2 giorni a New York

2 giorni a New York

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Con 2 giorni a New York Julie Delpy torna alla regia per porre la firma in calce a una commedia sentimentale sgangherata, interamente costruita sulle differenze culturali tra parigini e abitanti della Grande Mela. Divertente e dagli echi linklateriani.

Non vendere l’anima a Vincent Gallo!

Mingus, conduttore radiofonico sulla cresta dell’onda e la fidanzata Marion, fotografa francese, vivono felici in un appartamento di New York con il loro gatto e due figli piccoli avuti da precedenti relazioni. Quando il buffo padre di Marion, la sorella ninfomane e l’imbarazzante fidanzato di quest’ultima piombano nella loro casa senza preavviso, si scatena il caos. Con la loro assoluta mancanza di senso del pudore, gli inaspettati ospiti mettono a nudo le differenze culturali di Mingus e Marion fino a mettere in crisi il loro rapporto… Riusciranno i nostri eroi a resistere allo sbarco dei francesi a New York? [sinossi]

Si trattasse anche solamente di un puro gesto iconoclasta, momento sublime in cui l’arte concettuale incontra e si fonde con lo sberleffo, voi vendereste l’anima a Vincent Gallo? Per la maggior parte delle persone una domanda del genere potrebbe apparire con ogni probabilità retorica, ma non per Marion, intraprendente fotografa francese che da anni oramai vive a New York e ha deciso di scioccare gli ammiratori della sua arte con questa trovata a effetto. Il pubblico aveva avuto modo di conoscerla nel 2007, quando trovò collocazione nelle sale cinematografiche di mezzo mondo 2 giorni a Parigi, divertente commedia con protagonisti Julie Delpy nella parte di Marion (oltre che nelle vesti di regista) e uno spassoso Adam Goldberg in quella del suo compagno d’oltreoceano Jack.
Cinque anni dopo le traversie parigine, la coppia è scoppiata e si è divisa, lasciando come unica memoria tangibile della propria esistenza il piccolo Lulu. In 2 giorni a New York Marion vive ora con il figlio, il nuovo compagno Mingus, la di lei bambina e un gatto, ma il trait d’union con il precedente capitolo cinematografico è sempre dato dalla più grande delle minacce, la famiglia di Marion, intenzionata a calare sulla Grande Mela per assistere a una personale fotografica della donna in una galleria d’arte. Tornano dunque in scena l’anarcoide padre (interpretato da Albert Delpy, vero padre della regista già apparso accanto alla figlia tra gli altri anche nello splendido Before Sunset di Richard Linklater), la sorella esibizionista e ninfomane e l’ex-fidanzato di Marion, ora impegnato in una burrascosa relazione proprio con la sorella. L’irruzione nel tran tran quotidiano di Marion e di Mingus avrà, come sempre, effetti devastanti…

2 giorni a New York non solo conferma la brillante verve comica della Delpy, ma contribuisce a certificare una volta di più i suoi riferimenti culturali e cinematografici: l’estetica del tranche de vie si riallaccia una volta di più alla commedia “morale” transalpina, dominata (non dovrebbe neanche essere sottolineato) da Eric Rohmer e dal suo cinema minimale ed essenziale. D’altro canto il continuo prorompere verbale che contraddistingue sia 2 giorni a Parigi che 2 giorni a New York è figlio di un approccio alla materia portato alle estreme conseguenze nel corso di un ventennio dall’indie a stelle e strisce, in particolar modo da cineasti prettamente newyorchesi come Woody Allen, Hal Hartley e Kevin Smith. Ma, ancora una volta, il nome a cui sembra più giusto e naturale affiancare la Delpy è quello di Richard Linklater: 2 giorni a New York sarebbe forse impensabile, nelle forme e nei modi con cui è stato portato a termine, senza l’esperienza attoriale della Delpy sui set del regista della trilogia dei Before… e di Waking Life – altro film in cui all’attrice e regista francese viene ritagliato un ruolo, seppur marginale.
Basterebbe la deflagrante vena autobiografica di cui è intriso 2 giorni a New York per intravvedere nell’oscurità l’impronta autoriale di Linklater: il riferimento alla morte del personaggio della madre di Marion (interpretata in 2 giorni a Parigi da Marie Pillet, vera madre della Delpy venuta poi a mancare nel 2009) è il segnale incontrovertibile di un cinema che non si distacca mai completamente dalla realtà, ma la filtra attraverso la lente deformante della Settima Arte per sublimarla in maniera definitiva.

È questa una delle qualità più evidenti di 2 giorni a New York, che per il resto si muove in direzione di una plateale presa in giro tanto delle idiosincrasie parigine quanto della cultura newyorchese. La messa in scena dello scontro culturale, punto di interconnessione tra i due film e indagine che la Delpy ha portato avanti – seppur in modo completamente diverso – anche nell’interessante ma incompiuto The Countess, che racconta la storia della “vampira” Erzsébet Báthory attraverso uno stile che riecheggia il Bertrand Tavenier di Quarto comandamento, rappresenta comunque una finestra aperta sulle distonie dell’occidente opulento e sbandato. È forse giunto il momento di donare la meritata attenzione a un’attrice e regista che non ha mai cercato le luci della ribalta e si è sempre mossa senza seguire necessariamente la marea montante. In questo senso 2 giorni a New York potrebbe essere un ottimo inizio…

INFO
L’evento su Facebook per l’uscita di 2 giorni a New York.
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