Pays barbare

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi scavano con Pays barbare in una delle pagine più buie e vergognose della storia d’Italia, quella che riguarda la guerra coloniale in Etiopia. Nella sezione TFFdocumenti all’ultimo Torino Film Festival.

Il colonialismo dell’immagine

Una delle pagine più buie e vergognose della storia d’Italia, la guerra d’Africa, che portò alla conquista d’Etiopia, vista attraverso un susseguirsi ininterrotto d’immagini di repertorio, spesso mai mostrate in pubblico. I soldati, le battaglie, la rappresentazione iconica del potere fascista incarnata da Mussolini stesso, principale artefice di questo conflitto inutile, raccontato dai media dell’epoca come una missione di civilizzazione nei confronti di un popolo barbaro… [sinossi]
“Le drapeau va au paysage immonde,
et notre patois étouffe le tambour.
“Aux centres nous alimenterons la plus cynique prostitution.
Nous massacrerons les révoltes logiques.
“Aux pays poivrés et détrempés!
– au service des plus monstrueuses exploitations
industrielles ou militaires.
“Au revoir ici, n’importe où. Conscrits du bon vouloir,
nous aurons la philosophie féroce;
ignorants pour la science, roués pour le confort;
la crevaison pour le monde qui va.
C’est la vraie marche. En avant, route!”
Arthur Rimbaud, Démocratie

Fine aprile del 1945. I cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci, e di altri esponenti della Repubblica Sociale Italiana vengono esposti su piazzale Loreto, lo stesso luogo in cui l’anno precedente erano stati fucilati quindici partigiani antifascisti. La folla curiosa, esulta, si libera a suo modo di un trauma collettivo: qualcuno, timidamente, saluta con il pugno chiuso in segno di vittoria. Su questo panorama storico e umano si apre Pays barbare, ultima fatica cinematografica portata a termine da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, presentato al Festival di Torino nella sezione TFFdoc dopo aver preso parte al concorso del Festival di Locarno, il primo sotto l’egida di Carlo Chatrian. Immagini che fanno parte della vita democratica d’Italia, e che qui rappresentano il punto di partenza per un viaggio a ritroso nella barbarie di un paese dominato dall’ansia spasmodica della conquista, belluina materializzazione dei sogni di predominio del fascismo.
Una semplice didascalia a certificare luogo e anno delle riprese, e poi un’infinita e a suo modo irreale discesa nella slow-motion, senza alcun suono a cui appigliarsi, senza un tempo “reale” a cui fare riferimento. L’immagine, rallentata fino allo stremo, penetra sotto la coltre appena percettiva dello sguardo degli spettatori e si incunea in profondità, tramando stanche ma mai sopite rivoluzioni dell’immaginario.

Con Pays barbare Gianikian e Ricci Lucchi tornano a indagare, attraverso una capillare ricerca negli archivi cinematografici, l’universo della guerra e le molteplici storture, i miasmi mefitici della colonizzazione (recuperare un’opera come Images d’Orient – Tourisme vandale diventa a suo modo fondamentale per comprendere la portata del lavoro dei due cineasti): un viaggio à rebours nella storia cancellata di un popolo, come quello italiano, che ha preferito rimuovere i propri crimini piuttosto che affrontarli. Nel rimaneggiare e donare nuova vita alle immagini delle parate fasciste, dell’Etiopia (o Abissinia, come il potere dittatoriale usava chiamarla) e degli orrori che i militari italiani vi perpetrarono su preciso ordine del Duce e dei suoi sottoposti, Gianikian e Ricci Lucchi compiono un’operazione non solo doverosa da un punto di vista prettamente storico e politico, ma compiono un passo ulteriore in direzione di una ricerca cinematografica che contenga al proprio interno l’etica che la guida.

Non è solo nella rarità dei fotogrammi rintracciati (“film privati di un medico”, come spiegano i registi nelle note di corredo al film pubblicate sul catalogo del Festival di Torino) che vive un film come Pays barbare, ma nell’utilizzo straniante e allo stesso tempo doloroso, lacerante, annichilente che ne viene fatto. Nel rallentamento della pellicola, punteggiato nei capitoli successivi a quello iniziale sia da voci fuori campo che dal “recitar cantando” di Giovanna Marini, si racchiude il senso di un discorso cinematografico e politico di una lucidità schiacciante, che prolunga all’infinito la storia di ieri per raccontare anche e soprattutto l’oggi. Il “paese barbaro” è anche l’Italia del Ventunesimo Secolo, in cui il fascismo non è stato debellato ma trova spiragli d’aria sotto altre forme, sempre mostruose. I bombardieri che scaricano bombe all’iprite sugli etiopi praticano un genocidio non dissimile a quello delle leggi che decretano di fatto la morte in mare di migliaia di disperati alla ricerca di un ideale di vita che lo Stato non ha alcuna intenzione di concedere loro.
In una nazione che non è mai realmente entrata nella fase post-coloniale, un film come Pays barbare (atto anti-coloniale basato su immagini puramente coloniali) potrebbe aprire la via a una vera e propria rivoluzione dello sguardo, se solo gliene si concedesse l’opportunità. Il rischio, drammaticamente vicino alla certezza, è invece che il capolavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi – tra le loro opere più compiute in assoluto – resti appannaggio del popolo dei festival, pronto a trovare la sua collocazione in un archivio e a essere a sua volta rimosso dalla memoria. Paese barbaro.

Info
La scheda di Pays barbare sul sito del TFF.
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