Intervista a Ben Rivers e Ben Russell

Intervista a Ben Rivers e Ben Russell

In occasione del TFF abbiamo intervistato Ben Russell e Ben Rivers i due registi di A Spell To Ward Off the Darkness, film vincitore della sezione Internazionale.doc.

Tra i fiori all’occhiello della selezione di quest’anno, curata da Davide Oberto, Francesco Giai Via e Luca Cechet Sansoè, il film, splendidamente girato in pellicola super 16 ha una struttura tripartita (una sezione ambientata in una comune, una seconda nella wilderness e l’ultima a un concerto black metal) attraversata da una serie di argomentazioni etiche, storiche e filosofiche che riguardano questioni come il vivere insieme, il rapporto tra l’uomo e la natura, la condivisione, le scorie di una società da tempo defunta, il paganesimo e il black metal.
Inevitabilmente, la nostra discussione con i due autori, si è trasformata in un’iniziazione misterica alla loro potente idea di cinema.

Una delle cose più sorprendenti di A Spell To Ward Off the Darkness è come le argomentazioni principali del film siano esposte nella prima parte, quella dedicata alla comune e ai suoi residenti, ma vengano fuori in maniera molto naturale dai loro dialoghi per poi riecheggiare in un modo quasi misterioso nei capitoli successivi. Come avete articolato la “sceneggiatura” del vostro lavoro?

Ben Russell: Non c’era una vera e propria sceneggiatura, non abbiamo scritto nulla, tutto è stato improvvisato all’interno di in una cornice da “documentario non fiction”, però è anche vero che abbiamo girato la prima parte per ultima, quindi a quel punto sapevamo in che direzione volevamo andare, ma penso che in quel frangente abbiamo avuto anche molta fortuna.

Ben Rivers: Vorrei aggiungere che noi parliamo molto, tra di noi e con le persone che mettiamo in scena, non abbiamo bisogno di scrivere le cose, parliamo e ricordiamo. Comunque le tre parti le abbiamo girate a una certa distanza temporale l’una dall’altra: la seconda, quella solitaria nella wilderness, è stata la prima, poi dopo quattro mesi abbiamo girato quella del black metal, infine dopo circa altri quattro mesi quella della comune. Noi parlavamo molto mentre giravamo il film all’interno della comune, ci nutrivamo l’uno dell’altro e ci sono state una serie di cose che sono accadute, forse appunto per fortuna o magari per magia, cose che hanno prodotto una serie di eco che non necessariamente avevamo programmato, ma sono successe, così come un light flare che ha la forma del triangolo, che ritorna nel film, quando Rob [Robert A.A. Lowe, che interpreta l’unico personaggio che ricorre nei tre episodi, n.d.r.] entra nel Dome [struttura a cupola che si vede verso la fine dell’episodio, n.d.r.], non era qualcosa che avevamo previsto.

Ben Russell: I dialoghi e la narrazione sono qualcosa che abbiamo compreso dopo. Quando abbiamo girato per ultimo il primo capitolo, sapevamo più o meno che cosa stavamo cercando e abbiamo in molte occasioni creato le condizioni affinché certe conversazioni accadessero. Ma lo script, se c’è stato, è comunque venuto fuori al montaggio perché volevamo davvero che queste cose riecheggiassero, risuonassero con il resto del film, perché avevamo già l’idea che la comune è qualcosa che è presente nella parte del black metal, solo che si manifesta in maniera differente, così come l’idea della società – della comune – si riflette nella parte della solitudine, semplicemente si presenta sotto un’altra forma. Tutti questi argomenti erano nell’idea che originariamente avevamo di questo film, ma il linguaggio è stato qualcosa che abbiamo creato con il montaggio.

Si vede che c’è una forte intimità con i vostri “personaggi”, come avete dunque “diretto” i vostri “interpreti”?

