Wolf

Premio speciale della giuria a Italiana.doc, ex aequo con Striplife, Wolf di Claudio Giovannesi è il ritratto di un uomo che cerca di verbalizzare la dolorosa eredità paterna.

Il rabbino capo Ben Murmelstein (1905-1989) è stato il direttore del ghetto di Terezín, con il compito di rappresentare presso i nazisti la comunità ebraica destinata allo sterminio. Dopo la Liberazione fu processato – e assolto – per collaborazionismo e, una volta trasferitosi a Roma, venne emarginato dalla sua stessa comunità. Attraverso il dialogo del figlio Wolf con lo psicanalista David Meghnagi, il film ricostruisce il rapporto di un figlio con la memoria del padre… [sinossi]

Arrivato a dirigere il suo quarto lungometraggio con Wolf, Claudio Giovannesi mostra già di possedere una sua peculiare personalità autoriale ed è probabilmente l’unico tra i cineasti italiani nati nella seconda metà degli anni ’70 ad essersi imposto con chiarezza e coerenza. Muovendosi tra documentario (Fratelli d’Italia e Wolf) e finzione (La casa sulle nuvole e Alì ha gli occhi azzurri), il cinema di Giovannesi appare in grado di giocare su più livelli, con un’attenzione particolare rivolta all’eredità da gestire per le nuove generazioni: si vedano in tal senso proprio Fratelli d’Italia e Alì ha gli occhi azzurri (laddove l’eredità pesa sulle spalle dei “nuovi” italiani, i figli dei migranti), ma anche La casa sulle nuvole (che affrontava questo tema in modo più ideale e “jazzistico”, senza dimenticare comunque anche qui lo sradicamento rispetto alla terra d’origine).
Siamo di fronte a un magma autoriale che trova piena conferma in Wolf, documentario presentato in concorso a Italiana.doc e che ha ottenuto – ex aequo con Striplife – il premio speciale della giuria. E il fatto che Wolf sia sostanzialmente un lavoro su commissione, nato su proposta dell’Istituto Luce Cinecittà e dell’animatore (e sceneggiatore) del film, lo psicoanalista David Meghnagi, non fa altro che sottolineare la capacità di Giovannesi di affrontare un tema senza per questo rinunciare al taglio personale della sua regia.

Così, quello che poteva essere un ennesimo tentativo di racconto della Shoah, diventa nelle mani del regista di Alì ha gli occhi azzurri un’opera che, pur seguendo quel filo, lo connota di caratteristiche sue proprie, non scadendo mai nel generico. Improntato alla necessità del recupero (e della salvaguardia) della memoria, Wolf infatti trova il suo precipuo nucleo nel rapporto interrotto e irrisolto tra un figlio, l’oggi settantenne Wolf Murmelstein, e suo padre, il rabbino capo Benjamin Murmelstein, costretto durante il nazismo a gestire il campo di transito di Terezín e per questo emarginato in seguito dalla comunità ebraica. Scomparso nel 1989, Benjamin Murmelstein – tra l’altro oggetto del recente film di Claude Lanzmann, Les dernier des injustes (presentato anch’esso a Torino 31) – rivive nel documentario di Giovannesi attraverso le parole del figlio, nel confronto con lo psicanalista David Meghnagi (sempre in scena, come sorta di alter-ego dello spettatore e del regista) e negli incontri con dei sopravvissuti di Terezín. Si tratta di confronti – e anche di scontri – tutt’altro che facili con Wolf Murmelstein che cerca in ogni modo di difendere la memoria del padre da chi ne mette in dubbio l’operato, oppure, pur comprendendo le sue necessità (l’alternativa era la morte per mano dei nazisti), non può arrivare a giustificarlo in pieno.

Sarebbe probabilmente semplicistico definire il percorso del film come un processo psicoanalitico guidato dallo stesso Meghnagi, che cerca di portare alla luce rimossi e contraddizioni di Wolf. Eppure, in parte, questa traccia è presente, visto che la dimensione del ricordo del protagonista è centrata proprio sugli anni dell’infanzia e delle sue rimozioni (da bambino, viveva a Terezín insieme al padre). Sembra però più corretto pensare a Wolf e al movimento che si instaura all’interno del film come a un’operazione talmudica, in cui per l’appunto si mette al centro la ricerca e l’esegesi senza necessariamente arrivare a un punto fermo. Si chiude infatti in sospeso il film di Giovannesi, senza provare a dare risposte precise, perché di fronte all’imbarbarimento umano imposto dai nazisti, nulla può essere verificato secondo una logica razionale (ed era un po’ questo anche il discorso di fondo di Parce que j’étais peintre, visto al Festival di Roma nella sezione CinemaXXI).

In tutto questo la regia di Giovannesi si mette al servizio del racconto senza sparire, anzi, “evidenziandosi” in base a precise scelte stilistiche: su tutte, la meccanica del primo piano che restituisce il volto sofferente e bellissimo di Wolf Murmelstein e che individua in quel volto il senso e il segno di tutta l’operazione, lo specchio e il radicamento (le rughe) di un processo interiore dolorosissimo. Dal dettaglio al totale: molto significative sono infatti le immagini di Terezín riprese dall’alto, in campo lungo, da Giovannesi; riprese che rimandano a un’immagine di silenzio e di mistero, di apparente pacificazione e di indicibile. E se il passato non viene rievocato mai direttamente, ma solo attraverso la verbalizzazione e la “fantasmatizzazione” dei luoghi, un materiale di repertorio non manca comunque in Wolf. Invece però di puntare su filmati documentaristici, Giovannesi ha deciso di mostrare i vari film di finzione che sono stati dedicati alla figura di Murmelstein (Transport z ráje di Zbynek Brynych, 1962, e la miniserie americana Ricordi di guerra di Dan Curtis, 1988), affrontando dunque il discorso da un altro punto di vista: il processo di smascheramento della finzione, non solo dunque di quella nazista che definiva Terezín un campo modello in cui gli ebrei “stavano bene”, ma anche il processo di colpevolizzazione cui Murmelstein fu sottoposto.
Ed è proprio qui che si ritrova un compito primario del cinema documentario, messo perfettamente in pratica da Giovannesi: l’idea di togliere il velo alla finzione e ai suoi schematismi. Un motivo in più per conservare il ricordo di questo film al fianco di quello di altri preziosi documentari presentati quest’anno in Italiana.doc, dal vincitore I fantasmi di San Berillo a Rosarno a El lugar de las fresas.

Info
La scheda di Wolf sul sito del Torino Film Festival.
Una clip tratta da Wolf.
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