Un boss in salotto
di Luca Miniero
L’eterno ritorno dell’annosa diatriba tra nord e sud della penisola. Un boss in salotto ha un cast brillante smorzato da una regia episodica.
Il solito salotto
Meridionale trapiantata al nord, Cristina si è costruita la famiglia perfetta insieme al marito, Michele Coso e ai due figli. Ma la sua vita viene stravolta quando apprende di dover ospitare il fratello sudista Ciro che, implicato in un processo di camorra, ha chiesto di poter trascorrere gli arresti domiciliari proprio in casa Coso. [sinossi]
Certo non è facile edificare un’intera filmografia attorno a un unico argomento, ma sembra proprio questa l’intenzione di Luca Miniero che dopo il grazioso Incantesimo napoletano (co-diretto con il sodale Paolo Genovese nel 2001) e lo strepitoso successo del dittico Benvenuti al Sud (2010) / Benvenuti al Nord (2012) – decisamente più riuscito il primo, meno convincente e divertente il secondo -, prosegue la sua disamina dei conflitti tra settentrione e meridione della penisola con Un boss in salotto. Protagonisti sono due mattatori della comicità italica, Paola Cortellesi e Rocco Papaleo nei panni rispettivamente di Carmela e Ciro, sorella e fratello dagli stili di vita completamente agli antipodi. Lei, che ora si fa chiamare Cristina, ha rinnegato qualunque lacerto di cultura sudista e vive a Bolzano (ma la città alto-atesina non viene mai direttamente menzionata) in una casa-baita con la sua famiglia perfetta: il marito pubblicitario presso la locale agenzia immobiliare Manetti (Luca Argentero) e i figli cui ha donato gli eloquenti nomi di Vittorio e Fortuna. Ciro, invece, orgogliosamente sudista e con una spiccata propensione per le attività illecite, è stato coinvolto in un maxi-processo camorristico e ha indicato alle autorità competenti la nordica e linda magione della congiunta come sede per i suoi arresti domiciliari, in attesa dell’udienza. La famiglia è dunque nuovamente al centro del canovaccio comico tipico della produzione nostrana, qui rielaborato – ma non troppo – da Miniero: il destino narrativo del nucleo familiare è infatti quello di essere travolto e scardinato dall’interno da un inatteso e insospettabile componente, per poi ritrovare un nuovo e forse più sano equilibrio.
Innumerevoli possono essere le variabili a disposizione ma, come spesso accade nei prodotti indirizzati al grande pubblico, anche Un boss in salotto osa ben poco e finisce per appoggiarsi a grimaldelli e trovate assai comuni, quando non di cattivo gusto. Appartiene a quest’ultima categoria la lunga agonia – anche post mortem – del nobile gatto di razza della vicina di casa dei Coso, incarnata da Giselda Volodi (volto da caratterista abituale nella recente produzione di Silvio Soldini). Lo sfortunato felino andrà incontro a una serie di sventure di stampo quasi macabro, che dovrebbero suscitare la risata più crassa, ma finiscono per creare un effetto disturbante. Prima la bestiola viene folgorata da un mortaletto utilizzato da Ciro per accendersi una sigaretta in giardino, poi è celata nei pantaloni del pigiama dell’uomo, nascosta da lui nella tazza del cesso, quindi in freezer, con l’obiettivo dichiarato di utilizzarla come avvertimento pseudo-mafioso ai danni di un professore che ha in antipatia il nipote adolescente. E con questo non si creda che sia nostra intenzione fare una tirata a favore del politically correct, tutt’altro; anche in Un matrimonio all’inglese (Easy Virtue, 2008) ad esempio Jessica Biel finiva per uccidere un petulante chihuahua con il solo peso della sue morbide terga, ma la costruzione della scena e di ciò che avveniva in seguito erano in grado di produrre effetti esilaranti, che qui non vengono nemmeno lambiti. I conflitti tra nord e sud hanno d’altronde un sapore preconfezionato e stantio, si muovono sui binari standardizzati che altalenano tra ordine/disordine, pinzimonio/frittata di pastasciutta, strudel/pastiera. La stessa struttura del film procede poi addizionando queste dicotomie e la svolta narrativa tarda ad arrivare. Solo dopo un’ora circa di pellicola ecco infatti apparire l’argomento di maggior interesse di Un boss in salotto, ovvero il desiderio da parte della ordinata e apparentemente onesta comunità nordica di blandire e omaggiare il presunto boss. In questo, insieme all’educazione dell’etica protestante imposta da Cristina ai figli – con tanto di risvegli mattutini dei pargoli inneggianti all’ottimismo e al successo – risiede la vera, ma poco sfruttata novità di Un boss in salotto.
Per il resto assistiamo ad una sequela di gag (divertenti sono soprattutto la convocazione in commissariato di Carmela/Cristina e l’agognata cena con i coniugi Manetti) dallo status pressoché autonomo, che scivolano verso un’impennata improvvisa del volume della musica o chiosano con uno dei personaggi in scena che sviene, come nella migliore tradizione del melodramma muto. Non ci si può esimere dal riflettere sul presente della commedia italiana che, al di là del successo al botteghino caratteristico di questo scorcio di stagione – dal fenomeno Zalone a quello dei cinepanettoni – annaspa nelle placide acque di un packaging pseudo industriale (autori e attori di sicura presa e dal curriculum denso di successi) nel pieno rispetto di un ancora imperante reference system, che rischia di affondare ogni libertà creativa.
Info
La pagina facebook di Un boss in salotto.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Un boss in salotto
- Paese/Anno: Italia | 2013
- Regia: Luca Miniero
- Sceneggiatura: Luca Miniero
- Fotografia: Federico Angelucci
- Montaggio: Valentina Mariani
- Interpreti: Ale, Angela Finocchiaro, Antonella Arseni, Diego Pagotto, Franz, Giselda Volodi, Hal Yamanouchi, Igor Bonelli, Lavinia De' Cocci, Luca Argentero, Marco Marzocca, Massimo De Lorenzo, Paola Cortellesi, Rocco Papaleo, Salvatore Misticone, Saul Nanni
- Colonna sonora: Umberto Scipione
- Produzione: Cattleya
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 102'
- Data di uscita: 01/01/2014










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