Ben Russell: È curioso perché qui a Torino abbiamo rivisto Milestones di Robert Kramer e John Douglas [tra i titoli della retrospettiva New Hollywood curata da Emanuela Martini, ndr] uno dei film che ci hanno influenzato di più in questo lavoro. Abbiamo iniziato parlando in realtà di Chronique d’un été di Jean Rouch e Edgar Morin e di come in quel film i personaggi siano posizionati in maniera da guidare le conversazioni e produrre un certo tipo di discussioni, e abbiamo parlato poi di come in Milestones ci sia una combinazione di conversazioni “orchestrate” e di reinterpretazione di queste, quindi abbiamo discusso insieme di entrambi questi film in relazione a quello che volevamo fare nel nostro. Poi abbiamo cercato un gruppo di persone dalla storia comune e abbiamo chiesto loro di fare conversazioni su determinati argomenti. Li abbiamo messi nella condizione di far accadere queste cose.

Ben Rivers: Vivendo insieme ai membri della comune per circa un mese abbiamo avuto conversazioni con loro per molto tempo, chiedendogli cosa significasse per loro vivere collettivamente oggi. Quindi c’erano numerose conversazioni in corso di tra loro in questo lasso temporale e noi li abbiamo spinti a ripeterle e svilupparle, e si sono sviluppate in maniera intrinsecamente incompiuta, il che era proprio quello che noi volevamo, perché così al montaggio ci siamo ritrovati con dei frammenti di un discorso più ampio a cui loro non danno risposta, semplicemente lo attraversano.

Cosa ci potete dire del montaggio, c’è qualcosa che quando avete girato ritenevate importantissimo, ma che poi avete dovuto tagliare?

Ben Russell: Sì, questo è un problema alla base del genere documentario, il tuo materiale sono delle persone vere in situazioni vere e li riduci nello scheletro di quello che loro realmente sono, rubi le loro immagini, registri e riduci in qualcosa che è un’approssimazione di loro in quanto persone e delle loro esperienze. Quindi all’inizio è stato molto difficile girate. Abbiamo girato credo 8 ore in tutto che non è molto, per i documentari in digitale di solito ci si ritrova con un girato molto più lungo, ma dal momento che giravamo in pellicola questo non poteva accadere, anche per una ragione di costi. Comunque avevamo nel complesso molto più materiale e anche più linguaggi all’interno del film perché cercavamo di presentare l’idea e i personaggi nella loro interezza, poi abbiamo deciso di lasciare che le immagini fossero immagini e che il linguaggio fosse una metafora di qualcos’altro.

Ben Rivers: Non volevamo che il linguaggio del film fosse pedagogico, dogmatico, didattico, perché il linguaggio parlato è così potente e autoritario e forse ora io che vi sto parlando sono didattico, ma ecco non era il nostro obbiettivo per il film.

Ben Russell: Già, che stai facendo? È tutto sbagliato, stai rovinando tutto! [ride]

Ben Rivers: Il nostro obiettivo era non proporre un modo unico di vedere le cose, volevamo essere il meno chiari possibile.

Ben Russell: Perché la vita nella comunità non è una cosa chiara. Loro vivono in uno spazio comune. Le persone che criticano questo modo di vivere lo fanno perché pensano che sia una scelta ideologica, religiosa, una piattaforma politica, ma non è così, sono delle persone che stanno insieme per ragioni differenti e creano dei legami tra di loro, ma non credono esattamente nelle stesse cose ed è questo che volevamo mostrare: la collisione tra le idee, la prossimità, il fatto che le persone, mangiano, dormono, stanno insieme. Per questo abbiamo cercato di mettere da parte il linguaggio per lasciare che la presenza di queste persone avesse questo peso. Credo che la ragione per cui le persone che vedono il film spesso hanno difficoltà a comprendere questo primo capitolo della comune è perché non vi trovano una posizione netta, dato che la nostra è a metà, tra il dentro e il fuori. Abbiamo iniziato cercando l’utopia in ciò che è distopico, ma non è così, questa nostra idea era una forma ideale e le forme ideali hanno delle falle. Credo che la ragione per cui alcune persone hanno difficoltà con questo primo capitolo sia perché vi cercano delle risposte quindi hanno difficoltà ad entrare in questa sezione del film. Vogliono delle risposte, questo per loro è più confortevole. Così come vogliono sapere se a me piace o non piace il black metal, ma questo per noi non è il punto. Non ci interessa se le persone amano o non amano il black metal, perché per noi A Spell To Ward Off the Darkness non è un film sul black metal, ma è sull’esperienza su questa cosa che è sonica, emotiva, spirituale.

