Un fantastico via vai

Un fantastico via vai

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Giunto con Un fantastico via vai al suo undicesimo film, Leonardo Pieraccioni prova a reinventarsi familista e adulto, specializzato in consigli da dare ai più giovani. Finendo quasi per farsi da parte all’interno del racconto, il comico toscano sembra preludere a una sorta di congedo.

L’anti-Peter Pan

Un impiegato di banca quarantacinquenne si ritrova ad essere lasciato dalla moglie per via di un malinteso. L’uomo finisce in una casa per studenti e lì ritrova l’energia dei bei tempi e aiuta i quattro ragazzi che condividono l’appartamento con lui ad affrontare con sicurezza il loro futuro… [sinossi]

Per la prima volta privo della collaborazione di Giovanni Veronesi in fase di scrittura – cui è subentrato Paolo Genovese (non a caso un non toscano, attualmente più in auge del collega e normalmente più attento alla strutturazione del racconto), Leonardo Pieraccioni dirige, con Un fantastico via vai, il suo undicesimo film da regista, puntando all’arrembaggio natalizio con molta meno verve che in passato. Gli anni ’90 sono ormai lontani e la generazione di toscani emersa in quel periodo (comprensiva di Panariello e Ceccherini, anche loro presenti nel film) appare superata dai tempi, sopravvivendo ancora al fallimento di Cecchi Gori, ma ormai probabilmente incamerata e digerita nella faccia bonaria di Matteo Renzi. E, per la prima volta, Pieraccioni sembra essere consapevole del suo declino: non si atteggia più a Peter Pan, viene lasciato dalla moglie per un misunderstanding e impartisce lezioni di vita ai più giovani.

La mano di Genovese in fase di scrittura si vede nel tentativo di coralità del racconto (dai quattro ragazzi, al personaggio di Panariello, a quello di Ceccherini, al duo Mazzocca-Battista, colleghi di banca del nostro), la cui curiosa conseguenza è quella però di mettere in secondo piano, fino quasi ad arrivare a far sparire (in un finale che sembra quasi un addio), il volto del comico toscano. Eppure, a giudicare dalle dichiarazioni di Pieraccioni non vi è l’intenzione di farsi da parte o di rinunciare alla recitazione per dedicarsi solo alla regia, anche perché quale sarebbe la prospettiva, visto questo film? Un altro “mocciano” oltre a quello che già c’è?.

Resta, in questa malinconia – voluta o meno – pochissimo spazio per la risata crassa (Genovese non è il tipo), anzi, non si ride quasi mai se non grazie al duo Battista-Mazzocca (anche Ceccherini fa il padre di famiglia, sia pur stravagante). Cosa rimane allora? Un fondo di volgarità, vagamente espressa con le parole, ma soprattutto nei fatti. La volgarità dell’italico piccolo mondo antico chiuso in se stesso e ostile all’Altro. E già, perché se uno dei quattro ragazzi è di colore e viene comunque accolto nella famiglia pieraccioniana (del resto, Balotelli non gioca forse in nazionale?), non altrettanto accade per due altri personaggi, il rom e il cinese, trattati come sempre col sospetto e lo sprezzo verso lo straniero. Un mondo chiuso e provinciale che si guarda allo specchio e si vede invecchiato, ma che ha la presunzione e l’ingenuità di credere di poter passare la mano a quattro ragazzi bellissimi, meravigliosi e aitanti, come in una pubblicità Barilla pre-Banderas.

Info
Il trailer di Un fantastico via vai.
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