Torino 2013 – Bilancio

Torino 2013 – Bilancio

Anno dopo anno appare sempre più triste e bizzarro il modo in cui i festival cinematografici italiani – o per lo meno i principali – chiudono i battenti: qualche dato sciorinato senza troppa attenzione ai dettagli, con percentuali sugli incassi, le affluenze in sala e la presenza di accreditati gettate in pasto alla più becera e basica operazione di copia-e-incolla, un riassunto rapido dei film premiati e il rituale saluto all’edizione successiva che sarà, ça va sans dire, ancor più tonitruante, imperdibile, annichilente. In tutto questo bailamme mediatico, cui fa inevitabilmente seguito il codazzo di critiche, applausi, piccati editoriali e muri contro muri pressoché invalicabili, si tende solitamente a dimenticare in un recesso della memoria il vero elemento attorno al quale i festival vivono: il cinema.
È stato così a Venezia e viepiù a Roma, dove in molti come al solito si sono imbarcati in speculazioni piuttosto retrive sulla direzione mülleriana, spesso lanciando frasi sibilline senza praticamente aver mai messo piede all’Auditorium. Era ampiamente previsto che nel suddetto gioco al massacro rientrasse anche il Torino Film Festival, sorta di chiusura di questa contemporanea – e assai meno epica – “battaglia dei tre regni”, sia per il potenziale economico a disposizione che per la collocazione temporale, a poche settimane dalla fine dell’anno solare.
L’agone temporale tra i tre festival è superato a doppia velocità da quello strettamente politico: se Venezia rappresenta ancora oggi la roccaforte del governo – vista la sua collocazione all’interno dei lavori della Biennale – Roma e Torino sono le rispettive punte di diamante delle amministrazioni di centrosinistra, con la Capitale veltroniana e bettiniana contrapposta all’ex baluardo operaista ora in mano alle correnti di Chiamparino e Fassino.

Questa innaturale e ben poco savia rincorsa al predominio culturale – che nulla ha a che vedere, sia chiaro, con qualsivoglia idea benemerita di difesa del cinema e delle arti – sta rischiando di fagocitare l’anima più pura, cinefila e profonda del Torino Film Festival. In questo senso la scelta di affidare le redini della kermesse sabauda a un regista poco avvezzo a incarichi di tale genere come Paolo Virzì sembrava evidenziare ulteriormente lo slittamento laterale del festival, in direzione di una selezione adagiata sulle più abusate declinazioni del termine pop(olare). A conti fatti l’irruzione di Virzì è apparsa nondimeno innocua, pur trovando superflue le innovazioni reali (la famigerata sezione Europop) o presunte (After Hours, aggiornamento senza alcuna modifica sostanziale del già esistente Rapporto confidenziale): la mano del regista toscano, semmai, si è avvertita in una selezione dei titoli in concorso che ha inanellato in buona parte opere, come il suo cinema, gentili, graziose ma fondamentalmente appiattite su uno standard di regia e scrittura predefinito, mai propense a correre rischi eccessivi. La dimostrazione di quanto appena affermato la si può rintracciare proprio nel film vincitore, Club Sándwich di Fernando Eimbcke (già a Torino in precedenza con Lake Tahoe), racconto minimale e aggraziato del rapporto madre/figlio e di un fugace amore adolescenziale. Da questo schematismo sono fuoriuscite solo poche schegge più o meno impazzite, come La bataille de Solférino di Justine Triet e 2 automnes 3 hivers di Sébastien Betbeder, altro nome ricorrente dalle parti della Mole.

Per rintracciare i germi di una visione cinematografica non allineata, ma ancora incuriosita dal potere magico e devastante dell’immagine (e perfino della pellicola!) ci si è dovuti spostare, come d’abitudine, nel ventre ribollente e riottoso di TFFdoc e di Onde: le sezioni, curate l’una da Davide Oberto, Luca Cechet Sansoè, Francesco Gia Via e Paola Cassano, e l’altra da Massimo Causo e Roberto Manassero, continuano a spingere in direzione di una ricerca cinematografica che si fa inevitabilmente riflessione sull’oggi e sulle storie di ieri, proiezione di futuri (im)possibili. In un percorso che mescola documento del reale e ricreazione – mai piatta e pedissequa – dello stesso, TFFdoc e Onde hanno regalato le visioni più stordenti di questa trentunesima edizione, tra neo-paganesimo (A Spell to Ward Off the Darkness di Ben Rivers e Ben Russell), morte del mondo e del mondo/cinema (La última película di Raya Martin e Mark Peranson), scaturigini di colonialismi mai davvero “post” (Pays barbare di Yervant Gianikian e Angela Ricci-Lucchi, Chroniques équivoques di Lamine Ammar-Khodja, The Stuart Hall Project di John Akomfrah, Anak Araw – Albino di Gym Lumbera), illuminismi e oscurità (Història de la meva mort di Albert Serra), adolescenti presbiteriane dubitabonde (Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini), città fantasma cinesi (Yumen di J.P. Sniadecki, Huang Xiang, Xu Ruotao), nuove onde portoghesi, ecc.ecc.

È qui, nell’anima solitamente meno pubblicizzata del festival, che vi si conserva l’essenza, protetta da numi tutelari quali Alberto Grifi (il suo Anna espanso all’infinito è l’ideale spina dorsale di questa edizione, insieme agli ectoplasmi in permanente rivoluzione della New Hollywood, riportata sugli schermi torinesi da Emanuela Martini), il cui volto campeggia nell’emozionante intervista/chiacchierata con Donatello Fumarola e Alberto Momo, o Yu Likwai, omaggiato all’interno di Onde. Anche il cosmo a se stante di Festa Mobile, festival nel festival oberato da una trentina di titoli, ha partorito alcune gemme preziose, in parte riprendendole come d’abitudine dalla Berlinale e da Cannes, in parte rintracciandole in giro per il mondo: sarebbe però opportuno rivedere la mole di un fuori concorso che in alcuni casi rischia di ingolfare la programmazione con titoli francamente rivedibili, quando non propriamente adatti a trovare una collocazione all’interno di un festival (valga l’esempio di Last Vegas, scelto come film d’apertura).
Torino continuerà necessariamente a muoversi in direzione di un festival orgogliosamente cittadino, anche in virtù della sempre ottima risposta di pubblico, ma non deve lasciarsi sedurre dall’idea di adattarsi al (presunto) gusto degli spettatori, cedendo così alla variante più castrante e mortifera del “popolare”.
C’è molto più pop (inteso nella sua accezione più intima e profonda) nello slabbrato urlo di (auto)celebrazione/flagellazione del cinema di Raya Martin e Mark Peranson che nella commedia d’esordio di Claudio Amendola. In tempi come quelli attuali l’unico modo per mantenere la propria posizione non è inseguire sogni e chimere di grandeur, ma resistere alla decadenza dell’immaginario, al “paese barbaro” in cui anche l’immagine è vilipesa, blandita ma mai davvero compresa. Al di là di giochi di potere e di operazioni politiche di dubbio gusto i festival – e quindi anche Torino, soprattutto Torino – devono perseverare nella difesa dell’Utopia, nella lotta quotidiana contro la catalessi dello sguardo. In caso contrario, neanche la più accurata delle selezioni potrà salvarci dalla dispersione.

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