Dopo la proiezione avete parlato anche dell’importanza dei quattro elementi, aria, acqua, fuoco e terra . Ci potete parlare dell’utilizzo nel film dell’essere umano, che è anch’esso un elemento naturale, specie nella seconda parte con l’individuo completamente solo nella wilderness. Come avete scelto di inserire l’uomo nel paesaggio in questa maniera?

Ben Russell: Una delle questioni che ci interessano di più del paganesimo è il fatto che l’uomo è parte della natura, cosa che è differente nel cattolicesimo e protestantesimo, insomma nelle religioni tradizionali. Quando abbiamo girato questa seconda parte del film, intenzionalmente abbiamo seguito questa idea, lasciando che Rob, il personaggio principale, fosse sullo stesso piano del paesaggio, un elemento insieme all’acqua, alla foresta. Infatti non ci sono primi piani né piani medi che in qualche modo privilegiano la figura umana. Lo stesso lavoro lo abbiamo fatto con il mix del suono, creando uno spazio comune e l’uomo è parte di questo spazio sonoro, non ne è esterno.

Ben Rivers: Abbiamo cercato equità all’interno delle immagini. Riprendiamo i funghi o l’acqua e anche per questi elementi non abbiamo inserito ad esempio inquadrature più brevi, perché a tutto è stata data la medesima importanza, non c’è una gerarchia.

Ben Russell: Magari è più difficile trovare la natura nella sequenza del black metal, ma noi crediamo in questa idea che l’uomo è parte della natura, come si intuisce nelle conversazioni ed esperienze dei personaggi. Crediamo in una nuova definizione del tempo geologico che riposiziona il ruolo dell’uomo e credo che questo sia chiaro nell’ultima parte della sequenza della comune, quando vediamo una comunità sulle rive del lago dove una società che ha fallito ha già fatto il suo passaggio, come si vede da quelle rovine recenti che fuoriescono dall’acqua.

È questo dunque il significato da dare all’inquadratura di queste recenti vestigia della nostra società che emergono dal lago?

Ben Russell: Sono due temporalità che convergono, come la capanna che brucia nella seconda parte. Ma magari non è una questione di “significato” quando piuttosto una “coincidenza”, chissà.

Ben Rivers: Noi utilizziamo sistemi fallimentari e non vogliamo certo proporne altri, spiegando il significato di qualcosa che mostriamo perché così si rischia di diventare dogmatici, non c’è un solo modo di guardare queste immagini, specialmente dal momento che ci sono due persone a crearle e poi c’è /ci sarà una pluralità di spettatori che guarderà il film e ognuno con uno sguardo e con idee differenti. Comunque quell’immagine ci parla di un fallimento del passato e di questo gruppo di persone che ne sono ben consapevoli. Ciò nonostante provano ancora a raggiungere una sorta di utopia.

Ben Rusell: La conversazione che precede quell’inquadratura ci parla poi della società e della sua struttura e ci spiega di come si tratti sempre di un costruire rovine sopra altre rovine, ancora e ancora.

Come avete girato l’ultima sequenza del film che sembra un long shot?

Ben Rivers: Purtroppo non lo è, ci sono dei tagli perché, noi stavamo girando in pellicola e quindi avevamo il limite della durata di una bobina che è all’incirca di 11 minuti. Quindi abbiamo orchestrato tutto affinché assomigliasse il più possibile ad un unico take, ma in realtà ci sono circa 4 tagli durante le canzoni black metal quando la mdp si muove. In generale le tre parti del film parlano di tre temporalità differenti: quella della comunità è forse più collegata al lungo lasso di tempo – circa un mese – in cui noi filmmaker abbiamo vissuto con loro e quindi poi al montaggio ne è venuto fuori un tempo che è più breve ed ellittico. La parte della solitudine con lunghi piani statici è stata girata in un lungo periodo, e segue il tempo della natura, delle glaciazioni, dei funghi, degli alberi.

