Il capitale umano

Il capitale umano

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Traendo ispirazione da un romanzo di Stephen Amidon, Paolo Virzì firma con Il capitale umano un’acuta parabola sociale, abbandonando la commedia a favore di un thriller dalle fosche tinte.

La bella vita

Le velleità di ascesa sociale di un immobiliarista, il sogno di una vita diversa di una donna ricca e infelice, il desiderio di un amore vero di una ragazza oppressa dalle ambizioni del padre. E poi un misterioso incidente, in una notte gelida alla vigilia delle feste di Natale, a complicare le cose… [sinossi]
Sogno il mio paese infine dignitoso
e un fiume con i pesci vivi a un’ora dalla casa
di non sognare la Nuovissima Zelanda
per fuggire via da te, Brianza velenosa.
Lucio Battisti, Una giornata uggiosa.

Sulle spalle scoperte de Il capitale umano soffiava ancora l’eco del mesto ma coriaceo inno alla speranza racchiuso in Tutti i santi giorni, precedente fatica cinematografica di Paolo Virzì. Nel mezzo, l’esperienza piuttosto sbrigativa e non troppo convincente di direttore artistico del Torino Film Festival, ruolo che il regista livornese avrebbe dovuto svolgere per un altro anno, prima di lasciare l’incarico nelle mani – senza dubbio più consapevoli – di Emanuela Martini. Un passo indietro forse tardivo, ma che senza dubbio buona parte dell’umanità indagata ne Il capitale umano non avrebbe mai preso neanche in considerazione.
Traendo spunto dall’acclamato romanzo di Stephen Amidon Human Capital, Virzì (con lui hanno collaborato in fase di scrittura i fedeli sodali Francesco Bruni e Francesco Piccolo) abbandona il Connecticut, originale ambientazione letteraria, per trasportare le amare vicende del racconto nella “Brianza velenosa” cantata anche da Lucio Battisti. Una scelta vincente, non solo perché permette a Virzì di ricalibrare l’intera struttura narrativa de Il capitale umano su vizi privati e pubbliche (rare) virtù dell’italiano medio, ma soprattutto perché ciò comporta inevitabilmente anche una riflessione sullo stato di crisi morale di una nazione allo sbando, scartavetrata da un potere economico egemonico, chiuso in sé e così arido da lambire l’idiozia.

Per quanto a prima vista le due famiglie attorno alle quali si articola Il capitale umano possano sembrare tagliate con l’accetta (l’alta borghesia dei Bernaschi a comandare sogni, desideri e persino istinti ribelli dei meno abbienti Ossola), con l’avanzare dei minuti si avverte un costante senso di inadeguatezza rispetto alle certezze con cui si era affrontato il film. Animato da un viscerale spirito di rivalsa nei confronti di chi detiene il “potere” – rintracciabile anche nella messa in scena sulfurea e crudele della figura dell’intellettuale, marchio di fabbrica di Virzì nella sua rivendicazione “popolare” –, il regista di Ovosodo e Baci e abbracci allunga altresì lo sguardo dalle parti di una classe media brulla, capace di bramare senza alcun discernimento. Nella figura di Dino Ossola, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio sopra le righe ma capace di restituire la dolente immagine di un uomo sconfitto prima ancora che siano state spiegate le regole della partita, si racchiude con ogni probabilità il senso intimo e più profondo de Il capitale umano, thriller sociale che pecca di quando in quando nella fluidità narrativa ma ha dalla sua una costruzione d’ambiente mirabile, soprattutto se si prendono in esame le location cui il cinema di Virzì aveva abituato il proprio pubblico.
La commedia all’italiana, riflesso automatico del cinema virziano, si trasforma in thriller familiare dai contorni agghiaccianti come l’inverno senza fine che ritorna – grazie all’intelligente struttura a capitoli imposta dalla sceneggiatura – ogni qual volta un nuovo personaggio deve essere indagato dall’occhio mai giudicante della macchina da presa.

Per quanto ragioni sulla morale, sull’identità e sulla retorica, Il capitale umano non cede mai alle lusinghe del pamphlet, preferendo restare nei solchi di un racconto corale, in cui i tasselli non necessariamente debbono trovare una propria collocazione definita. Anche per questo viene naturale perdonare qualche lungaggine narrativa – le digressioni sulla famiglia di Luca Ambrosini, innamorato corrisposto della figlia di Ossola, appaiono piuttosto sfocate e stanche rispetto al resto, tanto per fare un esempio. Anche la scelta di non calcare la mano in maniera eccessiva, edulcorando alcuni passaggi del romanzo, rientra alla perfezione nel quadro del cinema di Virzì, da sempre più affascinato dal sun pathos rispetto alla disperazione.
Il colpo di grazia a questo piccolo ma ambizioso congegno dal vago sapore chabroliano lo danno le superbe interpretazioni di un cast assemblato con estrema lungimiranza: se l’elogio delle performance della Golino, di Bentivoglio, Gifuni e della Bruni Tedeschi può apparire esercizio fin troppo prevedibile, a stupire e rapire lo sguardo sono corpi, gesti, espressioni e parole di Matilde Gioli, Giovanni Anzaldo e Guglielmo Pinelli. Il loro mondo a parte nel mondo a parte, quello dell’adolescenza, viene trasportato in scena con una veridicità e un sentimento strazianti.

Al netto di qualche didascalismo a suo modo inevitabile, Il capitale umano dimostra la maturità di un regista finalmente in grado di staccarsi dalle sue piccole grandi ossessioni senza per questo smarrire la capacità di raccontare l’Italia di oggi, con severità e senza cercare scappatoie di sorta.

Info
La scheda de Il capitale umano sul sito della 01.
La pagina facebook de Il capitale umano.
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3 Commenti

  1. Anton Giulio Onofri 08/01/2014
    Rispondi

    Bravo Raffaele. Pensa se esistessero non dico 5, ma almeno altri tre Virzì: il cinema italiano conoscerebbe ancora le glorie dei Dino Risi, dei Nanni Loy, dei Pietrangeli, o del giovane Scola… Ma all’Italia è toccato Berlusconi, che ha spazzato via tutto. Perciò, ogni volta, Virzì assume le forme di un fenomeno miracoloso. Ahimè unico.

    • quinlan 08/01/2014
      Rispondi

      Temo non sia solo colpa del cancro-Berlusconi, ma di un’aridità culturale che ha spazzato via perfino la curiosità, ultima (improvvisata) dea rimasta a disposizione…

  2. Francesco 07/09/2019
    Rispondi

    Il personaggio di “Dino”( Fabrizio Bentivoglio) sembra una macchietta e una caratterizzazione esagerata. Il finale non spiega il tentativo di Dino, di ricattare la famiglia di Massimiliano, come va a finire. Si intuisce ma non è chiaro.

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