Lo Hobbit: la desolazione di Smaug

Lo Hobbit: la desolazione di Smaug

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Il secondo capitolo della nuova trilogia, Lo Hobbit: La desolazione di Smaug, che Peter Jackson ha tratto da J.R.R. Tolkien conferma i pregi e i difetti già emersi dodici mesi fa.

La reggia dei nani

Dopo essere sopravvissuti all’inizio del loro viaggio inaspettato, la Compagnia continua ad andare verso Est, incontrando lungo la strada Beorn il cambia pelle e uno sciame di ragni giganti, nella minacciosa foresta di Bosco Atro. Dopo essere sfuggiti alla cattura da parte dei pericolosi Elfi della Foresta, i Nani arrivano a Ponte Lago Lungo e finalmente alla Montagna Solitaria, dove si troveranno ad affrontare il pericolo più grande – la creatura più terrificante di ogni altra – che non solo metterà a dura prova il loro coraggio, ma anche i limiti della loro amicizia e il senso del viaggio stesso: il drago Smaug… [sinossi]

Tutto riprende esattamente da dove era stato abbandonato: i nani e Bilbo Baggins, guidati dalla saggia mano di Gandalf il Grigio, hanno superato le Montagne Nebbiose e sbaragliato gli orchi che gli davano la caccia. Il piccolo hobbit ha trovato nelle profondità della montagna l’Unico Anello, anche se non ha neanche la più vaga idea del potere oscuro che vi alberga dentro.
Riannodare i fili su cui si regge l’architettura de Lo Hobbit: La desolazione di Smaug fa tornare alla mente i librogame che la triestina Edizioni EL pubblicò con successo nel corso degli anni Ottanta: ogni avventura riprendeva esattamente dal momento in cui era stata abbandonata, lo stile rimaneva perfettamente uguale a sé, così come il ritmo e l’umore in cui era intinta la storia. Nessuna cesura apparente poteva staccare un libro dall’altro. In un certo senso non vi è differenza neanche per quel che concerne il secondo capitolo della trilogia (tutta cinematografica, visto che il romanzo di J.R.R. Tolkien si articola in un unico volume, anche mediamente snello) che Peter Jackson ha tratto dal padre del fantasy moderno, cercando di ricalcare in tutto e per tutto il successo planetario ottenuto con Il Signore degli anelli tra il 2001 e il 2003. Non si tratta dello svolgersi della trama, che al contrario non si preoccupare di ondeggiare indietro nel tempo, ricreando il primo incontro tra Gandalf e Thorin Scudodiquercia, ma della monolitica staticità di un trittico – per ora fermo a due capitoli – che sembra sempre più appesantito da doveri che sulla carta non gli spetterebbero.
Laddove i tre film su cui si muoveva Il Signore degli anelli contemplavano anche un progressivo scarto di tonalità – dal verde rilassante e brillante della Contea al grigio privo di alcuna sfumatura delle brulle terre di Mordor – che seguiva di pari passo l’aumentare progressivo del dramma, Lo Hobbit appare ingabbiato in una forma che non solo non gli appartiene (o meglio, non appartiene alle volontà di Tolkien), ma che non è in grado di acquisire mai profondità. Tutto, o quasi, rimane in superficie, come d’altro canto viene sottolineato dalla più evidente delle forzature del testo originario, la storia d’amore tra l’elfa Tauriel – personaggio inventato ex-novo da Jackson e affidato alle cure e alle fattezze di Evangeline Lilly – e Kili, nano della compagnia e nipote di Thorin. Il problema, come in molti altri punti della narrazione, non risiede nella mancanza di aderenza al testo originale, ma nella superficialità con cui gli eventi si accavallano: non solo l’innamoramento di Tauriel e Kili è racchiuso in un lasso di tempo a dir poco paradossale (i due hanno modo di parlarsi solo in una breve occasione), ma la reciproca attrazione manda all’aria il senso di meraviglia e di “unicità” attorno al quale era costruita l’amicizia fraterna tra Legolas e Gimli nella trilogia de Il Signore degli anelli. Come poteva infatti apparire così straordinario quel rapporto affettivo se appena  settant’anni prima tra le due razze vi era stata addirittura una love story?