Ben Russell: Perché nella natura il tempo è un’esperienza relativa. E credo che quando sei nella natura il tempo è molto più lento e devi essere molto attento se vuoi cogliere il cambiamento di questi elementi naturali. Per questo abbiamo utilizzato questa posizione dell’uomo nel paesaggio, per suggerire questa temporalità, attraverso inquadrature lunghe e statiche che rendessero il “tempo della natura”. La prima parte del film ci parla invece di una temporalità differente, è più un tempo “sociale”, dove c’è più montaggio.

Ben Rivers: Il montaggio nella prima parte è più frammentario e cerca di seguire una linearità più classica non proprio narrativa, ma più lineare, più frammentata per entrare più a fondo in questa realtà. L’ultima sezione è il più vicino possibile al piano sequenza perché volevamo raccontare l’esperienza di quel momento, dei componenti della band e di quelli del pubblico. Volevamo parlare in senso lato anche dell’esperienza spettatoriale al cinema e quindi ci siamo chiesti quale fosse la maniera migliore e per noi era quella di avvicinarci all’integrità dell’esperienza dell’essere lì in quel momento.

Parlando sempre di temporalità, ci sono delle immagini ricorrenti nel vostro film che forse alludono proprio a questo: c’è l’immagine quasi subliminale del triangolo, poi ci sono delle riviste di gossip e infine quei licheni che si formano sulle rocce, ci parlano di temporalità differenti?

Ben Rivers: Sì è così, il triangolo forse allude un po’ di meno a questa questione del tempo, simboleggia più l’intera struttura del film che noi abbiamo pensato come suddivisa in tre parti equipollenti, come in un triangolo equilatero. Sono tre parti eguali, tra le quali non c’è gerarchia, nessuna è migliore o più riuscita, hanno tutte le stesse proporzioni, gli stessi intenti.

Ben Russell: Siamo partiti proprio da questo assunto dell’eguaglianza e della completezza perché se togli un lato al triangolo lo distruggi, quindi non vogliamo che le persone pensino che una delle tre parti è più riuscita delle altre, questo non ha senso, il film ha senso solo nella sua integrità.

A Spell To Ward Off the Darkness sembra avere una partitura delle luci parallela a una partitura del suono, come si vede all’inizio con una panoramica avanti e indietro su un lago, dove ad ogni movimento ci chiediamo se l’immagine andrà verso la luce, quindi l’alba, oppure verso l’oscurità, ovvero il tramonto. In questo poi sta forse anche il gioco di parole cui allude il titolo: l’oscurità è qualcosa da tenere lontano (to ward off) ma anche qualcosa verso cui dirigersi (toward the darkness). Mentre nel finale lo stesso discorso coinvolge la musica, che diventa suono e poi quasi pulsazione e vediamo che anche l’immagine si riduce a impulso di luce, quasi stessimo osservando un equalizzatore. Come avete strutturato questa architettura di luce e suono?

Ben Russel: La cosa più emozionante della prima inquadratura è che è stata girata nel mezzo dell’estate finlandese, quindi è proprio sia alba che tramonto, perché la notte è brevissima. Prima di girare il film abbiamo parlato a lungo tra di noi di cinema e della pellicola come materiale del cinema, che se la guardi è un oggetto opaco e solo se la esponi alla luce e poi lo stampi, allora diventa trasparente. Quindi è nella nostra pratica di cinema affrontare gli effetti della luce non come immagine ma come essenza dell’immagine. Quindi A Spell To Ward Off the Darkness è anche una descrizione del cinema, di quello che fa: produce luce in un luogo oscuro, poi il film finisce e si torna nell’oscurità. È questo uno degli elementi di cui abbiamo discusso perché dal momento in cui il nostro film ha anche questa ambizione utopica, abbiamo deciso anche di renderci liberi a vicenda di fare delle immagini radiose che rendono le cose esteticamente belle anche in luoghi che non sono così immediatamente riconoscibili come belli. Quindi abbiamo deciso di girare in Finlandia e non ad esempio nelle isole o nei fiordi norvegesi perché lì tutto sarebbe stato immediatamente bello e noi volevamo evitare queste immagini da calendario.

