguardo.

In Rosarno, tra l’altro, non si vedono in scena solo i migranti, lo sfruttamento di cui sono vittime e i loro sfruttatori. Si assiste anche alla vicenda di un ragazzino del posto, con una terribile storia familiare alle spalle, che ha trovato lavoro come pastore di pecore. Una storia da Meridione degli anni ’50 che vediamo ripetersi in un contesto per certi aspetti completamente nuovo. La compresenza della povertà locale, calabrese, e di quella “estera”, dei migranti si fa metafora delle condizione complessiva in cui si vive in questi anni in Italia: una povertà diffusa e nascosta, riti ancestrali associati a nuovi sfruttamenti, una socialità impazzita e competitiva. Con la forza del suo sguardo – una forza favorita anche da una dimensione quasi remota delle immagini, girate a suo tempo su mini-dv e ora provviste di una strana grana, quasi da pellicola – la De Lazzaris riesce a raccontare questa dimensione post-catastrofica di spaesamento sempre crescente che ci rende afasici ogni giorno di più.

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