Di incongruenze di questo tipo Lo Hobbit: la desolazione di Smaug è davvero ricco, frutto inevitabile di una scelta produttiva che ha visto in questo progetto non la possibilità di esplorare nuovi campi del fantasy ma la mera necessità di allestire una sorta di versione 2.0 della trilogia precedente. In questo senso Jackson, come sempre eccellente nella messa in scena, non può che essere considerato colpevole: sradicando dalla storia quell’humour britannico sulfureo e aggraziato che contraddistingueva il romanzo, e cercando di trasformare una picaresca avventura per l’infanzia in un maestoso viaggio nell’epos, tra guerre, tradimenti e onore da difendere, il regista neozelandese ha smarrito la direzione, rimanendo inevitabilmente incastrato tra due fuochi.
L’ironia, anche quando vede la luce, appare atrofizzata e semplificata in maniera barbarica per venire incontro ai gusti (discutibili) del fruitore medio, come sentenzia senza possibilità di appello il dialogo sulle perquisizioni corporali tra Tauriel e Kili. In questo senso, l’epica quantomeno regge in piedi l’intera struttura: la lotta contro i ragni di Bosco Atro è senza dubbio la sequenza più emozionante del film, e Jackson dà un saggio della sua classe registica muovendosi tra soggettive reali e false, movimenti di macchina improvvisi e un montaggio a dir poco serrato.
Neanche la tecnologia arriva in supporto del cineasta, a essere onesti: la scelta di perseverare nella sperimentazione dei 48 fps è senza dubbio ammirevole, e si nota uno scarto stilistico ed estetico netto rispetto al primo film, ma neanche la più sbalorditiva delle soluzioni visive può fugare il dubbio che una ricerca di questo tipo andasse testata su opere cinematografiche ben diverse. La nettezza dell’immagine, ovviamente superiore a quella a cui è abituato lo spettatore, e la definizione così prossima al “reale” svolgono una funzione respingente di fronte a affresco così sanamente fantastico. Le corrusche armature, gli stivali infangati, i terreni ora brulli ora verdeggianti, la Terra di Mezzo nel suo complesso è un mondo altro, una sub-creazione che vive in un angolo della mente che non può prevedere di scendere a patti con le miserie della realtà, del quotidiano, del “credibile”. Utilizzando in questo modo il potere dell’immagine Jackson si muove in direzione opposta, rendendo tutto così tangibile e vero da fargli perdere la potenza dell’immateriale, anima profonda e indissolubile del fantasy.

Resta, al di là delle già citate sequenze di fronte alle quali si resta col fiato sospeso e l’oh di meraviglia appena poggiato sulle labbra, la messa in scena del personaggio di Smaug, unico essere tra quelli presentati in Lo Hobbit: la desolazione di Smaug a essere scritto con una cura certosina. Nella bella sequenza all’interno di Erebor, la Montagna Solitaria che un tempo ospitava la reggia dei nani e il “re sotto la montagna”, Smaug rifulge di luce propria: sardonico, arguto, crudele e fiero, il drago Smaug è la quintessenza delle potenzialità del cinema fantasy, luogo al di fuori del tempo e dello spazio che vive di coordinate proprie. Smaug come l’apparizione quasi lisergica di Sauron di fronte agli occhi di Gandalf – il personaggio dell’istari, o stregone che dir si voglia, perde invece buona parte del suo fascino –, armi di difesa dell’immaginario, della potenza della visione sopra ogni altra cosa, dell’ammaliante seduzione del Cinema. È per merito di queste apparizioni fantasmatiche e purtroppo altalenanti che Lo Hobbit: la desolazione di Smaug resta “solo” una mezza delusione. Oramai però il gioco si è fatto troppo facile da decodificare, e l’impressione è che il capitolo finale, che troverà spazio sugli schermi di tutto il mondo tra dodici mesi, non si discosterà da quanto finora filmato e visto. Resta quindi l’amarezza di non aver potuto gioire di fronte a un nuovo capolavoro, come fu per la trilogia di una decina di anni fa. Altri tempi. Altra epica.

Info
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