Avete fatto delle prove con la pellicola o sapevate quale tipo di immagini avreste ottenuto?

Ben Russell: Noi abbiamo girato il film in super 16 quindi un formato piccolo, ma dal momento che entrambi facciamo film in pellicola da molti anni, circa venti, non abbiamo avuto bisogno di fare prove. Siamo entrambi direttori della fotografia e anche montatori del film. Nella comune avevamo ciascuno la sua mdp, nella seconda parte – quella della solitudine – una sola che dividevamo, nel black metal avevamo un operatore steadycam che dirigevamo, avevamo una sorta di mappa per ogni canzone del concerto.

L’esperienza collettiva, soprattutto da un punto di vista della creazione artistica è qualcosa di molto raro oggi, voi, anche singolarmente nella vostra carriera precedente, avete usato il cinema come un mistero abnorme, dove le immagini sono pulsanti, siete però come degli “alieni” nel panorama odierno. Come vi inserite nel cinema contemporaneo?

Ben Rivers: Una delle cose che credo sia importante per noi è che il fare film non si limita al prodotto finale, non è questo il vero obiettivo del nostro processo creativo. Per noi la cosa davvero importante è l’esperienza, mettere insieme le persone, spingerle a collaborare con noi.

Ben Russell: Ma anche che riunisca le persone in un cinema. Questo è un film che noi davvero non vogliamo che le persone vedano sui loro laptop o a casa da soli o in Tv, in parte perché il sound è concepito per essere spazializzato, fatto per una sala più ampia e poi perché il cinema è un’esperienza collettiva dove ci sono una serie individui seduti insieme ognuno predisposto a fare la sua esperienza personale, ma in una maniera che è comunque collettiva. È la stessa differenza che c’è tra l’assistere al concerto black metal o ascoltare la musica con le cuffie, da soli, tra il suonare in una band e il suonare da soli. io credo che questo film è fatto per il cinema perché parla di anche di questo, del suo dispositivo. Quindi in un certo senso è strano per pensare a noi stessi come a degli alieni, proprio perché lavoriamo sul cinema come esperienza collettiva, e penso che le persone comunque siano interessate a vedere il nostro film, se hanno davvero voglia di investire in questo tipo di esperienza.

Quali sono i prossimi progetti, insieme o separati?

Ben Rivers: Stiamo facendo una sorta di spin-off di A Spell To Ward Off the Darkness che avrà per protagonista Twelmo, il tipo della comune che rievoca quell’esperienza del dito nell’ano [in cui racconta che, a una specie di festa, ogni partecipante avevano infilato il dito nell’ano di un’altra persona, come a creare una sorta di catena umana, una forma di interconnessione, n.d.r.]. Lui è finito nel film quasi per caso. Era nelle riprese che abbiamo fatto in Finlandia e andava in giro facendo delle foto, ponendo delle domande, fa parte di un collettivo artistico che noi abbiamo utilizzato come base quando giravamo la prima parte del film. Noi non abbiamo parlato in realtà molto insieme, ma quando stavamo effettuando le riprese della sequenza black metal, lui ha fatto 24 ore di macchina dalla Finlandia a Oslo per poter assistere al concerto, infatti lo si può vedere tra gli spettatori. Poi lo abbiamo incontrato per caso quando eravamo a Tallin e abbiamo pensato che doveva essere parte dell’episodio della comune. È davvero una bella persona da avere intorno, ci piace il modo in cui parla, la sua saggezza, quindi sì vogliamo fare questo spin-off.

Ben Russell: Non sarà esattamente “documentary portrait”, ma dal momento che lui ha una tenue differenza tra la vita onirica e quella diurna, prenderemo questa cosa molto sul serio e documenteremo la sua “dreamlife”.

Ben Rivers: Comunque ci vorrà del tempo prima che questo lavoro veda la luce, nel frattempo faremo dei progetti singolarmente prima di realizzare “Twelmo”.

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